- Tags: FBI, file-sharing, hosting, megaupload, Megavideo, pirateria, sopa
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Per chi non lo sapesse, Megaupload è quella cosa per cui fino a ieri potevi scrivere su Google il titolo di un film, di una serie tv o di una canzone seguito dalla parola “Megaupload” e - guarda alle volte il caso – ecco comparire un bel file zip con dentro proprio quello che cercavi. Pensare che un tempo nemmeno li aprivi i file zip per paura di prendere i virus, e invece.
Megaupload, Sopa, Anonymous: accidenti che succede?
Fino a ieri, si diceva. Sì perché la notizia del giorno, ma forse anche del mese è che Megaupload non c’è più, o meglio c’è ancora ma se provate a digitare www.megaupload.com appare una cosa del genere.
Che significa che il sito, o meglio il servizio di web hosting – per usare i termini che piacciono a noi che mastichiamo di nuove tecnologie – non è più raggiungibile in quanto sequestrato dall’FBI.
La cosa paradossale di tutta questa vicenda è che cercando fra le carte, i server, le Lamborghini, le Rolls Royce e le moto d’acqua, i federali hanno scoperto che il capo della banda è nientemeno che Swizz Beatz, produttore musicale e marito della cantante Alicia Keys. Che è un po’ come se avessero beccato Paperino che rubava nel deposito di Zio Paperone, una roba in famiglia insomma (ma è per questo che al momento non risulta nemmeno indagato?).
A parte questo scoop, non si può dire che la chiusura di Megaupload, di Megavideo e di tutto lo stuolo di siti associati coinvolti nella maxi-operazione dell’FBI, giunga inaspettata. Non è solo il clima teso che si respira da quando negli Stati Uniti sono uscite le due nuove proposte di legge anti-pirateria, SOPA e PIPA. E per dirla tutta non è neanche per il precedente di un mese fa, quando la RIIA aveva chiesto a Mastercard di vietare tutte le transazioni con carta di credito che passavano per il sito. Il fatto è che da Napster in poi ci siamo abituati a “retate” di questo genere.
Ucciderne uno per educarne cento, si dice in questi casi. Dunque ora tocca a Megaupload, un servizio che fino a quando era in vita occupava il 15% in più di banda rispetto a Dropbox (probabilmente il servizio di file hosting più famoso del mondo) pur essendo molto meno utilizzato.
I furbetti del file sharing stiano tranquilli: le vie di Internet sono infinite, per un sito che chiude ce ne sono altri cento che restano aperti o che aprono ex novo. E magari Megaupload riapparirà fra poco sui nostri schermi in una versione riveduta e corretta (leggasi legale) e che ovviamente non avrà più lo stesso successo di prima. Proprio come è successo a Napster, Limewire, The Pirate Bay.
O forse no, perché questa storia va oltre il solito caso di file sharing malandrino che viene smascherato. A leggere i capi di imputazione, quella che è stata appena sgominata non è la solita banda di smanettoni che si batte per il download libero, ma un’organizzazione che faceva profitto (e che profitto!) in modo illegale.
“Un conto è il file sharing senza scopo di lucro; un altro è lucrare sul file sharing”, scrive Paolo Attivissimo sul suo blog. Ecco, i soldi non faranno la felicità ma in casi come questi fanno la differenza. Eccome.
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- Venerdì 20 Gennaio 2012


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Commenti
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Il 21 Gennaio 2012 alle 10:50 E ora chi mi ridà indietro i file (legali) che avevo caricato su Megaupload? | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] le varie opinioni che si sentono in queste ore a proposito della chiusura di Megaupload, mi sembra doveroso segnalarvi il commento che mi è arrivato via Twitter da questo [...]
Il 21 Gennaio 2012 alle 10:55 - Vivi Capena ha scritto:
[...] le varie opinioni che si sentono in queste ore a proposito della chiusura di Megaupload, mi sembra doveroso segnalarvi il commento che mi è arrivato via Twitter da questo [...]
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