Ciò che è male per gli utenti è male anche per Google

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Google indagata per abuso di posizione dominante ormai non fa quasi più notizia. Sono anni - da quando cioè Google è diventata la grande G - che il numero uno fra i motori di ricerca viene accusato di comportamenti monopolisti. Sorprende semmai la calma olimpica con cui a Mountain View reagiscono alle cattive notizie.

State un po’ a sentire cosa dice il comunicato ufficiale che l’azienda ha diramato dopo aver appreso che l’Unione europea ha aperto un’indagine per chiarire se il motore di ricerca abbia o meno declassato nei suoi risultati alcuni servizi concorrenti (fra cui anche uno di Microsoft):

Ci siamo sempre impegnati a mettere l’utente in primo luogo, fornendo le migliori risposte nel più breve tempo possibile e i nostri ingegneri che lavorano sull’innovazione e sul prodotto hanno fornito risultati che gli utenti sembrano apprezzare, in un mondo dove la concorrenza è solo a un clic di distanza.

Tuttavia, dato che il nostro successo e la natura dirompente del nostro business, è del tutto comprensibile che ciò abbia provocato disagio tra altre società, colpendo l’attenzione delle autorità che si occupano di regolamentazione.

Oggi, la Commissione Europea ha annunciato che continuerà a esaminare le denunce riguardanti la ricerca di Google e i sistemi di search advertising. Rispettiamo il loro processo e continueremo a lavorare a stretto contatto con la Commissione per rispondere alle loro domande.

Sembrano parole già sentite che fanno pensare a tre cose:

1.    Google utilizza un prontuario di frasi fatte buono per tutte le occasioni
2.    Google è serena perché sa di aver fatto le cose come giusto che siano (del resto i criteri di attribuzione del pagerank sono pubblici)
3.    Google ha davvero la coda di paglia e sa che in queste occasioni è meglio dimostrarsi conciliante

Oppure, come spesso accade, la verità sta nel mezzo: Google ha avuto la fortuna (e il merito) di tracciare una strada in un territorio quasi inesplorato che oggi qualcuno vorrebbe regolamentare in modo più chiaro. Il che, tutto sommato, a Google andrebbe pure bene, visto che ormai è diventato quello che è (la grande G appunto).

A proposito di Google, motori di ricerca e discriminazioni, ha fatto scalpore in questi giorni un articolo pubblicato dal New York Times nel quale si narra la vicenda di un sito che vende occhiali che afferma di aver scalato le classifiche di Google grazie ai commenti e alle segnalazioni (perlopiù negative) di clienti insoddisfatti.

Dalle pagine del suo blog, Google ha voluto precisare che questo genere di furbate da qui in avanti non funzioneranno più. Il motore di ricerca ha infatti cambiato un pezzo del suo algoritmo per cercare di carpire – oltre al numero – anche il sentimento dei link in entrata. Insomma, da oggi in poi Google saprà distinguere (e di conseguenza premiare in termini di pagerank) i siti con link e commenti positivi da quelli con feedback negativi.

Come ci sia riuscita in termini tecnici Google non lo dice (ci sarebbe il rischio che qualcuno adotti le contromisure). La società però si limita a dire che d’ora in avanti quel che è male per gli utenti sarà male anche per Google.

Non male per una realtà il cui motto è Non essere il male.

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