- Tags: ambiente, BP, Golfo del Messico, marea nera, petrolio, scienza
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Bobby Bolton, il responsabile delle operazioni sul pozzo BP parla con i cronisti a bordo della Helix Q4000, l'imbarcazione che ha effettuato la 'static kill' (AP Photo/Gerald Herbert)
E’ finita. Così almeno hanno fretta di dichiarare i vertici della BP che annunciano al mondo: “L’operazione Static Kill ha funzionato. Il pozzo Macondo è stato tappato con successo”. Se a dirigere le operazioni ci fosse ancora quel mattacchione di Tony Hayward sarebbe forse il caso di prendere questa dichiarazione con le pinze, ma invece pare proprio che ci si possa credere.
Era il 20 aprile 2010 quando la piattaforma Deepwater Horizon gestita dalla British Petroleum esplose nel Golfo del Messico, a circa 70 km dalle coste della Louisiana, facendo 11 vittime. Due giorni dopo la piattaforma si inabissa e il petrolio comincia a formare una macchia nera che si allarga sempre di più nel Golfo.
Dieci giorni dopo l’esplosione l’allora amministratore delegato di BP Hayward annuncia che le perdite sono comprese tra 1000 e 5000 barili al giorno. Ma le stime che si susseguiranno con trascorrere dei mesi saranno sempre più drammatiche, in un crescendo che andrà di pari passo con la serie di fallimenti registrati nelle operazioni di contenimento della marea.
Sono stati almeno tre i tentativi, tutti falliti, di tappare la falla per evitare che il petrolio continuasse a riversarsi in mare. Alla fine è stato il fango misto a cemento sparato a fortissima pressione a risolvere la situazione, spingendo il petrolio in un bacino a 4000 metri di profondità. Ma ci sono voluti 106 giorni, durante i quali, secondo l’ultima stima congiunta di BP e governo americano, sono finiti in mare 4,9 milioni di barili, equivalenti a 780 milioni di litri di petrolio.
Continua naturalmente il monitoraggio sul pozzo finalmente tappato, e non è escluso che sia necessario pompare altro fango, per una chiusura definitiva. Nel frattempo è stato reso noto che da quando la fuoriuscita ha avuto inizio sono stati recuperati 800mila barili, pari a circa 127 milioni di litri di petrolio.
Il 19 luglio BP fa una stima delle spese sostenute per l’emergenza, che si aggirano intorno ai 4 miliardi di dollari. Il 27 luglio arriva l’annuncio delle perdite trimestrali della società petrolifera, pari a quasi 17 miliardi di dollari.
La buona notizia, se di tal cosa si può parlare riguardo a quello che è unanimemente stato definito come il peggior disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, la pubblica in anteprima il New York Times. Un rapporto governativo stima che soltanto il 26 per cento del petrolio fuoriuscito dal pozzo di BP sia ancora presente sulla superficie del mare o sulle coste. La maggior parte sarebbe già evaporato o disperso grazie all’uso di agenti chimici, oppure sarebbe stato recuperato o eliminato in altro modo. Molto di quel che rimane è poi talmente diluito da non costituire motivo di preoccupazione.
Ma Jane Lubchenco, a capo del National Oceanic and Atmospheric Administration, agenzia che ha contribuito alla stesura del rapporto citato, ammette: “Penso che non conosciamo ancora l’entità dell’impatto della fuoriuscita di petrolio sull’ecosistema o sulla gente del golfo”.
- Mercoledì 4 Agosto 2010
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Il 4 Agosto 2010 alle 14:21 Marea nera, dopo 106 giorni l’emergenza pare finita - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] BP (in sostanza hanno pompato fango e cemento nel pozzo, a 1.500 metri di profondita’, fino a chiuderlo definitivamente) avrebbe messo fine, dopo 106 giorni, all’emergenza nel Golfo del Messico, almeno per [...]
Il 4 Agosto 2010 alle 16:12 Panorama News 4 agosto 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:
[...] Marea nera, il pozzo è chiuso. Ora si contano i danni [...]
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