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Bastano due euro per registrare le opere d’arte online

http://flickr.com/photos/zerne/16713332/
Internet: gioia e dolore per gli artisti. Se da un lato aumenta in misura esponenziale la visibilità pubblica delle loro opere d’ingegno, dall’altro le espone costantemente a copie non autorizzate. Quanti fotografi non professionisti pubblicando le foto dell’ultimo viaggio sul proprio blog, rischiano il furto delle immagini da parte di editori sconsiderati? E quanti musicisti in erba depositando nella vetrina Myspace i loro brani, vivono sotto la minaccia del plagio dei loro ritornelli?
I meno risoluti sanno che per proteggere le loro creazioni devono registrarle alla Siae pagando tra i 50 e i 220 euro. Quello che forse non sanno è che potrebbero ricevere lo stesso servizio pagando soli due euro sul sito www.enghe.com, con annessa anche la difesa legale dell’opera inedita in caso di plagio.
L’iniziativa, che porta la firma di Luca Olivetti, l’avvocato dei lettori di Tv Sorrisi e Canzoni, sfrutta la non esclusività del servizio da parte della Siae (il deposito dell’opera non crea il diritto, ma dà soltanto la prova, confutabile, dell’esistenza dell’opera e della provenienza di questa dall’autore), a un costo più basso grazie alla semplificazione della procedura fatta online. Sul sito di Enghè, che entrerà a regime a fine aprile, qualsiasi utente potrà depositare, virtualmente, un file di 2 Megabyte a due euro e venderlo o darlo in concessione a terzi. In questa fase di start-up sia il deposito sia le transazioni di sfruttamento economico delle opere, sono ancora gratuite.

Tribunale di Milano: un euro alla Siae per ogni Cd masterizzato

Se il cittadino compera un cd o un dvd vergine, è giusto che paghi un surplus per compensare musicisti o registi dalla violazione del diritto d’autore che potrebbe scaturire dalla masterizzazione di un film o di una raccolta di canzoni.
Lo ha confermato il tribunale di Milano che ha dato torto a una società produttrice di supporti digitali, la Computer Support Italcard srl ora fallita, che dal 2003 evadeva una sorta di tassa, il cosiddetto “equo compenso“, che avrebbe dovuto pagare alla Siae per risarcire i musicisti e i registi danneggiati dalla copia privata - masterizzata - di un’opera d’arte.

Nel 2003 infatti il Governo italiano per implementare una direttiva comunitaria, ha introdotto con decreto una sorta di compenso agli autori di opere d’arte che, quando applicato, va a raddoppiare il prezzo del cd vuoto. Il punto è che non tutti i produttori hanno obbedito alla norma. Alcuni di essi fino ad oggi hanno evaso il compenso proponendo sul mercato i cd allo stesso prezzo di prima, con la speranza che un giudice, presto o tardi, potesse riconoscerli vittima di qualche forma di violazione della libera concorrenza.
Secondo i produttori - Computer Support Italcard per primo, ma anche TDK, Verbatim e altri membri della loro associazione di categoria (Asmi) - l’aumento del prezzo dei cd, li avrebbe sfavoritri rispetto ai concorrenti on line e ai rivenditori di Paesi limitrofi. Il tribunale di Milano però ha riconosciuto la leggittimità di questa specie di tassa, “con una sentenza”, dice l’avvocato della Siae Cristiano Castrogiovanni dello studio Nava, “che potrebbe dettare il risultato anche di un altro contenzioso pendente di fronte alla corte di Milano”. Castrogiovanni si riferisce alla battaglia giudiziale sulla stessa questione sollevata contro la Siae dall’Asmi. In questo caso il compenso evaso raggiunge qualche decina di milioni di euro. Computer Support che contava un arretrato di 8 milioni di euro probabilmente non potrà saldare il suo debito con Siae perchè nel frattempo ha dichiarato la bancarotta.

L’etichetta non mente più: trasparenza su calorie e zuccheri

Controlli dei carabinieri del Nas in un supermercato
Dagli scaffali dei supermercati a partire da domenica primo luglio potrebbero sparire tutte le etichette degli alimenti che ci promettono meno calorie, più benessere, maggiore concentrazione, più fibre o meno zuccheri. O meglio: determinati slogan potranno essere utilizzati soltanto a determinati parametri scientifici. È quanto stabilisce una disposizione comunitaria, la numero 1924 del 2006, che comincia a dettar legge nei vari Paesi membri.

Il testo di legge punta da un lato a omogeneizzare la normativa dei vari Paesi sui cosiddetti “claim” (quegli slogan che servono ad attrarre i consumatori verso i prodotti alimentari) in modo da agevolare gli scambi; e dall’altro a tutelare la salute dei consumatori evitando che si diffondano messaggi pubblicitari fuorvianti, come ad esempio soluzioni per malattie come l’obesità , la bulimia e l’anoressia.

Tanto è vero che nell’allegato alla disposizione, i legislatori hanno già stilato un elenco di 25 “claim” (senza zuccheri, con poco sale, a ridotto contenuto di calorie, ricco di fibre ecc..) specificando quali dovranno essere i valori nutrizionali che l’alimento dovrà possedere affinché l’azienda possa utilizzarli. Ad esempio: da domenica prossima l’espressione “senza grassi” sarà consentita solo se l’alimento contiene non più di 0,5 grammi di grassi su 100; così anche il claim “senza calorie” andrà sulle etichette delle bevande solo se queste contengono meno di 4 kilocalorie in 100 millilitri. Per gli edulcoranti da tavola si applica il limite di 0,4 kilolacorie a dose (circa un cucchiaio di zucchero).
La lista proposta dalla Ue non è definitiva tanto che i legislatori hanno invitato ai Paesi membri a proporre indicazioni nutrizionali aggiuntive che poi dovranno essere approvate da un comitato di scienziati. Ma la direttiva non si ferma a dettar regole alle indicazioni nutrizionali. Sotto la mira del legislatore ci sono anche le indicazioni di salute (come ad esempio: riduce lo stress, aumenta la concentrazione, fa bene alla diuresi) che dovranno essere regolamentate entro il 2010. Entro quella stessa data si deciderà la sorte anche dei loghi a forte valenza suggestiva (Slimfast e Vitasnella, tanto per fare degli esempi), quelli che tramite una immagine o un nome suggeriscono il raggiungimento di uno stato di salute che non corrisponde alla realtà.

Il Tribunale di Venezia mette un altro stop al cybersquatting

Alpieagles. com: il sito è stato oggetto di cyberg squatting
Un altro Tribunale ha detto no al “cybersquatting” (letteralmente: occupazione abusiva di spazi nella rete), quella pratica antipatica per colpa della quale quando si cerca un determinato indirizzo in internet, pur avendo digitato correttamente l’intero Url, si viene deviati su un sito del tutto differente.

Questa volta è stata la sezione specializzata in proprietà intellettuale della corte di Venezia che, tramite un’ordinanza, ha vietato a Francesco Dominoni, un intraprendente esperto di rete che operava nel settore del turismo, di utilizzare il dominio www.alpi-eagles.it.
Dominoni nel dicembre del 2004 aveva depositato il dominio presso il l’Istituto di informatica di Pisa che fa parte del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), e una volta ottenuta l’autorizzazione dall’Ente, aveva re-indirizzato quell’Url al sito www.offertalastminute.it, che a sua volta promuoveva viaggi a basso costo. Alpi Eagles, che è una compagnia aerea di Padova, dopo qualche mese si è accorta dell’uso improprio del suo marchio sulla rete e ha fatto subito ricorso al tribunale di Venezia. Il vettore e i legali dello studio Carobene Cervato & partners sono riusciti a ottenere il diritto di esclusiva sul dominio, che da ora in avanti reindirizzerà l’utente al vero sito della compagnia.

Panorama.it ha inoltre appreso che l’imputato ha deviato sul sito delle offerte last minute gli indirizzi di altre compagnie aeree tra cui quello della Ryanair e Aer Lingus (se cliccate ad esempio sul’Url www.aerlingus.it verrete ancora re-indirizzati sul sito dei last minute). Prima di questo caso, erano state vietate anche le occupazione abusive dei domini di Mac Donald e Armani.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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