Di Paul D. Ceglia vi ho già parlato in questo articolo. Quello che ancora non vi ho detto dell’uomo che rivendica la metà (e oltre) di Facebook lo trovate in questo secondo atto di citazione, depositato lo scorso 11 aprile presso la Corte Federale di New York. Nel documento ci sono pure le email che Ceglia e Mark Zuckerberg si scambiarono fra il 2003 e il 2004, all’epoca cioè della nascita del primo embrione del portale blu, The face book.
Qui trovate l’intero scambio epistolare, ma vale la pena riportare la traduzione di una delle mail più significative che – stando a quello che racconta Ceglia – fu scritta da Mark Zuckerberg il 2 febbraio del 2004.
Paul, ho un problema piuttosto serio da discutere con te, in base al nostro contratto ti devo oltre il 30% più la penale dovuta al ritardo sui pagamenti, il che ti darebbe oltre l’80% della società. Per prima cosa ti voglio dire che penso che ciò sia completamente ingiusto, ho fatto molto lavoro supplementare per te sul tuo sito e questo ha causato quei ritardi e secondariamente non credo nemmeno che sia legale addebitare una penale di questa portata. Soprattutto, se hai intenzione di insistere su questa percentuale smisurata non mi prenderei la briga di mettere il sito online. Vorrei suggerirti di cancellare la penale completamente e tornare ufficialmente all’accordo sul 50% della proprietà.
Insomma per un lavoro da 1000 dollari, Mark Zuckerberg rischia ora di perdere ora la metà di un impero che vale 55 miliardi di dollari.
Ma cosa succederà adesso? La linea difensiva di Mark Zuckerberg sembra orientata a smontare le accuse di Ceglia puntando su tre aspetti chiave della vicenda:
1- Produrre email false è abbastanza semplice.
2. I precedenti di Ceglia, condannato per frode in un affare di compravendita di pellet e ancor prima per possesso di sostanze allucinogene.
3. Per quale motivo Ceglia ha atteso 7 anni prima di mostrare queste prove? (Per la cronaca, lui dice di essersi reso conto di quello che aveva in mano solo quando fu costretto frugare fra i suoi vecchi file per l’affare dei pellet).
D’altro canto, fa notare Business Insider, ci sono alcuni aspetti che rendono tutta la vicenda, per quanto paradossale, comunque credibile:
1. Il fatto che uno dei più autorevoli studi legali come DLA Piper, abbia deciso di rappresentare Ceglia dopo aver analizzato i fatti (e le prove)
2. La natura stessa dell’accusa. Se Ceglia avesse voluto davvero inventarsi tutto di sana pianta avrebbe scelto una storia più credibile che non quella che lo vede proprietario dell’84% di una delle società più potenti del Pianeta.
3. Considerati i rischi che possono derivare dalla presentazione di documenti falsi in una Corte Federale si può davvero credere che Ceglia si sia buttato in una causa contro Facebook (e i suoi legali) senza avere nulla in mano?
La questione resta comunque delicata, considerato il valore di Facebook e il numero di investitori che gravitano intorno al social network dalle uova d’oro.
Le indagini della Corte Federale di New York ci diranno qualcosa di più, a cominciare dall’attendibilità delle e-mail utilizzate come prove. Per il momento Zuckerberg si gode la vittoria in un’altra causa, quella intentata dai gemelli Winklevoss, gli ex-compagni di Harvard che lo accusavano di essersi appropriato di una loro idea per creare Facebook.
- Giovedì 14 Aprile 2011

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