Marea nera due mesi dopo: sempre peggio

Il Golfo del Messico visto dal satellite il 19 giugno (Credit: Nasa)

Il Golfo del Messico visto dal satellite il 19 giugno (Credit: Nasa)

Questa è la foto che dice tutto e spiega, semmai ce ne fosse ancora bisogno, perché per riferirsi al petrolio versato nel Golfo del Messico si utilizzi il termine “marea”. E’ un’immagine ripresa dal satellite e messa a disposizione dalla Nasa. Il puntino bianco accompagnato dalla scritta “leak location” rappresenta il luogo da cui il petrolio fuoriesce. La macchia nera poco sopra potrebbe essere il fumo del petrolio e gas che vengono catturati e bruciati man mano. Le striature di colore grigio-argento sono le scie di greggio che si allargano nel Golfo.

E continueranno ad allargarsi dal momento che nell’ennesimo incidente verificatosi in queste  raffazzonate operazioni di contenimento e recupero del petrolio, un robot sottomarino ha provocato una fuga di gas e costretto i tecnici a sollevare la cupola che stava se non altro limitando la fuoriuscita di greggio. E così altre centinaia di migliaia di galloni di greggio si sono riversati in mare prima che il tappo fosse poi  ricollocato.

Ma quella di petrolio non è l’unica emorragia cui si è assistito in questi due mesi nell’area colpita dal disastro. Se ne sta verificando una, altrettanto grave, in termini di posti di lavoro persi. E purtroppo a due mesi dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon in cui hanno perso la vita 11 operai si è dovuta registrare un’altra morte. Questa volta però si tratta del primo suicidio collegato alla catastrofe causata da BP. Si tratta di William Kruse, 55 anni, capitano di un’imbarcazione assoldato dalla compagnia petrolifera per partecipare alle operazioni di pulizia. Si è tolto la vita sparandosi un colpo alla testa.

Nel frattempo il petrolio e il catrame sono giunti anche sulla spiaggia di Pensacola in Florida, dove è stato ritrovato anche un delfino spiaggiato completamente ricoperto di greggio. L’impatto della marea sulla ricchissima fauna della zona è devastante. Si calcola per esempio che meno dell’1 per cento degli uccelli incatramati possa sopravvivere (da qui l’invito a non cercare nemmeno di ripulirli perché sono comunque destinati a una lunga sofferenza e poi alla morte) .

Intanto ai vertici di Bp si è assistito a un cambio della guardia. Tony Hayward, Ceo dell’azienda, che verrà ricordato soprattutto per le sue pessime figure (non ultima quella che lo ha visto protagonista nei giorni scorsi di un distensivo viaggetto in barca a vela con il figlio, molto lontano dai luoghi del disastro), è stato sostituito da Bob Dudley, che prende in mano le operazioni. Nella prima intervista televisiva rilasciata alla Cbs in qualità di nuovo responsabile della gestione del disastro Dudley si è dichiarato fiducioso che il pozzo possa essere definitivamente tappato entro il mese di agosto. “Certo, ci sarà un bel po’ da ripulire anche dopo”, ha poi aggiunto.

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