New media: la TWITTER-mania

La TWITTERmania

di Marco Ferrante

All’inizio del 2011 il senzatetto newyorkese Daniel Morales ha ricevuto un telefonino da un programma di assistenza pubblica. Poi ha aperto un account su Twitter e il 24 febbraio ha «postato» la foto di sua figlia Sara, che non vedeva da 10 anni. Il giorno dopo lei lo ha chiamato. L’ha raccontato a metà dicembre Jack Dorsey, il fondatore del social network, in un’intervista alla rete Abc dove ha presentato i 10 «tweet», i messaggi di Twitter, più importanti del 2011.

Alcuni sono stati sorprendenti scoop da prima pagina: come il messaggio del tecnico pachistano che ha «twittato» in rete la notizia dell’anomala presenza di un elicottero sospeso sul cielo di Abbottabad nella calda notte di maggio in cui un commando militare statunitense stava per colpire a morte Osama Bin Laden. Oggi, per restare nel tema di Al Qaeda, gli Stati Uniti ipotizzano la chiusura dell’account di Twitter usato per lanciare messaggi di guerra dai miliziani del gruppo somalo di Al-Shabaab, legato alla rete terroristica.

Ma nel 2011, attraverso Twitter, è passato molto altro: è transitata l’informazione globale sulle rivolte della «primavera araba» così come, in marzo, l’annuncio della tragedia dello tsunami giapponese. In Italia, il 16 novembre e sempre su Twitter, è stato uno studente a dare (prima delle agenzie di stampa) la notizia che un suo professore, Lorenzo Ornaghi, sarebbe diventato ministro.

È anche per tutto questo se in tutto il mondo oggi Twitter ha oltre 200 milioni di utenti (in gergo si chiamano «tweep») e ogni giorno vengono spediti almeno 350 miliardi di tweet, i «cinguettii», cioè i messaggi di 140 battute che sono la caratteristica del social network . I tweep italiani sono 2,4 milioni. Ci sono cantanti, attori, starlet, e poi blogger, giornalisti, agenzie di stampa, aziende e persone che vogliono informare e informarsi in modo nuovo.

L’importanza economica della nuova frontiera di internet non è passata inosservata: il 19 dicembre il principe saudita Al-Waleed Bin Talal ha acquistato una quota di Twitter da 300 milioni di dollari (poco più del 3 per cento della società, il cui valore alla fine dell’estate era stimato 8 miliardi e oggi sarebbe aumentato a 10), definendo l’operazione «un investimento strategico». Intanto il Financial Times si chiede come gli investitori potranno trarre utili dall’attività: i primi tweet con pubblicità sono stati avviati solo la scorsa primavera e si stima produrranno un fatturato globale di 140 milioni di dollari nel 2010, e di 400 milioni nel 2013.

Ma come ha fatto un sms in formato ridotto (20 caratteri in meno rispetto ai 160 massimi di un messaggino tradizionale), spedito in rete da un pc, un tablet o uno smartphone, a diventare il caso del 2011 e ad affermarsi con prepotenza fra gli altri «new media»? Twitter è un fenomeno di costume trasversale perché è di semplice utilizzo, ma soprattutto perché unisce. Spiega Marino Bonaiuto, psicologo della comunicazione alla Sapienza di Roma: «I social network sono luoghi dove si replicano le dinamiche sociali classiche: si cercano comunicazione, popolarità, consenso. Il successo di Twitter dipende anche dall’entusiasmo che l’utente dedica al successo del gruppo cui appartiene, che poi in parte diventa il suo».

Con Twitter si può raccontare, commentare, fare un po’ di rete sociale, un po’ di proselitismo da celebrità. Ma per ora la funzione principale è l’informazione: Twitter, insomma, è un nuovo modo di dare e di apprendere notizie. Dice Riccardo Luna, editorialista di Repubblica, fra i primi a sbarcare sul social network nel 2009: «Per me ha preso il posto delle agenzie di stampa, è come una superagenzia mondiale. È uno strumento interattivo, le notizie sono fatte da chi le produce e da chi le commenta. Basta decidere cosa e chi vuoi seguire: ti crei su misura il mondo informativo che vuoi».

Il modo di fare giornalismo cambia anche nel rapporto con le fonti. @Nomfup, la sigla in rete del vicedirettore di Europa Filippo Sensi (il blogger che dalla sua casa romana ha dato la spallata finale al ministro inglese della Difesa Liam Fox, accusato di favoritismo nei confronti di un amico), è stato l’unico giornalista italiano a rivolgere via Twitter una domanda diretta al portavoce del premier tedesco Angela Merkel, per sapere se c’era stato davvero un chiarimento con Silvio Berlusconi dopo le risatine condivise con Nicolas Sarkozy. Nessun redattore dei giornali tradizionali l’aveva fatto.

Marina Petrillo (@alaskarp) ha una storia interessante. Giornalista di Radio popolare, il suo programma è diventato il luogo in cui in Italia si è coagulata l’informazione sulla rivolta nei paesi arabi, soprattutto l’Egitto. Petrillo ha seguito, retwittato, riassunto, spiegato quello che apprendeva dai tweep egiziani nella rivolta anti Mubarak. Oggi il suo è un modello d’informazione integrata: ha un blog, una trasmissione radiofonica da 15 mila ascoltatori al giorno e su Twitter una comunità di circa 5 mila «follower», cioè seguaci simpatizzanti, che vengono costantemente informati dei suoi pensiericinguettii. «L’80 per cento dei miei follower» dice la giornalista «nascono direttamente su Twitter, cui dedico 6 o 7 ore di lavoro al giorno. Twitter è forte perché si può seguire con un telefonino, superando la fase del computer. Ma sarà anche uno strumento per incrociare forme diverse di informazione».

L’elemento vincente di Twitter è comunque la velocità: «Serve soprattutto a raccontare la cronaca, gli eventi in presa diretta» dice Petrillo. «Per questo ha funzionato così bene dai paesi arabi. Erano fatti che si svolgevano sotto gli occhi dei tweep».

Difficile prevedere il destino economico della nuova piattaforma. Paolo Landi, responsabile manageriale di Panorama.it, dice: «Bisognerà dare un contenuto economico al lavoro dei tweetizen (il cittadino reporter su Twitter, ndr). Oggi Twitter dà visibilità al talento personale, ma non lo retribuisce. E prima o poi i talenti vogliono essere pagati. Toccherà agli editori, se vorranno farlo, selezionare i più bravi e inventarsi nuovi formati di comunicazione che abbiano un mercato, certamente usando Twitter».

In effetti, nel 2011 il microblog ha raddoppiato gli utenti, in Italia e nel mondo, e comincia ad avvicinarsi a Facebook, anche se le cifre sono ancora lontane: Fb ha 800 milioni di utenti totali (quattro volte Twitter) e 21 in Italia (quasi 10 volte). I due strumenti però hanno caratteristiche diverse. Con i suoi messaggi brucianti, Twitter parla. Facebook invece è una rappresentazione di se stessi: ha la funzione del diario, esprime stati d’animo, idee, come pure le cose da fare stasera e i commenti su ieri sera.

Il meccanismo di Facebook è più cooperativo: l’amicizia è bilaterale ed è alla pari. Twitter invece è dichiaratamente leaderistico: ci sono i follower e i following. L’icona pop Lady Gaga ha 17 milioni di tweep che la seguono. Barack Obama ha 11,5 milioni di follower, mentre il presidente americano segue circa 700 mila persone. Il leaderismo vale anche in comunità più ristrette. Il giornalista italiano più seguito su Twitter, Beppe Severgnini, ha 140 mila seguaci e segue a sua volta solo 300 persone.

Il meccanismo crea ansia da follower? Risponde lo psicologo Bonaiuto: «Individuare un misuratore di successo è classico di tutte le comunità, come il calcolo dei biglietti d’auguri a Natale. Con i social network la misura della popolarità è istantanea. Difficile dire se ci saranno conseguenze sulla psicologia collettiva». Più convinto è il blogger Sensi: «Fra gli utenti più professionali, come i giornalisti, c’è indubbiamente un fattore di stress nella ricerca di popolarità».

Certo, anche su Twitter la celebrità ha le sue controindicazioni. Lo showman Fiorello ha 302 mila follower e molti gli chiedono se è possibile ottenere un «retweet», cioè inoltrare ai suoi follower un tweet per promuovere un libro o un evento. In generale, poi, Twitter divide il mondo tra chi vuole sentire il punto di vista degli altri e chi invece vuole proporre il proprio. E anche qui la leadership scatena avversari e avversioni. In California il 15 dicembre si è concluso (con un’archiviazione) il primo processo contro un tweep, tale William Cassidy, accusato di avere criticato con migliaia di tweet la leader di una comunità buddista del Maryland.

Ma Twitter in Italia ha anche una dimensione ultrasalottiera: è già diventato un luogo di commento in presa diretta e fa interazione con la tv. Si cinguetta su molto di quel che accade sul piccolo schermo, soprattutto nei talk show. E la tv interagisce con i cosiddetti «live twitting». Accade nella trasmissione Agorà di Andrea Vianello, ma anche a Kalispéra! di Alfonso Signorini e a MasterChef, il talent show dove spesso un tweet in diretta esalta la battuta fulminante.

Massimo Bernardini, autore e conduttore di TvTalk, un programma tv che ragiona di tv, fa il live twitting da spettatore e lo subisce come conduttore. Dice: «È un indice di gradimento istantaneo. Però ha bisogno di un galateo. Da telespettatore cerco di essere garbato con chi fa la tv e, da conduttore, cerco d’incassare se dicono male di me».

Anche nella forma, quindi, si segnala una differenza rispetto all’sms, perché i tweet hanno una lingua più curata. Su Twitter si scrive bene e non sono tollerate forme lessicali abbreviate o sincopate. Dice Marina Petrillo: «Il linguaggio è migliore, e cresce il livello di chi partecipa. Quando ho cominciato, 140 caratteri mi sembravano pochissimi, oggi so modellare la mia lingua su due righe e mezzo. Certo, l’italiano è più difficile da usare, più facile l’inglese».

Fra le cose più interessanti del linguaggio da Twitter, gli «hashtag»: brevissime espressioni precedute dal simbolo cancelletto. Esempio: chi sta twittando sull’ultimo scandalo del calcio usa l’hashtag #calcioscommesse. In origine serviva come segnaletica del dibattito. La classifica mondiale degli hashtag del 2011 ha al primo posto #Egypt e al quinto #Japan. Ma ci sono espressioni più lunghe. A volte hanno storie buffe. Quando si dimise il governo Berlusconi, gli anti Cav cominciarono a twittare con uno strano hashtag, #aeiouy. Incomprensibile sulle prime, era la forma grafica del gioioso motivetto di un gruppo musicale anni Settanta, i Two Man Sound: «A-e-i-o-u-ipsilon».

Giocare con gli hashtag è un po’ come giocare col Pongo: ognuno si crea il suo pupazzetto. Fu il blogger Sensi a inventare #vivalafuga, quando Gabriella Carlucci lasciò il Pdl, e quel nome fu un successo. Ma c’è un dibattito sull’uso dell’hashtag. Per alcuni è il cavallo di Troia della frivolezza. «Era un segnale» dice Sensi «ora è una titolazione, tra il mantra e lo slogan, un modo per fare massa». Fiorello ha colto subito le potenzialità di Twitter e al suo programma ha dato un titolo che era un hashtag: #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend.

Insomma, benvenuti su Twitter, finché dura. Finché non sarà inventata un’altra forma di connessione istantanea tra remoti angoli dell’universo, esserci sarà divertente.

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Il 28 Dicembre 2011 alle 16:18 Twitter: le regole per cinguettare | Vivi Capena ha scritto:

[...] a Twitter è facile: basta avere un computer, uno smartphone o una tavoletta. Si va sul sito http://www.twitter.com e si [...]

Il 17 Gennaio 2012 alle 11:58 New media: la TWITTER-mania | Volantinaggio a Milano e provincia ha scritto:

[...] [...]

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Applicazioni Mondadori
  • R101