Appuntamento a Cancun: istruzioni per salvare la Terra

Scioglimento dei ghiacci in Groenlandia (Credit: Ansa/Greenpeace)

Scioglimento dei ghiacci in Groenlandia (Credit: Ansa/Greenpeace)

Lunedì 29 novembre si apre a Cancun, in Messico, il Cop 16, la sedicesima Conferenza delle Parti sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Un anno dopo il vertice precedente di Copenaghen, i rappresentanti di oltre 190 paesi hanno una nuova occasione per formalizzare gli impegni per i tagli alle emissioni e scrivere una versione definitiva del nuovo trattato, che prenderà il posto del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

Alla vigilia dell’apertura dei lavori, com’è logico, piovono risultati di rapporti e ricerche sui cambiamenti climatici, che serviranno ai negoziatori da promemoria e da stimolo, si spera, per decisioni coraggiose. Il rapporto dell’Unep (Programma Onu per l’ambiente) dal titolo “The Emissions Gap Report“, stilato da 30 scienziati del clima provenienti da istituti di ricerca di diversi paesi, mette il dito sul divario tra le promesse di Copenaghen (dei paesi industrializzati e di quelli emergenti) e i tagli realmente necessari per limitare a un massimo di 2 °C l’aumento delle temperature in questo secolo.

Cosa emerge? Quello che si era già capito all’indomani della chiusura dei lavori in Danimarca: ammesso e non concesso che tutti i paesi operino il massimo dei tagli promessi, siamo ancora lontani dalla certezza di poter mantenere le temperature sotto la soglia giudicata critica dagli scienziati. I tagli promessi, insomma, rappresentano solo al 60 per cento di ciò che sarebbe necessario. Il “gap”, cioè il divario che dà il titolo al rapporto dell’Unep, consiste in circa 5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, che potrebbero fare tutta la differenza.

Secondo il rapporto, infatti, la produzione di gas serra dovrebbe fermarsi a quota 44 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2020, mentre con gli impegni attualmente sul tavolo si arriverebbe a un massimo di 49. Ma la situazione è ben più critica. Alzi la mano chi crede che paesi come Stati Uniti, India, Cina e altri grandi inquinatori faranno davvero il massimo promesso. Non c’è da giurarci, e allora ecco che in uno scenario di tagli minimi, e in mancanza di regole chiare per far rispettare gli impegni, potremmo ritrovarci con la bellezza di 53 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti.

Ma un altro rapporto sta per arrivare nella sala conferenze di Cancun, e potrebbe fornire ai delegati una motivazione in più per mettercela tutta. Lo ha stilato l’InterAcademy Medical Panel, un network di circa 70 accademie della scienza e della medicina, e riguarda i benefici per la salute delle politiche che mitigano i cambiamenti climatici.

Il documento, pubblicato oggi anche dalla rivista scientifica The Lancet, sostiene che proprio i benefici per la salute potrebbero in parte compensare i costi sostenuti per contrastare il cambiamento climatico, oltre a smentire il fatto che combattere il riscaldamento globale abbia costi economici e sociali insostenibili. E’ semmai vero il contrario, e gli effetti del climate change sulla salute, spesso dimenticati, hanno invece un costo sociale elevatissimo.

Il documento dell’Iamp fa alcuni esempi pratici. L’introduzione di 150 milioni di forni da cucina a bassa emissione in India potrebbe prevenire circa 2 milioni di morti premature causate dall’esposizione a inquinanti domestici e ridurre l’inquinamento da effetto-serra. La riduzione dell’uso delle auto private in città e la promozione di forme di mobilità alternative (come andare in bicicletta o camminare) ridurrebbero l’emissione di gas serra e diminuirebbero il numero di malattie croniche.

Menomale che almeno l’Europa sembra aver dichiarato guerra al riscaldamento globale… Mica tanto. Secondo il Climate Policy Tracker, strumento messo a punto da Wwf e istituto Ecofys per monitorare le politiche ambientali applicate nel Vecchio Continente, gli sforzi fatti finora non sono affatto sufficienti. Globalmente siamo ancora solo a un terzo del cammino necessario per raggiungere un’economia a basso tenore di carbonio. Bisogna insomma triplicare gli sforzi.

Tra i paesi più virtuosi troviamo Danimarca, Germania, Irlanda e Svezia. L’Italia si colloca a metà classifica: veniamo lodati per gli sgravi fiscali applicati ai lavori che migliorano l’efficienza energetica degli edifici, che però sono in scadenza a fine anno, e bacchettati per la mancanza di una strategia integrata, per l’assenza di sanzioni e per l’eccesso di burocrazia amministrativa.

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