- Tags: domini, ICM Registry, internet, trademark, xxx
- Un commento

È attivo da alcuni mesi, ma non è una vera novità: i suoi ideatori ci avevano pensato più di un decennio fa.
È spudorato, potrebbe avere una funzione di pubblica utilità, ma anche causare grossi guai in Internet; stiamo parlando di .xxx, l’estensione attivata nel corso del 2011 ideata per indicare un vecchio “sogno”: quello del “distretto a luci rosse di Internet“.
Un passo indietro: perché .xxx?
Il richiamo a sigle usate nel mondo del cinema è piuttosto evidente. La “X” nell’industria del cinema americano risale agli anni ‘60 e alla massiccia e progressiva comparsa nei film di nudità e di un linguaggiò contenente espressioni mai udite in precedenza in una sala cinematografica.
A capo della Motion Picture Association of America era arrivato Jack Valenti, nel 1966. Questi - che avrebbe guidato la MPAA fino al 2004 e la cui influenza si percepisce ancora oggi - si rese conto che le vecchie classificazioni erano ormai inadatte ai cambiamenti in corso. Furono introdotte quattro classi per i film, dove ”X” stava ad indicare film alla cui visione non erano ammessi i minori di 18 (successivamente 17) anni. Un “certificato X” esisteva peraltro nel Regno Unito sin dai primi anni ‘50 e sarebbe stato sostituito dal logo “18″ che indicava il “vietato ai minori” solo nel 1982. Negli anni le classificazioni mutarono più volte: “Rated X” fu infine rimpiazzato dalla dicitura “NC-17″ nel 1990.
Molti film nel corso degli anni hanno visto la propria classificazione cambiare anche in maniera sostanziale: perché i canoni del linguaggio, della morale e del cosiddetto ”comune senso del pudore” cambiano continuamente. O per altri motivi. Persino “La Corazzata Potemkin” - inizialmente del tutto censurata per il suo significato politico - negli anni ‘50 circolò in Gran Bretagna con tanto di “X”.
Parallelamente, si verifica una curiosa evoluzione: mentre altre classificazioni avevano il crisma dell’ufficialità ed erano veri e propri marchi concessi dalla MPAA, ”X” non era un marchio. Chiunque poteva attribuirlo al proprio lavoro. Così, alcuni classificavano con la X i propri film come mossa pubblicitaria, altri ancora - i produttori di film pornografici - per dare l’idea che i propri prodotti presentassero contenuti più estremi, cominciarono a utilizzare anche doppia e tripla X. Si arrivò al punto in cui XXX era sinonimo di pornografia esplicita, hardcore, mentre la semplice X restava applicata a film con contenuto adulto, ma che non nascevano come banali pellicole pornografiche: “Ultimo Tango a Parigi” è uno degli esempi più evidenti.
Compiutasi a metà anni ‘90 la rivoluzione di Internet, da qui a pensare di trasformare “XXX” in un’estensione per i domini internet per adulti, il passo appare quasi logico.
L’idea del “distretto a luci rosse” di Internet è storia vecchia, dicevamo. La prima proposta del “top level domain” (TLD) .xxx - da affiancare ai .com e simili - da parte di ICM Registry, società guidata da Stuart Lawley, risale addirittura al 2000. Un secondo tentativo viene effettuato nel 2004 e un terzo nel 2007. Nonostante una prima accettazione nel 2005, la situazione si capovolse l’anno dopo. Insomma, tutti e tre i tentativi andarono a vuoto.
Contro questa idea ci sono sin dall’inizio forze uguali e contrarie: i conservatori, contrari all’istituzione di una simile estensione, che equivarebbe ad attribuire una sorta di ufficialità al vasto sottobosco di contenuti pornografici in Rete. Dall’altra, la stessa industria dei contenuti per adulti, che non vuole sentirsi ghettizzata, e tutti coloro che vedono il rischio di censure e limitazioni della libertà di espressione.
Insomma, mettere in pratica un’idea che di per sé potrebbe essere buona (collocare in un “distretto” virtuale i siti per adulti, così da tenerne agevolmente fuori sia i minori che altri utenti, per esempio le aziende, cosicché i dipendenti non possano esserne “distratti” durante la giornata lavorativa…) è tutt’altro che semplice.
La proposta sembrava quasi abbandonata; senonché, oltre un decennio dopo il primo tentativo e in un momento in cui l’America allenta la presa su Internet (aspettatevi la comparsa di indirizzi internet in caratteri non latini, quali quelli cinesi, ad esempio) .xxx è tornato sulla scena. Riproposto nel 2010, viene rapidamente approvato lo scorso anno.
Ma la soluzione scelta sembra essere stata la peggiore: l’attribuzione ad ICM Registry di un potere assoluto su .xxx. E per essere una storia tutta americana, i connotati sono più quelli di un classico pasticcio all’italiana, che riesce a scontentare (quasi) tutti.
ICM è un esclusivista: fa il prezzo e stabilisce a chi eventualmente far trattare il proprio prodotto nei diversi paesi (in Italia Register.it, gruppo Dada).
Non solo: di fatto è vanificata la funzione originaria di .xxx: se il TLD era stato proposto per creare una zona facilmente “filtrabile” nei confronti di minori e altre categorie, in realtà non sussiste alcun obbligo di trasferire le proprie attività su questa estensione. Ergo, se avete già un sito per adulti .com o .net, continuerete ad operare come prima e dove vi pare. Davvero un discreto pasticcio.
E più che il monopolio sulle vendite preoccupano altri aspetti: ICM si è vista riservare questo importante incarico senza alcun concorrente sulla piazza. Le è stato concesso di mettere in piedi una sorta di “ricatto” indirizzato prima all’industria del porno e poi ad enti, aziende, università: acquistate il vostro domain .xxx, prima che lo faccia qualcun altro e vi danneggi in qualche modo. Alcuni enti, quali certe istituzioni universitarie, hanno ceduto e pagato per acquisire il proprio indirizzo .xxx.
Va detto che il cybersquatting - la pratica di impadronirsi (pur pagando regolarmente) di un dominio Internet contenente nomi o marchi che sono nella titolarità di altri - è pratica vecchia almeno 15-16 anni e tuttora esistono siti .com o .net che per esempio sfruttano il nome di una modella o attrice di film erotici del passato per presentare contenuti per adulti che spesso nulla hanno a che vedere con il nome del personaggio illecitamente sfruttato.
ICM ha agito in modo curioso e un po’ ambiguo: da un lato sembrava voler venire incontro a questo tipo di figure ed evitare loro ulteriori azioni di cybersquatting. Dall’altro sembrava dire: ti ho dato la possibilità di tutelarti acquistando il tuo indirizzo .xxx o mettendoci su un blocco, sempre a pagamento; se non lo fai entro una certa data, mi sentirò libero di cedere il tuo nome al primo che passa. In realtà almeno per i “performer” dei film per adulti al momento il problema è risolto: ICM ha bloccato in partenza tutta una lunga serie di nomi, senza più chiedere alcun versamento. Gli aventi diritto possono eventualmente acquisire l’indirizzo a cui hanno interesse, mostrando le proprie credenziali su una apposita pagina web.
Resta in piedi però il ricatto ad altre figure: che ne pensate di un sito .xxx ispirato al nome di un personaggio pubblico che nulla ha a che vedere con la pornografia (da Obama.xxx a LadyGaga.xxx, per esempio) oppure a un marchio noto, da Coca Cola a McDonald’s? Il terreno è sicuramente minato, ma l’affare è allettante, soprattutto se si considera che sfruttando il concetto di “parodia” che è ampiamente presente nella legge sul diritto d’autore statunitense, per esempio negli ultimi anni sono fiorite “parodie” a sfondo erotico letteralmente di qualsiasi cosa, da Star Wars ai Simpson, da Batman e Superman ai Ghostbusters, fino a politici come Sarah Palin. Alcuni di questi lavori sono firmati da registi abbastanza noti, hanno un budget tutt’altro che risibile e case di produzione quali Hustler Video, di Larry Flint.
Insomma qualche buontempone potrebbe provarci, ma anche qualche scaltro businessman. E se scopriamo che Obama.xxx o barackobama.xxx non sono registrabili, per fare qualche esempio del caos che si prospetta, un certo Yoel Schwartz da New York si è impadronito di Barack-Obama.xxx. E sembra essere in buona compagnia: tale Salvador Cruz da Antequera, Spagna, ha registrato Berlusconi.xxx, sul quale però non ha ancora pubblicato nulla; come pure non mancano Sarkozy.xxx (intestato a un tale “Baba Ali”, residente in Francia) o Putin.xxx, intestato a un cittadino russo. Il pasticcio, insomma, sembra solo all’inizio…
- Martedì 24 Gennaio 2012
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Commenti
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Il 16 Marzo 2012 alle 17:14 kurtino ha scritto:
Salve,
ho trovato questo articolo davvero completo ed esaustivo. Effettivamente non sono nati sotto una buona luce perchè oltre al deplorevole fenomeno del cybersquatting, molti webmaster lamentano anche il costo eccessivamente alto per registrare questa estensione. In un articolo leggevo (se posso cito la fonte http://www.articlemarketingita.....o-top.html) che la media per registrare un .xxx era di 100 dollari ( in Italia come al solito si parla di 120 EURO!!). Io non sono ne pro e ne contro il settore adult ma penso che la ICM registry si stia facendo i milioni con le registrazioni di domini che quasi sicuramente alla scadenza molti saranno lasciati scadere.
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