Eco-prodotti: hanno davvero un cuore verde?

Foto: Flickr

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Quanti sono i prodotti che cercano di attirare la nostra attenzione dagli scaffali del supermercato vantando virtù ambientaliste? Non tutti però sono davvero amici dell’ambiente, alcuni millantano e basta, tanto non costa niente. Il fenomeno è noto e analizzato da tempo, tanto da avere anche un nome: greenwashing, che letteralmente significa lavaggio verde.

Riciclabile, amico dell’ambiente, biodegradabile, non tossico o anche semplicemente verde; per poter associare a un prodotto messo in commercio uno di questi appellativi non c’è bisogno che venga sottoposto a controlli particolari o che rispetti norme severe. In sostanza i green claim possono essere affibbiati a piacimento dalle aziende, almeno fino a che qualcuno, di solito un’associazione ambientalista o di consumatori, sporge denuncia al Garante per pubblicità ingannevole.

Qualche esempio di greenwashing? In America il sito Greenwashingindex ne fornisce a dozzine, su segnalazione dei lettori, che possono indicare i prodotti veramente verdi e quelli che pur dichiarandosi tali non lo sono proprio per niente. Uno per tutti, l’acqua minerale Fiji. Già di per sé l’acqua in bottiglia è la cosa meno ”verde” che esiste, ma un’acqua che in più viene spedita dalle isole Fiji fino agli Stati Uniti (a una distanza media di circa 10.000 km) quanta CO2 emetterà nel trasporto?

Spesso poi il verde si annacqua già a partire dalla composizione del prodotto. La conferma arriva da una ricerca presentata al Meeting dell’American Chemical Society in corso ad Anaheim, in California, che rivela che alcuni degli ingredienti nei prodotti verdi provengono dal petrolio e non da fonti naturali. Analizzando una dozzina di campioni di detersivi per bucato, piatti e detergenti per le mani con una variante della tecnica della datazione del carbonio 14, utilizzata dagli archeologi per stabilire l’epoca a cui risalgono i reperti, si è scoperto che il carbonio contenuto nei prodotti non era mai al 100 per cento di origine vegetale. Le dichiarazioni in etichetta in alcuni casi sono in palese contraddizione con la realtà dei fatti.

“Un sapone liquido per il bucato”, spiega Cara Bondi, autrice dello studio, “che si dichiara privo di derivati dal petrolio in realtà contiene solo il 69 per cento di carbonio di derivazione vegetale, il che significa che il restante 31 per cento deriva di fatto dal petrolio”. La provenienza del carbonio, prosegue Bondi, è la pietra angolare della sostenibilità e, come tale, comprendere il rapporto che tra quello derivato dalle piante e quello proveniente dal petrolio è cruciale”.

Un punto di vista interessante ma difficile da far comprendere ai consumatori. Molto più semplice sarebbe apporre un’etichetta su ogni prodotto che ne quantifichi l’impronta ecologica: quanta CO2 è stata emessa per produrre quel bene, e idealmente, anche quanta ne è servita per portarlo fino a quello scaffale. Lo propone sulle pagine di Nature Climate Change Michael Vandenbergh, del Climate Change Research network della Vanderbilt University di Nashville, autore insieme a due colleghi di un articolo sull’etichettatura ambientale.

In attesa che siano i governi a imporre questo tipo di tracciabilità per i prodotti destinati ai consumatori, la messa a punto di un sistema globale privato di etichettatura ambientale potrebbe avere secondo gli autori effetti molto positivi sul contenimento delle emissioni. Qualcosa già esiste, per esempio sui prodotti della catena di supermercati inglese Tesco e di quella francese Casino, ma si tratta di iniziative singole mentre servirebbero linee guida e un sistema comune, anche per consentire ai consumatori un reale confronto tra tutti i prodotti.

L’articolo cita un sondaggio che risale al 2008, svolto in otto paesi, da cui è emerso che il 33 per cento dei consumatori sono pronti a comprare prodotti verdi o lo hanno già fatto in passato. Dal momento che la domanda esiste, quello che adesso manca è un’offerta razionalizzata. Tra l’altro mettere in evidenza l’impronta ecologica dei prodotti è anche un modo per incentivare le aziende a ridurre le emissioni, per fare una figura migliore con i potenziali clienti e farsi scegliere. Il che avrebbe due conseguenze: riduzione dei costi di produzione e innesco di un circolo virtuoso che in ultima analisi porterebbe alla diminuzione delle emissioni totali per la produzione di beni di consumo.

In molti sono al lavoro sul life cycle assessment (analisi del ciclo di vita) dei prodotti delle diverse tipologie, dalle materie prime alla produzione, dal trasporto all’eliminazione a fine vita. Altri, come l’Organizzazione Internazionale per la standardizzazione (ISO), cercano di mettere a punto delle linee guida per l’etichettatura, in questo caso lo standard ISO 14067 che dovrebbe vedere la luce entro l’anno.

Anche la più completa etichetta ambientale, però, deve essere fatta in modo da essere visibile e facilmente fruibile per fare davvero la differenza in termini di scelta. Si dovranno rendere disponibili informazioni aggiuntive sul prodotto leggibili attraverso il codice a barre dai cellulari evoluti, suggerisce Nature: giacché la tecnologia esiste, perché non sfruttarla?

Già oggi molti consumatori dichiarano di scegliere i prodotti alimentari anche in base ai dati contenuti nell’etichetta nutrizionale, sempre più presente anche in Italia, pur non essendo obbligatoria. Si può sperare che in futuro sarà lo stesso per l’etichetta ambientale, che questa cioè abbia il potere di orientare le scelte dei consumatori e quindi in ultima analisi influenzare in modo significativo il sistema produttivo, rendendolo davvero, e non solo a parole, più verde.

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