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La fotografia l’ha fatta l’Istat nell’ambito dell’indagine sulla sicurezza dei cittadini 2008-2009. Quello che emerge è che dei quasi 30 milioni di lavoratori italiani, il 9 per cento (circa 2 milioni e 600mila) dichiara di aver subito nella propria vita lavorativa una qualche forma di vessazione, demansionamento o privazione di compiti. Il 6,7 per cento ha sperimentato una tale situazione negli ultimi tre anni e il 4,3 per cento negli ultimi 12 mesi.
Se si prendono in considerazione situazioni di disagio meno frequenti e più contenute, il numero dei vessati sale a 7 milioni e 948mila persone. C’è poi una ristretta frazione di lavoratori (198mila) che hanno invece subito comportamenti vessatori più volte al mese per meno di sei mesi, il che configura situazioni “ad alto rischio”. In generale le vittime sono più spesso donne (9,9 per cento).
La lettura del rapporto (qui il file pdf) mette i brividi quando descrive nel dettaglio il tipo di vessazioni subite dagli intervistati. Umiliazioni, derisione, calunnie, ingiuste accuse, sfuriate, aggressioni, insulti: nel girone dantesco dell’ufficio non manca quasi nessun supplizio. Ci sono quelli a cui non vongono forniti i mezzi necessari per svolgere il loro lavoro, e poi coloro che non vengono invitati a riunioni e cene di lavoro e ai quali addirittura capi o colleghi non rivolgono la parola. Non manca nemmeno chi, (sono il 18,1 per cento) viene attaccato per le proprie opinioni politiche o religiose.
Ci sono differenze sostanziali tra i due sessi. Le donne subiscono più spesso attacchi di natura personale, offerte o offese di tipo sessuale, umiliazioni e derisione. Per gli uomini le vessazioni sono invece più strettamente legate alla sfera lavorativa: demansionamento, mancata carriera, controlli e procedimenti disciplinari, lavoro reso difficile dalla mancanza di strumenti.
Analizzando le vittime per titolo di studio parrebbe che i più vessati siano i laureati e i diplomati: la percentuale di chi dichiara di aver subito vessazioni nel corso della vita è maggiore (8 per cento) rispetto a coloro che hanno la licenza media (7,4 per cento) e la licenza elementare (3,5 per cento). Mentre dall’analisi geografica emerge che sia le vessazioni che il demansionamento si sono verificati maggiormente al Sud e, in particolare, in Campania.
I “carnefici” sono soprattutto i superiori (80 per cento) ma non solo: anche i colleghi (29,7 per cento) e perfino i sottoposti (7,5 per cento) possono rendersi responsabili del disagio che affligge gli intervistati. Quel che è certo è che i maltrattamenti hanno assai più spesso autori maschi (73 per cento quando si tratta di un superiore).
Perché avvengono i maltrattamenti? La causa citata più di frequente è il rinnovo aziendale e l’avvento di una nuova dirigenza (22,3 per cento). Seguono lo stile autoritario del capo (19,3 per cento) e la gelosia dei colleghi (15,3 per cento). Ma anche la crisi economica ha la sua parte di responsabilità: riduzione del personale (10,7 per cento), alta competitività (9,2 per cento), precarietà della situazione lavorativa (7,3 per cento). Le donne poi denunciano la presenza di pregiudizi nei loro confronti in quanto donne nel 6,7 per cento dei casi.
Il disagio subìto è senza conseguenze solo per il 31 per cento degli intervistsati. Tutti gli altri sgranano un rosario di sintomi che vanno da rabbia e nervosismo fino agli attacchi d’ansia e alla depressione, ma sono in molti anche a soffrire di sintomi fisici tout court, come gastrite (8,0 per cento), mal di testa (6,5 per cento), tachicardia (4,8 per cento) e poi sintomi di disagio come insonnia, apatia, capogiri. Anche le perdite economiche sono segnalate da molti intervistati e il 40 per cento di chi ha subito vessazioni dichiara di aver disinvestito sul lavoro e di volersene andare.
E poi come va a finire? Nel 28 per cento dei casi non finisce affatto: le vittime sono ancora vessate. Nel 16,1 per cento dei casi la vittima si è dimessa, nel 5,2 per cento è stata licenziata. Nell’8 per cento circa dei casi c’è stato un trasferimento o una richiesta di trasferimento ad altro ufficio; infine, nel 6,8 per cento dei casi sono i maltrattatori a non lavorare più con le vittime. A dimettersi sono soprattutto le donne (22,4 per cento contro il 10,9 per cento dei colleghi maschi), mentre i licenziamenti colpiscono entrambi i sessi senza sostanziali differenze.
In mancanza di cambiamenti così radicali, come un licenziamento o un trasferimento, il mobbing andrebbe combattuto con tutti i mezzi. Ma prima bisogna dimostrarlo e per farlo è necessario contattare alcune figure chiave che possono contribuire a fornire prove giudiziali dei maltrattamenti. Medico curante o della ASL, psichiatra, psicologo, avvocato: peccato che l’86,5 per cento delle vittime non si sia rivolta a nessuno di loro.
- Mercoledì 15 Settembre 2010

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