Un ovulo non fecondato è titolare di diritti e va difeso, non può diventare un prodotto coperto da brevetto. Questa in sintesi la conclusione cui è giunta la Corte di giustizia europea che ha sede in Lussemburgo, mettendo la parola fine alla possibilità di coltivare in Europa cellule embrionali da cui ricavare staminali da utilizzare per curare malattie in persone adulte.
La sentenza si riferisce una causa tra Oliver Brüstle, direttore dell’Istituto di Neurobiologia Ricostruttiva dell’Università di Bonn, in Germania, e l’associazione ambientalista Greenpeace. Il primo aveva brevettato un farmaco ricavato dalle cellule staminali embrionali impiegato nella cura dell’Alzheimer, la seconda aveva fatto appello alla Corte sostenendo la non brevettabilità dell’embrione umano.
La Corte con questa sentenza dà ragione a Greenpeace, annulla il brevetto di Brüstle e di fatto stabilisce che in Europa non potranno essere brevettati e quindi commercializzati farmaci messi a punto a partire dalle cellule staminali embrionali, che comportano la distruzione dell’embrione, e usati per curare malattie negli esseri umani adulti. Il direttore campagne di Greenpeace Alessandro Giannì commenta così: “Siamo ovviamente soddisfatti della pronuncia della Corte, ma per noi si tratta di una conferma del principio visto che ci sono dei limiti chiari e invalicabili sugli embrioni umani”. E prosegue: “la brevettabilità di embrioni umani porta con sé il rischio concreto di clonazione ma anche della nascita di un mercato degli embrioni umani”.
La sentenza è naturalmente destinata a far discutere, soprattutto in quegli ambienti in cui si fa ricerca proprio sulle staminali e si teme che dalla sperimentazione pura in laboratorio sia difficile passare a cure reali su pazienti veri senza il coinvolgimento delle case farmaceutiche, che però lavorano per fare profitto e quindi hanno bisogno di poter brevettare i farmaci che mettono a punto.
“Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione sull’uomo basata sull’utilizzo di cellule staminali di origine embrionale per curare pazienti con gravi lesioni alla colonna vertebrale“, spiega Ignazio Marino, senatore PD, medico e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale. “Recentemente anche la Gran Bretagna ha autorizzato una sperimentazione con lo scopo di curare alcune forme di cecità nei bambini. Se queste ricerche daranno risultati positivi, significa che in futuro chi è sulla sedia a rotelle potrebbe ricominciare a camminare e chi non vede potrebbe ritrovare la vista”.
Siamo già così avanti nella ricerca, fa notare Marino, mentre la politica rimane così indietro. C’è un “ritardo da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali e della politica, rispetto alle valutazioni e agli interrogativi che il progresso scientifico pone a tutta la società”. Se davvero le staminali si dimostreranno in grado di far camminare chi è in sedia a rotelle e di far tornare la vista a chi non vede, sostiene Marino, “chi potrà opporsi all’utilizzo delle cellule prelevate dagli embrioni congelati nelle cliniche per l’infertilità, non utilizzati a scopo riproduttivo e destinati alla distruzione?”.
E se per il ministro della Salute Ferruccio Fazio quella della Corte è “una decisione saggia, in linea con la legislazione italiana”, per l’Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca è invece “a-scientifica e limitante”. “Non esiste alcun motivo scientifico, infatti - sostengono Filomena Gallo e Marco Cappato - per discriminare i risultati della ricerca sulle cellule staminali embrionali, ad esempio, rispetto a quelli sulle staminali adulte”.
Non è d’accordo Angelo Vescovi, direttore scientifico dell’Irccs Casa del Sollievo. “Nel mondo sono emerse tecniche per fare le stesse cose che si fanno con le embrionali, e anche di più. Noi in Europa potremmo invece diventare pionieri delle tecniche alternative: sono sicuro che gli altri paesi intensificheranno gli investimenti, spero lo faccia anche l’Italia”. Vescovi allude alle cellule staminali riprogrammate, cioè cellule adulte indotte a comportarsi come quelle embrionali.
Ed è molto scettico sui reali benefici dello studio delle staminali embrionali il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, che sostiene che “proibire queste ricerche non ferma di certo la storia della medicina. Le staminali embrionali si studiano da 20-25 anni e ancora non ci sono stati benefici per i pazienti”.
Il più feroce critico della sentenza europea è Carlo Alberto Redi, genetista dell’Università di Pavia: “Quella della Corte - afferma - è una visione restrittiva della biologia. Limitando la possibilità delle aziende di fare profitto si impedisce loro di studiare terapie cellulari da cui si possono ricavare farmaci. Qualcuno potrebbe pensare che così si spingeranno le aziende a tentare altre strade, ma è più probabile che queste ricerche continueranno in paesi come Usa, Brasile o India, che sono impegnati da tempo in questo campo”.
- Mercoledì 19 Ottobre 2011

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