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YouTube: la webrivoluzione compie cinque anni

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Andy Warhol aveva quasi indovinato, quando disse: «Un giorno chiunque avrà 15 minuti di celebrità». Ma un quarto d’ora, di questi tempi, è fin troppo. A Jawed Karim sono bastati 18 secondi per mostrarsi a tutto il mondo davanti a una gabbia di elefanti nello zoo di San Diego. Era Me at the zoo: il primo clip caricato su Youtube, il 23 aprile 2005, poco più di due mesi dopo la nascita del network, il cui compleanno cade un po’ prima, il 15 febbraio. Chissà se Karim, cofondatore del network assieme a Chad Hurley e Steve Chen, sospettava di inaugurare una delle più grandi rivoluzioni culturali del nuovo millennio. Continua

Disastro in mare, petrolio nel piatto

Durante il conflitto della scorsa estate tra Israele e Libano, 15mila tonnellate di olio combustibile pesante sono finite in mare a causa di un bombardamento israeliano che ha colpito la centrale elettrica di Jieh, a 28 chilometri da Beirut. L'aspetto del litorale libanese è stato fotografato da Greenpeace.<br /> [i](Credits: Greenpeace)[/i]

“Credi che l’inquinamento non ti riguardi? Ripensaci”. Lo slogan del Wwf è più chiaro dopo aver visto il video (in fondo all’articolo). E detto con l’attualità suona così: per stare al sicuro, non basta escludere Santorini dalle mete possibili per la prossima vacanza. Le 400 tonnellate di petrolio riversate nell’Egeo e le 50 addossate sulle coste dell’isola dopo il naufragio della Sea Diamond si faranno sentire anche da noi, per molto tempo.

Il ministro della Marina mercantile greca, Manolis Kefaloyannis, cerca di rassicurare: “Siamo concentrati sulla tutela dell’ambiente, la situazione è sotto controllo”. Ma puntuale arriva la versione del responsabile delle operazioni di bonifica, Vassilis Mamaloukas: “Se le condizioni meteorologiche dovessero cambiare” ha avvertito “potremmo perdere il controllo”.
Mettere una pezza non significa riparare il danno. Secondo Greenpeace “anche in condizioni ideali, con attrezzature appropriate e un intervento tempestivo, non è possibile recuperare più del 20 per cento delle sostanze tossiche rilasciate in caso di incidente”. Spiega Alessandro Giannì, responsabile della Campagna Mare dell’associazione ambientalista, intervistato da Panorama.it: “I disatri navali hanno conseguenze sul lungo periodo, compromettono l’ecosistema marino, investono tutto l’ambiente e riguardano da vicino anche la nostra salute, ma le cause” precisa “non sono soltanto gli incidenti in mare. Questi attirano l’attenzione dei media perché sono macroscopici, ma in realtà la maggioranza delle immissioni di idrocarburi arriva da fonti terrestri, come impianti o trasporti. Si tratta di un flusso silenzioso e invisibile” continua Giannì “che crea una situazione di tossicità cronica e ammala tutti i mari del pianeta. E tra tutti il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo”. A scanso di equivoci, se qualcuno se ne preoccupa soltanto prima di fare un tuffo, il responsabile della Campagna Mare ricorda che “le sostanze tossiche finiscono nel plancton, il nutrimento dei pesci, e quindi arrivano dritte dritte sulle nostre tavole ogni giorno”.

Una ricetta ci sarebbe secondo Greenpeace. “Passare a fonti rinnovabili perché il petrolio è troppo inquinante e pericoloso”. Come risultò chiaro l’estate scorsa, durante il conflitto tra Israele e Libano, quando un bombardamento israeliano ha colpito la centrale elettrica di Jieh a 28 chilometri da Beirut, facendo finire in mare circa 15mila tonnellate di olio combustibile pesante. I venti hanno poi fatto il resto, portando la marea nera a lambire addirittura le coste della Siria.

Solo nell’ultimo anno, si sono avvicendate tre tragedie ecologiche, tutte di enormi proporzioni, in luoghi lontanissimi tra loro. Nelle Filippine, nell’agosto 2006, affondava la petroliera Solar I con a bordo oltre 2 milioni di litri di olio combustibile. Più di 200 mila litri di olio nero e catramoso si sono riversati in mare per quello che è stato definito il peggior disastro ecologico da petrolio nella storia del Paese. La nave, affondata in acque profonde, è ora una bomba ecologica a orologeria: nelle sue stive ci sono ancora 1,8 milioni di litri di veleni. Pochi giorni prima, al largo della costa indiana, la petroliera giapponese Bright Artemis si scontrava con una piccola nave cargo. Risultato: oltre 4.500 tonnellate di greggio nelle acque tra Sumatra e Sri Lanka. Nel marzo dello stesso anno, il più grande impianto di estrazione del Nord America, Prudhoe Bay, aveva rilasciato nell’ambiente oltre un milione di litri di petrolio a causa di una falla nelle condutture di un oleodotto. Un evento tutt’altro che straordinario, perché, come avverte sempre Greenpeace, “l’estrazione del petrolio è continuamente accompagnata da perdite delle condutture, esplosioni più o meno gravi, incidenti, infortuni e anche morti tra i dipendenti”.

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