Facebook pronto a scendere a patti sulla privacy, ma secondo alcuni è un bluff

credit: owenwbrown @ flickr

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Facebook e privacy. La telenovela senza fine che ogni anno, puntualmente, getta Zuckerberg e compagni nell’occhio di un ciclone di polemiche, sta per raggiungere un punto di svolta significativo. Dopo due anni di braccio di ferro con la Federal Trade Commission americana, Facebook avrebbe infatti acconsentito a mettere una museruola alla sua piazza sociale al fine di assicurare maggiore protezione ai dati sensibili degli ormai 800 milioni di utenti.

Secondo fonti attendibili del Wall Street Journal, l’accordo tra Facebook e la Federal Trade Commission sarebbe pronto per essere firmato. Ecco in soldoni le condizioni “accettate” da Zuckerberg e soci: Facebook si sottoporrà a audit in materia di privacy per i prossimi vent’anni, inoltre gli sarà proibito rendere pubblico un tipo di contenuto che inizialmente veniva mantenuto privato senza l’espresso consenso degli utenti. Ciò nonostante, Facebook non sarà obbligato a chiedere agli utenti se vogliono effettivamente usufruire di tutte le opportunità di condivisione presenti sul sito, comprese quelle future.

Mentre si attende che la FTC ponga la sua firma in calce all’accordo, come ha già fatto nel caso di Twitter e Google negli scorsi mesi, l’ultima parte del “contratto” comincia a sollevare diverse perplessità. Il patto infatti impedisce a Facebook di rendere pubbliche informazioni che hai scelto di tenere private, ma non gli impedisce di farti finire in un nuovo flusso di informazioni sensibili (per fare un esempio, finire taggato da amici con il nuovo sistema di riconoscimento facciale).

Il contenzioso che negli ultimi due anni ha tenuto sullo stesso ring Facebook e la Federal Trade Commission è cominciato nel 2009. Al tempo, quando vennero introdotte nuove impostazioni per la privacy, Facebook contava “solo” 350 milioni di utenti (meno della metà di quelli attuali). Finalmente, gli utenti potevano decidere se e a chi rendere visibili i contenuti multimediali postati in bacheca (video, foto, link etc.), tuttavia allo stesso tempo le informazioni base del proprio profilo (come sesso, lista di amici e fan page) erano automaticamente rese pubbliche, così come i normali status update. Insomma, con una mano Facebook dava agli utenti la possibilità di blindare alcuni contenuti multimediali, mentre con l’altra li spingeva a rendere pubbliche molte più informazioni personali di prima, spesso senza nemmeno saperlo.

La domanda che le associazioni in difesa della privacy si stanno ponendo è: Facebook consentirà finalmente agli utenti di avere un controllo effettivo sui propri dati sensibili? Oppure continuerà a saccheggiare la sua rete sociale a piene mani?

Si tratta di una domanda cruciale. Del resto, le embrionali alternative a Facebook si stanno concentrando tutti sul controllo della privacy (Diaspora* e Unthink, per fare due esempi). Il fatto che ancora questi social network non abbiano trovato il sentiero giusto per soffiare sul collo di Mark Zuckerberg non è un caso. Il loro approccio si basa sul presupposto che agli utenti orema avere sotto controllo ogni singolo dato condiviso sui loro profili. Basta fare un giro sulle bacheche dei tuoi contatti per capire che così non è. Una fetta significativa dell’utenza Facebook sembra non preoccuparsi minimamente del fatto che i dettagli più sensibili della propria vita privata siano alla mercè di tutti. Molti di loro non sospettano che per molti advertiser quelle informazioni sono oro facilmente monetizzabile. Altri invece sembrano soffrire di un’ansia di protagonismo senza limiti, se potessero probabilmente pubblicherebbero la propria profile page sulle pagine di un quotidiano nazionale.

Che la privacy sia davvero “un concetto superato”, come si era lasciato sfuggire Zuckerberg un paio d’anni fa? È presto per dirlo. Quello che è certo, è che al momento, l’accordo avanzato da Facebook non è sufficiente a sedare le preoccupazioni in fatto di privacy. Ci sono molti altri nodi da sciogliere, non ultimo la presenza di falle informatiche intollerabili che solo la settimana scorsa hanno consentito a una serie di ricercatori di recuperare 250 gigabyte di dati personali, servendosi di speciali “ladri” chiamati socialbot.

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