Brink, il gioco di squadra è tutto

Un'immagine del gioco

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Proporre qualcosa di originale è essenziale se vuoi inserirti in una fetta di mercato stracolma di concorrenti spietati. Con questo principio piantato in mente, gli sviluppatori dell’inglese Splash Damage hanno realizzato Brink (PC, PS3, Xbox 360), fondendo lo sparatutto in prima persona con il parkour e puntando tutto sul multiplayer online a squadre (si gioca fino a 8 contro 8).

Sulla carta l’idea era vincente: le evoluzioni acrobatiche potevano esaltare la velocità e l’imprevedibilità degli scontri a fuoco, perché un conto è affrontare nemici asserragliati dietro un riparo, un altro è vederli saltare su un muro, scalare una sporgenza e scivolare lungo un corrimano. L’approccio tattico, in teoria, dovrebbe essere decisamente più vario del solito.

Tutto questo resta però sulla carta. Il parkour fa veramente la differenza meno spesso di quanto sperato e capita di vedere più di un giocatore che adotta tattiche ‘tradizionali’, tipiche di molti altri FPS. Viene meno, quindi, parte dell’originalità di Brink, e questo difetto, insieme ad altre mancanze (tra cui l’irrisoria modalità in singolo e l’IA scarsa), sminuisce un potenziale per altri aspetti notevole: le classi sono ottimamente bilanciate, c’è un alto tasso di personalizzazione, le mappe sono varie (e Splash Damage ne ha promesse altre dopo le otto di partenza).

A conti fatti, Brink si assesta un gradino sotto le attese, ma gli appassionati di multiplayer in team - e qui la collaborazione tra compagni di squadra è vitale - potrebbero apprezzarlo comunque.

Uno degli aspetti più notevoli, alla fine, si rivela lo spunto narrativo. Pescando a piene mani dagli allarmi per il riscaldamento globale, gli autori hanno ipotizzato che nel 2045 l’innalzamento degli oceani avrà decimato la popolazione terrestre. I pochi luoghi abitabili, tra i quali l’arcipelago artificiale teatro di Brink, vedranno una guerra senza quartiere tra gli agenti di sicurezza e i profughi. Ecco, una contestualizzazione di questo tipo è l’ennesima prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che i videogame non sono per forza cose per bambini.

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