Gli effetti della corsa svelati dalla risonanza magnetica

Atleti alla maratona di New York (Credit: Epa/Andrew Gombert)

Atleti alla maratona di New York (Credit: Epa/Andrew Gombert)

Cosa succede al corpo di un atleta che corre per 4.500 km? Nei due mesi che sono stati necessari ai 68 coraggiosi partiti il 19 aprile 2009 dalla Puglia per arrivare a destinazione a Capo Nord, in Norvegia, il tragitto della TransEurope-FootRace, Uwe Schütz, specialista in chirurgia ortopedica e traumatologia dell’Ospedale universitario di Ulm, in Germania, ha misurato le reazioni del corpo di 44 atleti che si sono offerti volontati. Grazie all’aiuto di un’apparecchiatura mobile per la risonanza magnetica è stato possibile verificare la risposta dell’organismo allo stress di questa corsa estrema. Alcuni risultati dello studio, presentato oggi al meeting annuale della Radiological Society of North America, sono utili per capire cosa accade anche ai normali maratoneti, e perfino ai corridori della domenica.

Una serie di dati biometrici, compresi esami del sangue e delle urine, sono stati raccolti giornalmente per tutta la durata della gara. Inoltre 22 partecipanti sono stati sottoposti a una risonanza magnetica totale circa ogni tre o quattro giorni di gara per un totale di 15-17 esami nel corso di 64 giorni.

A gara conclusa i ricercatori hanno potuto valutare la grande mole di dati per stabilire a quali cambiamenti è sottoposto il corpo dopo aver corso così a lungo. L’uso di un apparecchio per la risonanza magnetica mobile, che ha seguito gli atleti nel corso dell’intera gara, ha permesso di valutare i cambiamenti a livello di massa muscolare, grasso e cartilagini.

E’ emerso che i runner avevano perso in media il 5,4 per cento del loro volume corporeo, la maggior parte del quale durante i primi 2.000 km. Inoltre si è scoperto che avevano perso il 40 per cento del loro grasso corporeo nella prima metà della gara per arrivare a consumarne il 50 per cento in tutta la corsa. Anche i muscoli delle gambe hanno subìto una perdita di volume valutata intorno al 7 per cento. “Una delle cose sorprendenti che abbiamo scoperto”, ha commentato Schütz, “è che, nonostante la corsa quotidiana, i muscoli delle gambe degli atleti hanno subito una degenerazione a causa dell’immenso consumo energetico“.

Siccome però sono davvero pochi coloro che si avventurano in imprese di questa portata, quali consigli può trarre dai risultati dello studio chi corre per distanze più “abbordabili”, dalla maratona in giù? Per esempio che che “la regola ’se provi dolore non dovresti correre’ non è sempre corretta”, spiega Schütz. “Alcuni infortuni alle gambe non rappresentano un ostacolo per la gara. E’ il caso delle infiammazioni alle cosce o ai polpacci: continuando a correrci su non c’è il pericolo di provocare ulteriore danno ai tessuti, mentre altre lesioni, come l’infiammazione delle articolazioni, comportano maggiori rischi“.

E poi c’è la notizia che farà piacere a quanti si sono appena dati alla corsa con la speranza di sconfiggere il grasso in eccesso. Gli studiosi di Ulm hanno scoperto che il primo tessuto intaccato dalla corsa è proprio il grasso e, in particolare, quello viscerale, che viene “bruciato” dalla corsa molto prima di quanto si pensasse. Il grasso viscerale è il più pericoloso perché collegato a problemi cardiovascolari.

La maggiore perdita di grasso avviene a uno stadio iniziale della corsa. “In chi comincia a correre gli effetti sulla riduzione del grasso sono più marcati rispetto a coloro che corrono da anni”, spiega Uwe Schütz. Che mette in guardia quanti, ottenuto il dimagrimento sperato, intendono appendere le scarpe al chiodo: “Bisogna praticare questo sport con costanza nel corso degli anni. Chi smette per lunghi periodi dovrà ridurre il proprio apporto calorico o scegliere qualche altra attività aerobica se vuole evitare di prendere peso“.

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