Molto probabilmente nascerà nella regione dell’Asia/Pacifico, una delle aree del mondo in cui il tasso di crescita demografica è più elevato, il bambino che porterà il conto della popolazione globale a 7 miliardi tondi tondi entro la fine di questo mese di ottobre. Il 31 ottobre 2011 ci saranno sulla Terra il doppio delle persone che vi abitavano nel 1967, appena 44 anni fa. Cosa ci riserva il futuro?
Stiamo assistendo a un paradosso: il tasso di crescita della popolazione è calato globalmente di quasi un punto percentuale, passando dal 2,1% di fine anni Sessanta all’1,2% di oggi. Ma la popolazione mondiale continua ad aumentare. Nei paesi in cui migliora il benessere si fanno meno figli, ma la durata della vita aumenta, il che significa che un tasso di fecondità più basso non si traduce in una immediata diminuzione della popolazione.
L’ulteriore paradosso, che somiglia piuttosto a un rompicapo, è che in pratica per rallentare la crescita demografica nei paesi più poveri sarebbe necessario migliorarne le condizioni economiche di quel tanto da consentire un migliore livello di istruzione. Questo si traduce solitamente in una diminuzione del numero di figli per donna, il che contribuisce ulteriormente a migliorare le condizioni economiche della società e quindi la qualità della vita degli individui. Ovviamente non esiste una formula scientifica che permetta ai demografi di predire con sicurezza l’andamento della fertilità umana ma l’osservazione empirica ha evidenziato che un trend esiste.
Come spiega alla rivista Nature Joel Cohen, capo del Laboratorio delle popolazioni della Rockfeller University di New York, la vera preoccupazione è costituita dai 3,4 miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari a giorno. Il numero medio di figli per donna nei paesi meno sviluppati è di 4,5, contro l’1,7 dei paesi più ricchi.
La maggior parte dei nuovi nati, quindi, verrà al mondo in paesi dove l’accesso a beni primari come l’energia e l’istruzione è scarso, il che non farà che alimentare il circolo vizioso della sovrappopolazione. Bastano piccoli aumenti di ricchezza e istruzione, secondo Cohen, per provocare notevoli cali nella fertilità e alleggerire enormemente il fardello della crescita della popolazione, che in molti casi è il vero ostacolo allo sviluppo.
I problemi da prendere in considerazione sono numerosi, ma si possono riassumere in un’unica grossa domanda: possono le risorse limitate del nostro pianeta bastare per una popolazione di queste dimensioni, e proiettata in ulteriore crescita nel futuro? Le previsioni più cupe del passato sono spesso state smentite, e le idee di Robert Malthus, che alla fine del diciottesimo secolo predicava la castità come rimedio migliore contro la sciagura della sovrappopolazione, che avrebbe provocato un immiserimento globale e condotto alla catastrofe, oggi fanno sorridere.
Una buona notizia la si può in realtà registrare ed è la seguente: la crescita sta già cominciando a rallentare. Ci sono voluti 130 anni perché la popolazione mondiale passasse da 1 a 2 miliardi di persone, e solo 30 per passare da 2 a 3 miliardi. L’intervallo si è poi progressivamente accorciato. Per passare da 6 a 7 miliardi di persone sono occorsi circa 13 anni, ma si prevede che, per la prima volta ne servirano di più per toccare quota 8 miliardi, forse succederà nel 2025.
Per capire come funziona la transizione demografica, che porta un paese a passare da alti tassi di natalità e mortalità a bassi tassi di entrambe, e quindi a una popolazione stabile o addirittura in diminuzione, il Population Reference Bureau, centro studi statunitense che si occupa di demografia, salute globale e fertilità, individua quattro fasi, rappresentate da quattro paesi simbolo.
L’Uganda, che con i suoi 35 milioni di abitanti è uno dei paesi più popolosi dell’Africa e anche uno di quelli in cui la crescita della popolazione è più rapida, sta cominciando a veder calare il proprio tasso di mortalità, mentre mantiene un alto tasso di fecondità (tra 6 e 7 figli per donna). La sua popolazione è perciò destinata ad aumentare ancora: raddoppierà in 20 anni, raggiungendo i 70 milioni di persone nel 2031, e toccherà 100 milioni di individui probabilmente entro il 2040, di cui la metà con meno di 20 anni di età. Servono politiche di pianificazione familiare per evitare che la crescita demografica non vanifichi la recente crescita economica.
Il Guatemala rappresenta il secondo stadio della transizione. Il tasso di nascite e morti è in calo: il tasso di fecondità è passato in 20 anni da 5,6 a 3,6 figli per donna anche grazie a un sostanziale investimento in politiche di pianificazione familiare. Se i tassi resteranno stabili si prevede che i 14 milioni di abitanti raddoppieranno in 26 anni.
Si trova in una fase di transizione assai più matura l’India, dove il tasso di nascite si sta avvicinando al cosiddetto livello di sostituzione (pari a 2,1 figli per donna), avendo raggiunto quota 2,6, pari alla metà del livello degli anni ‘50. Tra 10 anni è probabile che l’India superi la Cina diventando il paese più popoloso del mondo, ma la sua crescita demografica sta rallentando di pari passo con l’aumentare di benessere economico e livello di istruzione. Questi cambiamenti avvengono però in maniera diseguale nelle diverse sterminate regioni del paese, il che lascia gli studiosi in dubbio su quando l’India nel suo complesso possa raggiungere la fase 4 di transizione demografica, quella in cui la popolazione smette di crescere.
Un paese che si trova in questa ultima fase è la Germania, dove il tasso di fecondità è molto basso, così come il tasso di mortalità. Con i suoi 82 milioni di abitanti la Germania resta il paese più popoloso d’Europa, ma ha registrato un calo di oltre 1 milione di abitanti negli ultimi 5 anni. Qui come altrove in Europa, Italia in primis, il problema demografico più sentito è quello della scarsa crescita e della mancata integrazione tra gli immigrati e la popolazione residente.
Una volta raggiunta la fase di maturità della transizione demografica i paesi si trovano di fronte a un altro grattacapo non da poco: quello dell’invecchiamento della popolazione. In base alle proiezioni Eurostat nel 2040 Germania e Italia (con uno dei tassi di fecondità più bassi del mondo, pari a 1,2 figli per donna) dovranno fare i conti con una popolazione composta per oltre il 30% da persone ultrasessantacinquenni. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme avvertendo che già adesso vi sono nel mondo 61 paesi che hanno crescita zero o crescita negativa: la loro popolazione è in calo. Nel 2050 il numero di 80enni sul pianeta sarà quattro volte quello odierno.
Giunti alla soglia dei 7 miliardi di abitanti, è quindi giusto chiedersi: siamo troppi o troppo pochi? Secondo lo studioso Joel Cohen entrambe queste tendenze in corso nel mondo sono problematiche, ma la soluzione esiste e, sorprendentemente, può essere in parte la stessa: l’istruzione. Più istruzione, come abbiamo visto, diminuisce il tasso di fecondità perché fornisce alle donne delle alternative. La pianificazione familiare consente di realizzarle.
Quanto all’invecchiamento della popolazione, sostiene Cohen, ma non solo lui, le persone istruite hanno una salute migliore in età avanzata, si prendono miglior cura di sé e invecchiano meglio. Secondo il demografo, però, dovrà anche inevitabilmente alzarsi l’età pensionabile, altrimenti non sarà possibile sostenere il costo di una popolazione sempre più anziana.
- Lunedì 24 Ottobre 2011

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Commenti
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Il 25 Ottobre 2011 alle 18:30 cantastorione ha scritto:
…per la terza guerra mondiale è solo una questione di scegliere dove, e quando…….è inevitabile….!!!
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