Sono sincero. Non sono mai stato un grosso estimatore di MySpace, anche se devo ammettere che ha avuto il merito di cambiare un po’ le regole della comunicazione sul Web quando ancora nessuno parlava di social network.
Nemmeno io però immaginavo una fine così mesta. Già perché quello che per molti è stato il precursore di Facebook e Twitter è stato appena (s)venduto dalla News Corporation a una società di advertising (la Specific Media) per una cifra che si aggira intorno ai 35 milioni di dollari. Una miseria se si tiene conto che nel 2005, quando cioè Rupert Murdoch acquistò il servizio da Intermix Media, MySpace valeva più di mezzo miliardo di dollari.
Una fine inevitabile considerando la parabola del servizio, in caduta libera da almeno tre anni, più o meno da quando Facebook ha iniziato la sua ascesa. E che ha molto da insegnare su quelle che sono le dinamiche del Web.
La prima considerazione, doverosa anche se per certi versi banale, è che nel mondo digitale si fa in fretta a passare dalle stelle alle stalle. Se pensiamo che solo nel 2006 MySpace era all’apice del suo successo (90 milioni di utenti e quasi 30 miliardi di visite) e che nel giro di cinque anni è diventato uno scatolone senza valore si può certamente dire che su Internet, più che in ogni altro dove, non sono ammessi gli errori, soprattutto quando alla base c’è la scarsa capacità di innovare e rinnovarsi (bisogna ammettere che a parte qualche restyling grafico, MySpace non si è mai evoluto). La presenza di una concorrenza folta e agguerritissima non consente a nessuno di vivere sugli allori, nemmeno se ti chiami News Corporation e sei il più grande impero mondiale della comunicazione.
Il fallimento di MySpace (perché di fallimento si tratta) ci dimostra ancora una volta che le buone idee finiscono spesso per diventare mele marce quando passano sotto la grande mano delle multinazionali. Yahoo!, dunque, non è il solo caso di Re Mida al contrario (capace di rovinare tutto ciò che in origine era oro). Evidentemente il problema è più diffuso e mette in luce un aspetto su cui vale la pena ragionare: nel mondo del Web i soldi non sempre fanno la felicità. Senza una strategia vincente a ben poco serve la profusione di capitali (MySpace ha sperperato in questi cinque anni qualcosa come 1 miliardo di dollari), se non a ritardare la fine.
Allo stesso modo, occorre fare un minimo di riflessione su quella che è la grande illusione rappresentata dal numero degli utenti. Per anni il mondo di Internet ha pensato di poter misurare il valore dei propri servizi attraverso il traffico. Pare ormai chiaro che senza la capacità di trasformare le visite degli utenti in qualcosa di profittevole il gioco non regge: le grandi masse finiscono per diventare solo numeri sterili.
Un aspetto che Facebook, Twitter e tutti i grandi servizi “figli” di MySpace dovrebbero tenere in considerazione, soprattutto nel momento in cui arriveranno a quotarsi in borsa.
- Venerdì 1 Luglio 2011


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Commenti
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Il 9 Agosto 2011 alle 18:18 jusyaccetta ha scritto:
Ottimo articolo e analisi obiettiva. Aggiungo che il problema non vale solo per i social ma per l’intero web…. siti aziendali in primis!
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