I farmaci generici sono davvero uguali a quelli di marca?

Generici e griffati: farmaci contro farmaci

di Elisabetta Burba

I farmaci generici sono equivalenti ai farmaci di marca. È quanto risulta dalle analisi di laboratorio indipendenti commissionate da Panorama per verificare l’effettiva equivalenza delle medicine no logo. Il risultato dei test da noi richiesti conferma l’opinione corrente degli addetti ai lavori. Ben diversa, invece, la percezione dell’italiano

medio: a 10 anni abbondanti dal loro sbarco il consumo dei farmaci no logo supera a stento il 12 per cento. E questo nella migliore delle ipotesi, cioè prendendo come riferimento le confezioni vendute. Se invece si vuole considerare il fatturato, la quota precipita al 6,5 per cento.

Un’anomalia che sbatte l’Italia in fondo alla classifica europea del consumo di generici. Precisamente al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia. Il Regno Unito, i Paesi Bassi e la Danimarca, invece, toccano il 60 per cento e la Germania è quasi al 70 (la media Ue si aggira intorno al 50 per cento). Per non parlare degli Stati Uniti, che arrivano quasi all’80 per cento. O della Polonia, che sfiora il 90. In realtà, passi avanti i generici ne hanno fatti, da quando, 10 anni fa, il loro consumo era pari all’1 per cento. Resta il fatto che, se l’Italia prosegue così, per arrivare alla media europea ci metterà una cinquantina d’anni.

È un ritardo culturale che alligna nei dubbi, nei pregiudizi e nelle resistenze di consumatori, medici e farmacisti. Già, perché sono ancora in tanti a nutrire dubbi sull’effettiva equivalenza dei farmaci generici ai farmaci originatori, ossia le specialità di cui sono stati autorizzati a copiare la formula una volta scaduto il brevetto. Perplessità che, come confermano le analisi di Panorama, non hanno alcun fondamento scientifico. «È scientificamente documentato che i generici hanno esattamente lo stesso effetto dei farmaci brand: non ci sono assolutamente dubbi né sulla loro efficacia né sui loro effetti collaterali» dice categorico l’ex ministro della Salute Ferruccio Fazio.

A dimostrarlo, un’infinità di studi scientifici, condotti dalle più autorevoli università del pianeta. Ma c’è un dato che tronca ogni polemica. Panorama ha cercato in ogni modo un medico schierato contro i generici disposto a uscire allo scoperto con nome e cognome: non l’ha trovato. E non è tutto. «In Italia non si ha notizia di cause legali intentate contro i produttori di farmaci generici» riferisce Gian Paolo Di Santo, avvocato milanese che difende vari genericisti. «La qualità del prodotto perciò è fuori discussione».

Anche perché in più di un caso i produttori di generici e quelli di originatori sono gli stessi. Alla scadenza del brevetto, spesso i produttori di originatori creano loro stessi la versione generica del prodotto. Qualche esempio? La Sandoz è il braccio genericista della Novartis, la Winthrop della Sanofi Aventis, la Doc Generici della Chiesi.

Per la scienza, dunque, non ci sono dubbi. «I generici sono equivalenti ai farmaci di marca. Tutto il resto è strumentalizzazione. Nella mia fabbrica le stesse macchine, gli stessi ingredienti, gli stessi controlli, gli stessi operatori producono indifferentemente originatori e generici» conferma l’imprenditore milanese Giuseppe Miglio, la cui azienda farmaceutica Mipharm (280 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato), che Panorama ha visitato, lavora per conto di multinazionali che vanno da Novartis a Sandoz, da Eg/Stada a Doc, passando per Schering-Plough e Teva. «Anche perché gli americani, gli svizzeri, i tedeschi non sono minus habens… In un mondo globalizzato, non esistono prodotti solo per loro. La Food and drug administration svolge controlli ovunque, anche in Italia. Noi ne abbiamo appena avuto uno particolarmente severo: tutto a posto».

Eppure, un sondaggio condotto dal centro studi Merqurio a fine aprile su un campione di 204 medici di base rivela che il 57,4 per cento non si fida, sempre o in alcuni casi, dei generici. Il campione non è rappresentativo, hanno obiettato gli scettici. Vero, tuttavia nel 2007 un’indagine analoga aveva raccontato la stessa (scomoda) verità: i medici non si fidano dei generici. Lo studio era stato realizzato dalla rivista indipendente Dialogo sui farmaci, sottoponendo un questionario a 79 medici. Anche allora il 38 per cento degli interpellati aveva espresso dubbi sull’effettiva equivalenza tra farmaco generico e originatore.

Anche questo campione non rappresentava in modo scientifico tutta la comunità medica italiana, ma intercettava un fenomeno reale. Lo dimostra un dato incontrovertibile: lo studio condotto sulle prescrizioni mediche nel quarto trimestre del 2010 dalla Ims Health, multinazionale che raccoglie dati sul mercato farmaceutico. Ebbene, sul totale dei farmaci prescritti, la quota dei generici corrisponde a uno striminzito 6 per cento (in Gran Bretagna, dove i medici prescrivono i principi attivi, è l’80 per cento). «Se questi medici fossero così convinti delle abissali differenze fra generici e originatori, dovrebbero avere l’onestà intellettuale di segnalare la non sostituibilità dell’originatore che prescrivono» commenta Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, dal 2008 a capo anche del Beuc, l’organizzazione che raggruppa i consumatori europei. «Non lo fanno quasi mai. Guarda caso».

Perché tanta ostilità, allora? Martinello risponde senza giri di parole: «Non c’è dubbio che i medici siano oggetto di un’accesissima politica di convincimento da parte delle case farmaceutiche. Che spendono più in marketing che in ricerca e sviluppo: il 23 per cento contro il 17». Incalza Silvio Garattini, celebre farmacologo dell’Istituto Mario Negri: «Più che pregiudizi, ci sono grandi interessi in gioco. Per Big pharma (le grandi multinazionali del farmaco, ndr) i generici sono formidabili concorrenti».

Da quando sono stati introdotti in Italia, nel 2000, i generici sono finiti sotto un fuoco incrociato di critiche, illazioni, insinuazioni. È stata una battaglia senza esclusione di colpi, che si è consumata negli studi medici, nelle farmacie, nelle aule di tribunale e persino alla direzione della Commissione europea che si occupa di antitrust. Nulla di cui stupirsi: il mercato farmaceutico italiano è uno dei più grossi al mondo. Secondo l’Ims Health, nel 2010 la spesa farmaceutica, territoriale e ospedaliera, a carico del servizio sanitario nazionale è stata di 18,1 miliardi di euro. «Il dato è in crescita del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente» afferma l’ad Sergio Liberatore. «Negli ultimi anni la spesa territoriale, quella generata dai medici di base, è rimasta sostanzialmente sotto controllo, mentre si è verificato un sistematico sforamento dei tetti sui canali della medicina specialistica e ospedaliera».

Precisazione doverosa: per le casse dello Stato, il basso consumo di generici non comporta un immediato aggravio di spesa. Questo perché il servizio sanitario nazionale rimborsa quasi interamente il costo dei generici. Una scelta politica, che ha spinto gli altri produttori di farmaci a brevetto scaduto (originatori e copie) ad adeguare il prezzo a quello dei generici. Ecco perché i sostenitori degli originatori dicono che il problema della spesa non sussiste. Ma è vero solo in parte. Innanzitutto perché i produttori dei farmaci a brevetto scaduto hanno abbassato i prezzi solo per i prodotti rimborsati dal servizio sanitario: tutti gli altri costano di più. Prendiamo il Tavor: l’originatore costa 6,20 euro, il generico prodotto dalla Doc ne costa 3,95 (il 40 per cento in meno). Per i pazienti, dunque, con i generici il risparmio c’è, ed è elevato.

C’è poi un altro aspetto. L’adeguamento (vedi abbassamento) dei prezzi di originatori e copie a quelli dei generici ha reso concorrenziali originatori e copie. Ma, paradossalmente, non i generici. Il risultato è che, non crescendo, i farmaci no logo non riescono a raggiungere quei volumi che consentirebbero una vera diminuzione dei prezzi, com’è avvenuto nel resto d’Europa (di cui peraltro godrebbe anche lo stesso servizio sanitario nazionale). Una situazione di stallo, insomma, che avvantaggia solo i produttori di farmaci tradizionali. I cittadini e, in seconda battuta, il servizio sanitario ci rimettono. «Come al solito, a pagare è il consumatore» commenta Martinello.

Sono lontani i tempi in cui veniva apertamente messa in dubbio l’efficacia dei generici. Ora non c’è più nessuno disposto a insinuare, come nel 2006 il vicepresidente della Farmindustria Claudio Cavazza: «Favorire i generici è una sciocchezza colossale, un grave errore». Non ci sono neppure più medici disposti a esporre in ambulatorio cartelli che dicono che «il farmaco equivalente non è mai perfettamente uguale al prodotto imitato, ma solo “essenzialmente simile”» (parte integrante di una campagna di un produttore di originatori secondo l’Assogenerici), come avveniva nel 2009 in alcuni studi medici siciliani. Anche Giacomo Milillo, segretario della Fimmg (la federazione dei medici di famiglia che un paio di anni fa metteva in guardia contro il cambiamento di terapia «con farmaci equivalenti»), ha cambiato registro. «Sono ormai ampiamente superati i dubbi sulla qualità dei prodotti» dichiara. «E anche passati i conflitti con i farmacisti in tema di sostituibilità dei farmaci generici». Lo stesso Sergio Dompé, ex presidente della Farmindustria, ammette: «I generici hanno una funzione insostituibile, contribuiscono a tenere bassa la spesa e a evitare posizioni di sfruttamento eccessivo da parte dei detentori dei brevetti». E allora perché non sfondano? «Di certo perché Big pharma fa di tutto per ostacolarli» commenta Paolo Martinello. Una delle mosse preferite è il tentativo di allungare il monopolio dei brevetti oltre i 20 anni previsti per legge. Negli anni Novanta, Big pharma era riuscita a far introdurre il Ccp, norma ora abrogata che consentiva l’allungamento del brevetto da 20 a 40 anni (negli Usa sono 10). Ma anche oggi non scherza. Per esempio, fa di tutto per introdurre i cosiddetti brevetti di seconda generazione, ossia evoluzioni di quelli esistenti senza sostanziali miglioramenti di efficacia che introducono nuovi dosaggi o gradi di purezza superiore o diversi impieghi terapeutici. «Fra l’altro, la Commissione europea ha messo in luce l’uso strumentale dell’azione giudiziaria per rallentare i tempi d’accesso al mercato» sostiene Martinello. Proprio su questo in Italia ora si è messa a indagare l’Antitrust.

E non sono mancate le inchieste, come quella sul Gruppo Farmaceutico Menarini, accusato di truffa ai danni del servizio sanitario nazionale: nel 2008-2009 avrebbe dispiegato grandi energie per far approvare una norma che proteggesse i farmaci coperti da brevetto e legasse le mani alle regioni. Pressioni poi risultate vane a causa dell’opposizione dell’allora ministro Giulio Tremonti.

Ci sono anche altri tipi di pressioni. Nel settembre 2010 è stata modificata una norma del Codice di proprietà industriale. Per effetto dell’introduzione di un comma, si può presentare domanda per l’immissione in commercio dei farmaci no logo non più di un anno prima della scadenza del brevetto. «Così si rischia un allungamento dei tempi, con l’inevitabile sforatura oltre la data naturale di scadenza» dice l’avvocato Di Santo. «Situazione che può risultare molto vantaggiosa per i produttori di originatori. Peccato che non lo sia per lo Stato, perché la spesa per i rimborsi inizia a calare in ritardo. Non a caso la Commissione europea ha già chiesto spiegazioni al governo italiano».

Tramontate le obiezioni sull’efficacia, ai detrattori dei generici restano poche carte in mano. La più gettonata è quella dei cosiddetti equilibri occupazionali. Tema mai esplicitamente sollevato, ma sempre larvatamente insinuato, è il cuore del problema. La tesi è che l’avanzata dei farmaci no logo mette in pericolo i posti di lavoro dell’industria farmaceutica tradizionale. Dompé la sostiene esplicitamente: «Se i prezzi delle medicine calassero troppo, automaticamente si andrebbe verso una deindustrializzazione del nostro sistema, che deve già sostenere ingenti spese per la ricerca. Noi siamo 67 mila e purtroppo abbiamo già perso 8 mila posti in quattro anni. Non possiamo permetterci di perdere quote di mercato. E non può permetterselo neanche il Paese: la nostra è un’industria strategica». È un ricatto occupazionale, il vostro? «Assolutamente no. È la prospettiva esatta di quello che potrebbe accadere».

Ribatte Martinello: «L’esperienza dimostra che, nel momento in cui aumentano i volumi dei generici, l’industria farmaceutica è spinta a fare più ricerca, a innovare e a introdurre nuovi prodotti sui quali garantirsi margini più elevati. È un processo virtuoso, come dimostra il caso degli Stati Uniti, dove i brevetti durano la metà dei nostri, i generici occupano il 77 per cento del mercato e le aziende farmaceutiche non sono certo in crisi».

Ma, ammesso e non concesso che l’introduzione dei generici metta a rischio parte dei 67 mila posti di lavoro della Farmindustria, può l’Italia rinunciare a risparmiare centinaia di milioni di euro ogni anno? Perché di queste cifre si tratta.

Secondo Giorgio Foresti, presidente dell’Assogenerici (e della multinazionale Teva), i consumatori italiani potrebbero addirittura risparmiare 500 milioni di euro ogni anno se il consumo di generici si allineasse a quello dell’Unione Europea. E non è finita. «Se ci adeguassimo agli standard europei» stima Foresti «una cifra analoga, ossia 500-600 milioni di euro, potrebbe risparmiarla anche il servizio sanitario nazionale».

Commenti

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Il 11 Gennaio 2012 alle 10:21 agi2012 ha scritto:

Difficile ormai sostenere posizioni serie e argomentate a sfavore del medicinale generico, il suo sviluppo è inoltre nell’ordine delle cose, ineluttabile. Si può solo cercare di ritardarne il cammino con azioni deliberatamente o involontariamente denigratorie.
L’articolo di Panorama è lodevole nel tentativo di prendere una posizione decisamente favorevole al Generico. Ciò è sicuramente meritorio tenendo conto che, anche in un caso come questo, l’Italia non riesce ad essere un paese “normale”. I Generici godono generalmente di cattive fama e, purtoppo, stampa con punte di disinformazione, volute o meno, talvolta davvero preoccupanti e/o inquietanti.
Come sempre si lamenta l’evidente difficoltà del generico a raggiungere quei valori di mercato che sono auspicabili per ragioni di contenimento della spesa farmaceutica, il che dovrebbe consentire di liberare risorse da destinare, per esempio, all’introduzione nel nostro sistema sanitario di quei farmaci innovativi che troppo spesso arrivano con ritardo deprecabile.
Fra le cause di questa difficoltà ci sono certamente quelle ricordate nell’articolo che, correttamente, sottolinea il “ritardo culturale che alligna nei dubbi, nei pregiudizi e nelle resistenze di consumatori, medici e farmacisti” … stati d’animo e comportamenti riferiti alla “effettiva equivalenza dei farmaci generici” rispetto agli originatori. Dubbi in genere chiaramente non giustificabili se si considera che la registrazione dei medicinali generici si basa su una normativa che prevede appropriati studi di biodisponibilità comparata (studio di bioequivalenza, essendo quest’ultima considerata una sorta di surrogato dell’equivalenza terapeutica) che trova consenso nella comunità scientifica internazionale.
Se la normativa di registrazione è per definizione in linea con quella degli altri paesi sviluppati (es. Europa e Nord America), dove il Generico gioca ben altro ruolo, dove cercare la causa di tale (clamoroso?) insuccesso?
C’è qualcuno disposto a considerare ed accettare come “virtuoso” il percorso della “sostituibilità” come si articola ora da noi? … e se la causa del lento progredire del Generico, una volta assorbito il grave danno arrecato dal famigerato Certificato di Protezione Supplementare in salsa italiana, fosse davvero e solamente generato dalle incertezze legate alla possibilità e modalità della “sostituibilità” in farmacia?
E’ innegabile una evidente e inspiegabile asincronia culturale fra l’attività di “costruzione” di una qualità farmaceutica di eccellenza da parte di un’industria farmaceutica che deve allestire prodotti con performance riproducibile (lotti bioequivalenti) e la organizzazione di un serio percorso di sostituibilità (liste di trasparenza) fra medicinali contenenti la stessa molecola attiva.
Difficile che tutto funzioni al meglio se nella stessa lista di trasparenza, oltre a essere in qualche caso accomunate tipologie di forme di dosaggio così diverse da escludere l’eventualità di una biodisponibilità confrontabile, molto frequentemente si ritrovano raggruppati comunque: l’originatore, i generici veri propri (registrati a seguito della Legge 425/96 che richiede espressamente studi di bioequivalenza) e, purtroppo, anche quei medicinali (le cosiddette vecchie specialità copia) registrati prima che entrasse in vigore la suddetta legge e quindi non necessariamente testati in uno studio di bioequivalenza verso l’originatore. Il livello di confusione è piuttosto alto e non può che preoccupare visto che, una volta elencati nella stesso lista, tutti i medicinali entrano a pieno titolo nella disponibilità del farmacista per quanto concerne la complessiva proposta di sostituibilità.
L’articolo, finora lodato, contiene anche passaggi, per usare un eufemismo, discutibili quando fa riferimento al “test esclusivo” che nelle intenzioni ne dovrebbe costituire il “piatto forte”. Il “Saggio di dissoluzione in vitro ”, perché solo di questo si tratta, al di là di come condotto, e così come viene presentato, senza adeguata ed articolata argomentazione, ha un valore informativo praticamente nullo sulla possibilità di prevedere la prestazione “in vivo” a meno che, appunto, sia già stata sviluppato, e sia quindi disponibile, uno studio di associazione in “vitro-in vivo”. Dispiace dover sottolineare l’involontaria ingenuità dell’approccio, probabilmente favorita da suggerimenti tecnici non sempre facili da verificare.
Non è difficile trovare nell’articolo, comunque di valore, buoni spunti per un serio e necessario dibattito, scientificamente accettabile e auspicabilmente non fazioso .

Il 11 Gennaio 2012 alle 22:32 logico_68 ha scritto:

concordo con gran parte dell’articolato commento di agi2012.
Voglio solo brevemente replicare, citando dal commento precedente:
“Se la normativa di registrazione è per definizione in linea con quella degli altri paesi sviluppati (es. Europa)”
Il punto che sfugge a tutti, secondo me, è così riassumibile: la normativa è in linea, ma in Italia non è ancora TUTTA entrata in vigore.

Faccio in particolare riferimento al rinvio dell’obbligo del certificato di conformità alle norme di buona fabbricazione per la produzione di materie prime utilizzate per la produzione di medicinali.

Infatti anche quest’anno non entra in vigore l’art.54, comma 3 del DL. 219 del 24/04/2006. Come già nel 2007, 2008, 2009 si è rinviata l’entrata in vigore tramite due righe inserite ad hoc nel “decreto milleproroghe”. La scadenza per l’entrata in vigore è ora passata dal 01 gennaio 2012 al 31 luglio 2013.

Riporto integralmente il comma di legge su indicato:
“Per le materie prime anche importate da Stati terzi deve essere disponibile un certificato di conformità alle norme di buona fabbricazione rilasciato all’officina di produzione dalle Autorità competenti di uno Stato dell’Unione europea. Per le domande di AIC presentate ai sensi del capo V, titolo III del presente decreto e ai sensi del regolamento (CE) n. 726/2004, la messa a disposizione del certificato non è obbligatoria, fatto salvo quanto previsto dalle relative linee guida. Sono fatti salvi eventuali accordi di mutuo riconoscimento dei sistemi ispettivi stipulati dall’Unione europea con Paesi terzi. Per le modalità operative verrà fatto riferimento a quanto disposto dal testo di tali accordi. Le attività previste dal presente comma vengono svolte nei limiti delle risorse umane e strumentali disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.”

Questo ritardo, di cui NON so darmi una spiegazione, unito ad una delle normative più aggressive verso il prezzo di rimborso dei farmaci può creare distorsioni più o meno importanti, ma sensibili.
Chiedamoci: se una azienda farmaceutica non vuole/ non può certificare la qualità delle proprie materie prime, in quale Stato Europeo ha maggiori possibilità di vendere il farmaco così prodotto? A mio avviso c’è il rischio di creare una vera “calamita per i furbi”.

Forse nelle pieghe della risposta si può arrivare a capire perché medici e pazienti italiani siano i più diffidenti in Europa verso i farmaci generici.

Mi incuriosirebbe molto, inoltre, capire il motivo di sette anni di ritardi reiterati.

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