Il 18 gennaio 2012 passerà alla storia come il giorno del primo grande sciopero della Rete. Sono bastate due proposte di legge anti pirateria [leggi il nostro speciale su SOPA e PIPA] per far scattare la più grande serrata della storia di Internet. E tutti a chiedersi: ma ce n’era proprio bisogno? La domanda meriterebbe ben più che un semplice post di approfondimento ma l’occasione è buona per provare se non altro a mettere insieme qualche pezzo del mosaico.
Partiamo da un presupposto. Se – come dicono i Maya – il mondo finisse domani, il Web sarebbe solo un giovane di belle speranze morto prematuramente. Vent’anni, o poco più, sono briciole per un essere umano, figuriamoci per un’invenzione destinata a durare nei secoli. Nei libri di storia – statene certi - si parlerà dell’inizio del secondo millennio come dell’anno zero della nuova era digitale.
Certo, in vent’anni Il Web è cresciuto, è diventato il mezzo di comunicazione più diffuso al mondo, ma da qui a parlare di piena maturità ne passa. Anzi, è probabile che fra qualche tempo qualcuno definirà quella attuale come l’età del Far West, quella in cui tutto o quasi era concesso, l’era in cui la distanza fra l’utente e un qualsiasi contenuto protetto da diritto d’autore era di appena due clic. Sì perché nel 2012 potevi andare su Google, scrivere il nome del tuo cantante preferito seguito da Rapidshare (o qualsiasi altro sito di file hosting) per scaricare una cartella zip con dentro il suo ultimo disco. Incredibile, vero? Sì, e pure illegale.
I dati parlano chiaro: lo scorso anno la pirateria ha creato danni per quasi 59 miliardi di dollari, di cui 13,5 miliardi solo in Europa. E allora forse ha ragione Patrick J. Leahy, il senatore democratico del Vermont che ha scritto il testo del Protect IP Act, meglio conosciuto come PIPA, quando dice che “proteggere i criminali piuttosto che i detentori del copyright e della proprietà intellettuale è qualcosa di irresponsabile, che costerà il posto di lavoro agli americani”.
Insomma, le ragioni dell’industria – e soprattutto di quella parte che vive grazie allo sfruttamento del diritto d’autore – sono chiare e pure condivisibili.
Ma lo sono anche quelle di coloro che – in maniera più o meno convinta - hanno deciso di protestare contro la proposta della Camera e del Senato americano. Perché se Internet è diventato quello che è – ovvero la più straordinaria invenzione dei nostri tempi – lo si deve anche a Wikipedia, Mozilla, Google e tutti coloro che hanno trasformato un protocollo di comunicazione in qualcosa di più. Qualcosa capace di cambiare le nostre vite e persino le nostre relazioni sociali.
Comprensibile che nessuno (o quasi) fra questi patriarchi fondatori abbia voglia di cambiare le regole in corsa. Sarebbe come chiedere a un oste di rivedere il menu grazie al quale ha costruito il successo della sua locanda (e ovviamente il suo gruzzolo). Senza contare che una legislazione antipirateria c’è già: Google, tanto per fare un esempio, ha ricevuto lo scorso anno cinque milioni di richieste per rimuovere contenuti o link inopportuni da YouTube.
Qui però non si tratta di capire chi ha torto o ragione. Il punto è un altro. Al di là delle cifre – fa notare Massimo Mantellini - la difficoltà maggiore riguarda l’arbitro della questione: “L’arbitro è evidentemente il rappresentante degli interessi diffusi della collettività, l’amministratore della cosa pubblica che prende decisioni nell’interesse dei molti prima che di quello dei pochi, che sceglie coscienziosamente per lo sviluppo e contro la conservazione. O che così almeno da sempre dovrebbe fare”.
E allora più che chiederci se SOPA sia giusto o sbagliato dovremmo chiederci se lo Stato – qualunque sia la sua bandiera – sia l’arbitro migliore per dirimere questioni di questo tipo. Parlo di bandiera perché in fondo l’affare non riguarda solo il Congresso e le lobby americane. Inutile girarci intorno: SOPA è solo l’ennesima faccia di una lotta che si combatte dalla notte dei tempi (di Internet), da Napster ad Hadopi, fino alla delibera Agcom “de noantri”. Vien da dire che tutto il mondo è Paese quando si tratta di difendere l’industria dei contenuti musicali e video.
Per gli attori del Web – pare evidente – chi governa non è affatto nelle condizioni di giudicare. Il problema, secondo le realtà che come Wikipedia fanno parte del movimento NO-SOPA, è che i legislatori non hanno idea di quali conseguenze potrebbero avere certe leggi sulle dinamiche del Web, un mondo nel quale le parole chiave sono sempre più spesso “apertura”, “semplicità”, “condivisione”. La più evidente – nel caso SOPA diventasse una legge a tutti gli effetti – è che molti siti potrebbero addirittura scomparire dai risultati di ricerca pur operando nella legalità, ricevendo ad esempio dai detentori dei diritti d’autore il consenso a condividere i propri contenuti .
Una cosa è certa. Il dibattito che è in corso (al momento ogni delibera è rinviata al prossimo mese di febbraio) ci dirà quanto conta politicamente l’industria del Web. Per il momento uno sponsor d’eccellenza c’è già, il Presidente Barack Obama. Che proprio attraverso il Web fa sapere che “Ogni sforzo per combattere la pirateria online si deve guardare dal rischio di diventare una forma di censura per le attività lecite e non deve inibire l’innovazione apportata dalle imprese di piccole e grandi dimensioni”.
Come dire che il fine non giustifica i mezzi, soprattutto se – come sostengono in molti – si tratta di mezzi draconiani.
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- Venerdì 20 Gennaio 2012


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Commenti
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Il 20 Gennaio 2012 alle 18:36 Legge SOPA: Tutte le informazioni e Approfondimenti! CONDIVIDI!CONDIVIDI ha scritto:
[...] http://blog.panorama.it/hitech.....a-i-mezzi/ [...]
Il 27 Gennaio 2012 alle 11:45 ACTA: le rassicurazioni dell’UE | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] della tolleranza zero conto la pirateria online. Dopo le contestatissime proposte di legge americane SOPA e PIPA, dopo la chiusura di Megaupload e Megavideo (e la svolta garantista di molti altri siti di file [...]
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