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Le cellule tumorali sono versioni più perfette di noi stessi. Questa affermazione arriva a pagina 26 di un volume di oltre 700, ma invece di togliere al lettore ogni speranza, e quindi qualsiasi voglia di proseguire nell’impegnativa lettura, ne stimola l’interesse e la curiosità. L’imperatore del male (Neri Pozza), il libro di Siddhartha Mukherjee, oncologo americano, indiano di nascita, che si è aggiudicato il premio Pulitzer per la saggistica nel 2011, ci accompagna nella scoperta di una malattia che, come suggerisce il titolo originale del libro, è l’imperatore di tutti i malanni.
Una malattia antica di millenni che la scienza medica si è per lunghissimo tempo impegnata a sconfiggere prima ancora di conoscerla davvero. Seguire le tappe del suo disvelamento è un percorso affascinante che insegna molte cose non solo sul cancro ma anche su come la scienza l’abbia affrontatao, con errori madornali, tentativi fatti alla cieca, incredibili colpi di fortuna, speranze deluse e apparenti contraddizioni.
Onkos, ci spiega l’autore, è una parola greca che significa massa ma anche peso. In questo senso il cancro è un peso portato dal corpo. E questo peso, morale oltre che fisico, Mukherjee lo descrive in maniera convincente inframmezzando la storia della malattia con le storie dei suoi pazienti. La scienza si sa procede per tentativi, ma i pazienti di vita ne hanno una soltanto e sono disposti a metterla in gioco, dal momento che rischiano comunque di perderla, per tentare cure rischiose, sperimentali, che forse saranno “la cura giusta”, la pallottola magica che colpirà la malattia al cuore restituendo chi ne soffre alla sua vita.
Colpisce dover constatare la distanza tra le quantità di denaro, ricerca e talento impiegati per trovare una soluzione all’enigma cancro e la lentezza esasperante dei progressi fatti. Il superamento di alcuni preconcetti è stata la chiave per indirizzare la ricerca nel modo davvero più utile. Per esempio alla fine degli anni Sessanta si credeva che il cancro “possedesse una sola causa, un solo meccanismo, una sola cura“. Medici e studiosi dopo anni di tentativi spesso infruttuosi si resero invece conto di aver a che fare con una realtà molto più sfaccettata di così.
Proprio questo genere di semplificazioni, dettate dalla scarsissima conoscenza della malattia, portavano a credere che la cura fosse a portata di mano. Nel 1969 si diceva “oggi la luna, domani il cancro“. La ricerca spasmodica di questa cura ha visto contrapporsi negli anni i chirurghi ai chemioterapisti, i fautori della chirurgia radicale (che ha deturpato, spesso purtroppo inutilmente, centinaia di migliaia di donne) a coloro che invece ritenevano che fossero più utili interventi mirati. E poi, più semplicemente, medici e pazienti. Gli uni spesso insensibili all’aspetto umano della malattia, che non esiste in quanto tale ma inserita nel corpo di una persona. Gli altri assetati di soluzioni, anche provvisorie, anche illusorie, spesso inefficaci.
Molte sono le tappe fondamentali di quella che oltre a essere una biografia è anche il racconto di una battaglia. Mukherjee spiega come, negli anni del secondo dopoguerra, la malattia fu portata al centro del discorso pubblico in America, grazie al lavoro di attivisti ostinati. E poi analizza i passaggi che portarono dalla concentrazione ossessiva sulla cura (subito e a ogni costo) alla consapevolezza che prima di tutto bisognava conoscere la fisiologia del cancro, e prima ancora capire se la malattia era in qualche modo prevenibile. Il racconto della scoperta dei fattori di rischio, dell’esistenza di sostanze cancerogene, in grado cioè di scatenare la malattia in persone sane, è una delle parti più affascinanti dell’Imperatore del male.
Oggi ne sappiamo molto di più, conosciamo le implicazioni genetiche e molecolari che sono alla base dello sviluppo e del decorso dei tumori. Sappiamo che i tumori geneticamente più “semplici”, con meno mutazioni, sono più curabili, e alcuni tipi di cancro sono stati, se non sconfitti, almeno domati al punto da renderli non mortali, permettendo a chi ne soffre di conviverci.
Gli errori di valutazione del passato insegnano che un eccessivo ottimismo non paga, ma in uno dei capitoli finali del libro, l’autore delinea tre strade per la medicina oncologica: la terapia genetica, mirata a intervenire su ogni singolo cancro, individuandone le mutazioni responsabili, la prevenzione, che richiede studi epidemiologici su vastissima scala per evidenziare possibili fattori di rischio su cui intervenire, e infine la comprensione del comportamento del cancro. Dobbiamo in pratica ancora scoprire come mai le cellule tumorali sono versioni più perfette di noi stessi, solo così troveremo la chiave per sconfiggere l’imperatore del male.
In questo video (in inglese) l’autore spiega perché ha scritto il libro.
- Venerdì 7 Ottobre 2011

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