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A proposito dell’ultima missione dello Shuttle, vi consiglio di andare a vedere la foto pubblicata da Chris Bray sul suo profilo Flickr. Uno scatto che vale doppio visto che contiene due istantanee che ritraggono Chris e il padre Kenneth nello stesso luogo (Cape Canaveral), nella stessa posizione e (più o meno) gli stessi vestiti. Tutto uguale? No, perché in realtà le due foto sono state scattate a distanza di trent’anni l’una dall’altra.
Trent’anni, il tempo intercorso fra la prima e l’ultima missione dello Shuttle. Chris Bray e il padre Kenneth erano lì in entrambe le occasioni, quasi avessero avuto l’incarico dalla Nasa di immortalare l’alfa e l’omega di un pezzo della storia delle missioni spaziali.
Il bello è che lo Shuttle nemmeno si vede. Il racconto sta tutto nei due protagonisti, che sembra quasi non si siano mai mossi dal Kennedy Space Center in questi trent’anni.
Così, nella prima foto, quella del 12 aprile del 1981 (data della prima missione dello Shuttle Columbia), gli occhi del padre sono incollati a un binocolo a guardare quello che sarebbe diventato uno dei simboli della supremazia yankee sul mondo intero. Occhi che guardano al futuro, in un’epoca – eravamo all’alba dell’era reaganiana - in cui sognare era lecito.
Trent’anni dopo, l’8 luglio del 2011, quegli stessi occhi sono sullo stesso cannocchiale, ma sembrano guardare all’indietro, al passato, a questi trent’anni in cui – oltre alle 135 missioni dello Shuttle – si è consumato definitivamente il sogno americano (e forse non solo quello spaziale). Restano i capelli grigi, che sono poi quelli dell’America intera, una nazione incanutita dalla crisi economica e che forse non ha più il tempo (e risorse) per le missioni interplanetarie.
E poi c’è quella piccola videocamera nelle mani di Chris, quasi invisibile rispetto a quella che egli stesso impugnava trent’anni prima. Come a sottolineare che, con o senza Shuttle, il progresso tecnologico non si ferma mai.
- Mercoledì 13 Luglio 2011


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