
Leggi lo speciale di Panorama.it sulla guerra digitale

di Guido Castellano
Il loro motto è: «Siamo uniti e nessuno ci può dividere. Siamo una legione, non perdoniamo e non dimentichiamo mai. Stiamo arrivando». Sono un’armata di hacker senza volto e senza nome, si fanno chiamare Anonymous e nascondono la loro identità dietro la maschera sorniona e baffuta di Guy Fawkes, personaggio reso popolare dal graphic novel e dal film V per Vendetta. A parole si battono per la libertà del web. Nei fatti si comportano come un esercito. Anonymous, che è considerato come una sorta di Robin Hood della digital age da chi pretende che tutto in rete debba e possa essere fruito gratuitamente, è un movimento che vuole ridefinire gli equilibri nella società dei net-citizen. Un braccio armato di mouse e computer che ha dichiarato guerra all’establishment in un modo non convenzionale. Commettendo atti di guerriglia digitale, bombardando e mandando in tilt siti istituzionali e governativi, paralizzando quelli delle major e diffondendo online informazioni personali.
Non si tratta più di bravate da smanettoni informatici, ma di atti coordinati ed efficaci. Basti pensare che gli attacchi messi a segno pochi giorni fa sono riusciti a far slittare l’approvazione di due leggi al Senato e alla Camera americani: lo Stop online piracy act e il Protect ip act, meglio noti in rete con gli acronimi Sopa e Pipa.
La prima norma permetterebbe di procedere contro i siti considerati illegali, bloccando i pagamenti degli utenti e, al contempo, facendo rimuovere i medesimi siti dai motori di ricerca. La seconda consentirebbe al governo statunitense di inibire, d’autorità, l’accesso ai siti «canaglia», ossia quelli che favoriscono la diffusione di file illegali o prodotti contraffatti. Due provvedimenti che hanno fatto salire sulle barricate non solo gli anonimi di Anonymous, ma anche colossi come Wikipedia, Google, Youtube, Facebook e Twitter, secondo i quali Sopa e Pipa, se approvati, pur proponendosi di combattere la pirateria e difendere il diritto d’autore, potrebbero limitare la libertà di espressione individuale.
Quella dei grandi nomi del web «è una lobby molto influente» come l’ha definita il quotidiano britannico Financial Times. «La campagna messa in atto è stata la più grande protesta online della storia». Così potente da intimorire anche il presidente Barack Obama, che in una nota ufficiale ha preso le distanze da Sopa e Pipa.
Ed è sotto questi auspici, con la discussione nella sua fase più accesa, mentre Wikipedia sciopera levando i suoi contenuti dalla rete, che è cominciata quella che il web ha già battezzato «la prima guerra mondiale digitale».
Giovedì 19 gennaio, ad Auckland, in Nuova Zelanda, 70 agenti dell’Fbi americano hanno partecipato all’irruzione, con un blitz alla Mission: impossible, nella villa ultraprotetta di Kim Dotcom (alias Kim Schmitz), cittadino tedesco, con residenza a Hong Kong, numero uno di un network di siti che da solo generava il 4 per cento del traffico totale in internet. Megaupload e Megavideo (con Megaporn, Megapay e Megaclick) sono stati spenti perché meta di pellegrinaggio di quanti scaricano film e musica senza pagare il biglietto.
Nel documento diffuso dal dipartimento della Giustizia americano si legge: «Megaupload aveva più di 1 miliardo di visitatori, più di 150 milioni di utenti registrati e 50 milioni di visitatori al giorno». Ora il fondatore rischia 60 anni di carcere per avere violato tutte le leggi possibili sul copyright e molto di più. La risposta di Anonymous non si è fatta aspettare. Poche ore dopo l’arresto di Kim Dotcom, gli hacker hanno attaccato e mandato in tilt il sito del dipartimento della Giustizia statunitense, l’autorità che aveva ordinato la chiusura di Megaupload.
Stessa sorte per gli indirizzi web della Riaa (associazione americana dell’industria discografica) e della Mpaa (organizzazione americana dei produttori cinematografici), ritenute «colpevoli» di voler far pagare i contenuti multimediali online. Sono saltati anche il portale delle major Universal, Warner, Bmi, Vivendi. Tutta la discografia dell’etichetta Sony è stata messa online per essere scaricata gratis, il sito della polizia della Nuova Zelanda, quello della Casa Bianca e della Cbs sono rimasti irraggiungibili per ore. In totale gli obiettivi, secondo una rivendicazione di Anonymous, sono stati 5 mila, tra cui il sito del governo brasiliano e quello dell’Equitalia.
Sono persino stati diffusi in rete i dati personali di Robert Muller, capo dell’Fbi che ha disposto l’operazione antipirateria. Poi, in un video diffuso su Youtube, è partita la minaccia planetaria: «Se fra 72 ore il sito Megaupload non tornerà raggiungibile, attaccheremo nuovamente».
Siamo al paradosso: Megaupload (che è un sito pirata), nei post su Twitter e Facebook rappresenta il bene e il simbolo della libertà della rete, mentre l’Fbi incarna il male, il censore. Però anche Mark Zuckerberg si sta preoccupando. Sebbene abbia preso posizione contro le leggi Sopa e Pipa, adesso anche il suo colosso Facebook potrebbe essere vittima di un attacco. Anonymous lo ha preannunciato sul web: 800 milioni di profili potrebbero bloccarsi.
Andrebbe ricordato al popolo della rete che si indigna, perché ora non può più scaricare abusivamente file illegali da Megavideo, che il signor Dotcom è stato estratto armato fino ai denti da un bunker di cemento armato nella sua villa ad Auckland dopo che gli agenti avevano lavorato per ore con il martello pneumatico per aprirsi un varco. Dotcom con i file pirata si è arricchito alle spalle di quei net-citizen che addirittura lo pagavano per poter scaricare più velocemente cinema e serie tv.
Megaupload ha fruttato a Kim Dotcom 175 milioni di dollari di profitti illeciti e ha causato oltre mezzo miliardo di danni ai titolari dei diritti. Fra i capi d’accusa c’è anche il riciclaggio di denaro. Un passato da hacker, ma anche da truffatore con due condanne sulle spalle, in Germania è famoso per essere stato protagonista negativo del più clamoroso caso di insider trading nella storia della finanza tedesca.
Ma se da un lato gli attacchi di Anonymous hanno avuto l’effetto di far rallentare due leggi, dall’altro la prova di forza dell’Fbi ha spaventato i siti analoghi a Megaupload. Videobb (da molti indicata come alternativa a Megavideo), Videozer e Fileserve si sono autocensurati e hanno rimosso i file pirata dallo streaming. C’è chi ha fatto di più: il sito Filesonic ha deciso di interrompere il suo servizio di file sharing.
La battaglia però è solo all’inizio. Se Sopa e Pipa sono state messe in stand-by, ci sono altre leggi in arrivo che preoccupano il popolo di Anonymous. Prossimo fronte di battaglia planetaria è una legge che si chiama Acta, acronimo di Anticounterfeiting trade agreement (Accordo commerciale anticontraffazione) ed è il frutto di 4 anni di trattative riservate tra 40 paesi diversi e alcune multinazionali, tra cui Google, Sony e Intel. L’Acta è un accordo tra nazioni attualmente in fase di analisi al Parlamento europeo. Se fosse approvato, i siti che condividono materiale online dovrebbero controllare che questi contenuti non siano protetti da copyright, diventando così responsabili di ogni illecito.
C’è poi anche una Sopa all’italiana. La Commissione politiche comunitarie ha approvato un emendamento proposto dal leghista Giovanni Fava alla legge comunitaria in approvazione alla Camera. Sulla rete viene già chiamato in tono canzonatorio «emendamento Fava o legge bavaglio». La norma introduce la possibilità che a richiedere l’eliminazione di un contenuto web possa essere non solo un giudice, ma anche un privato che si ritenga vittima di una violazione del copyright. Anche con una email. Per questo Anonymous, tramite Twitter e il tamtam del web, sta chiedendo sostegno al popolo della rete per compiere i prossimi attacchi.
Per mandare in tilt un sito, infatti, occorre che migliaia di persone contemporaneamente si colleghino all’obiettivo dell’attacco; questo semplice fatto ne paralizza le funzionalità. Un’azione che fino a ieri richiedeva capacità da hacker. In queste ore però sta girando in rete un link. Basta cliccarlo per partecipare all’attacco e diventare parte di Anonymous. Chi lo fa compie un reato. Navigatore avvisato…
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I DOWNLOAD ABUSIVI SONO UN REATO. SEMPRE
«Non solo chi scarica sul proprio computer, ma anche chi guarda abusivamente un film o una serie tv in streaming sul web commette un illecito» ricorda a Panorama il tenente colonnello della Guardia di finanza Mario Leone Piccini, esperto in materia e autore del libro I pericoli del Web (editrice San Marco).
Ma cosa rischiano gli scrocconi del copyright?
Se chi scarica lo fa per «uso personale», nel senso che dopo il download non diffonde in rete o in altri modi l’opera scaricata, la sanzione è amministrativa: 154 euro e confisca delle opere abusive.
Si rischia anche la galera?
Sì. Il pirata deve però diffondere abusivamente al pubblico opere tutelate mettendole su internet. Va ricordato che i programmi di file sharing condividono i file piratati con gli utenti della rete. Chi usa questi software deve saperlo.
Quali sono le pene previste?
Se chi scarica lo fa «senza scopo di lucro», ma condivide in rete i documenti scaricati abusivamente, rischia una multa da 52 a 2.066 euro e la confisca delle opere. C’è poi il caso più grave di chi scarica «a scopo di lucro». In questo caso il pirata rischia la reclusione da 1 a 4 anni, una multa da 2.582 a 15.494 euro e la confisca delle opere abusive. Ma non è tutto.
Altre sanzioni?
Commettere uno dei precedenti reati comporta anche la sanzione amministrativa pecuniaria pari al doppio del prezzo di mercato dell’opera piratata e comunque non inferiore a 103 euro, per ogni violazione e per ogni esemplare abusivamente duplicato.
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«I FURBETTI ITALIANI? SONO 1,7 MILIONI»
«L’Fbi ci ha preceduto. Volevamo bloccare, con una azione legale, l’accesso degli utenti italiani a Megaupload e Megavideo» svela a Panorama Enzo Mazza, presidente della Fimi, l’associazione di categoria della Confindustria che tutela la musica in Italia.
Quanti italiani frequentavano Megaupload?
Secondo le nostre stime sono almeno 1,7 milioni.
Una legge antipirateria è una sorta di censura?
Google e Wikipedia dovrebbero riflettere sulle loro battaglie per le libertà digitali, perché con il loro agire difendono, neanche troppo implicitamente, aziende criminali come Megaupload. C’è bisogno di una legge, altrimenti fatti come quello accaduto a novembre alla cantante Laura Pausini saranno la normalità.
A cosa si riferisce?
Un inedito della cantautrice è finito sul web prima che fosse inciso su un cd ufficiale. Per fortuna la Guardia di finanza l’ha fatto rimuovere e ha arrestato i colpevoli.
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«I SITI PIRATA VENGONO OSCURATI. PER LEGGE»
«Il blocco di Megaupload fatto dall’Fbi è stato importante, ma rimane però una soluzione limitata» spiega a Panorama Roberto Guerrazzi, presidente della Univideo, associazione della Confindustria che tutela il mondo dell’home video.
Che cosa serve in Italia?
Univideo appoggia l’iniziativa dell’Agcom volta a preparare un regolamento che consenta di intervenire rapidamente con sanzioni amministrative nei confronti dei fornitori di contenuti non autorizzati che, a conoscenza degli illeciti, non intervengano per rimuoverli, e con l’inibizione all’accesso ai siti con contenuti illeciti. Ma siamo in una situazione di stallo.
Quali sono i tasselli che mancano?
Il regolamento in questione, per ora, è solo una bozza sottoposta a pubblica consultazione. Si attende la stesura definitiva con alcune modifiche essenziali per la sua efficacia. Potrebbe essere lo strumento idoneo a tutelare i diritti di autori, imprese e lavoratori.
- Mercoledì 1 Febbraio 2012
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