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Neuroeconomia: il grande crollo dei mercati? Questione di testa

(Elaborazione di Stefano Carrara)

(Elaborazione di Stefano Carrara)

La nuova bufera che ai primi di maggio ha investito la borsa e le banche europee lo dimostra in pieno: l’economia sembra governata da forze incontrollabili più che da uomini in carne e ossa. Ascoltiamo al telegiornale esperti finanziari pronunciare frasi come «i mercati non hanno fiducia nella ripresa economica», come se gli stessi mercati fossero un’entità a sé stante invece che la somma delle decisioni razionali di singoli esseri umani. E molti si chiedono perché non siamo capaci di frenare gli istinti speculativi per preservare il bene comune, la stabilità per tutti piuttosto che i grandi guadagni per pochi. O perché i classici algoritmi matematici spesso falliscono nell’identificare per tempo le crisi finanziarie internazionali. Continua

Cervello: il Connettoma umano, le mappe dei pensieri

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Strade, autostrade, incroci, ingorghi, deviazioni: non è il percorso di un automobilista in una grande città, ma una metafora di quanto accade alla trasmissione delle informazioni nel nostro cervello.
Continua

Estate sicura: quanti errori alla luce del sole

Sole e raggi sulla pelle

Ha fatto le lampade, un mese prima delle vacanze, perché “proteggono dalle scottature”. È andata in farmacia e ha acquistato gli integratori che preparano la pelle al sole: ha scelto i solari protezione media, così potrà stare sotto i raggi per ore senza preoccuparsi. Tutto giusto, no? È quello che molti di noi, del resto, abbiamo letto, orecchiato, sentito dire. O che, semplicemente, facciamo da anni perché siamo abituati così. Però in questo modo rischiamo, esponendoci al sole, di accumulare piccoli e grandi errori. Con conseguenze immediate per la pelle o rischi nel lungo periodo.
A confondere le idee sui potenziali danni o sui benefici dei raggi solari sono anche messaggi spesso contraddittori. L’ultima notizia è di pochi mesi fa: il sole non fa poi così male, anzi aiuterebbe a prevenire il cancro favorendo la formazione della vitamina D (lo ha annunciato uno studio dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Oslo). Una seconda indagine (International Journal of Cancer) rincara la dose: esporsi al sole, seppure con moderazione, evita il linfoma non Hodgkin. Negli Stati Uniti la Indoor tanning association (associazione americana di proprietari di solarium) ha subito usato queste ricerche per una martellante campagna di controinformazione: addio timori e cautele, il sole fa bene e basta. “Vi sono solo alcune dimostrazioni dell’efficacia anticancro della vitamina D mentre il legame tra esposizione al sole e tumori cutanei è assodato. Inoltre, non occorre cuocersi sotto i raggi per sintetizzarne una giusta quantità. Bastano 10 minuti o, ancora meglio, una dieta adeguata” puntualizza William Hanke, presidente dell’American academy of dermatology citato da Newsweek.
“E, soprattutto, non è affatto vero che le lampade abbronzanti siano sicure”. Una convinzione, questa, tuttavia diffusa, come conferma Giovanni Leone, direttore del Servizio di fototerapia dell’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma: “Contrariamente a quanto si credeva alcuni anni fa, il melanoma è più legato ai raggi Uva, quelli emessi dalle lampade che penetrano in profondità, e meno alla combinazione Uva-Uvb presente nella luce naturale. Quindi sottoporsi a sedute abbronzanti prima di andare al mare per indurre la formazione della melanina e sentirsi protetti è un errore “. Il rischio è molto limitato se si ricorre al solarium ogni tanto, ma non va sottovalutato da chi lo usa tutto l’anno. Non è l’unico abbaglio che prendono i forzati della tintarella, quelli che, in questo mese non ancora vacanziero, hanno solo il weekend per abbronzarsi (pioggia permettendo). C’è chi si alza presto il sabato mattina e, con un avanzo di crema solare rimasto nel cassetto, fattore di protezione non superiore a 10 (”Altrimenti non mi scurisco”), si dirige alla spiaggia o al parco per passarvi la giornata. La crema viene spalmata, ma senza abbondare (”Perché appiccica”). Raramente ci si ricorda che la dose minima necessaria, secondo il Progetto prevenzione melanoma dell’Unione Europea, è sei cucchiai colmi, pari a circa 36 grammi di prodotto.
Un tubetto da 100 grammi, quindi, serve per non più di tre o quattro esposizioni. Inoltre è bene ripetere l’applicazione ogni 2 ore e ogni volta che si esce dall’acqua, anche se la confezione afferma che il prodotto resiste ai bagni. Altra illusione da sfatare: i caftani di cotonina leggeri e trasparenti non bloccano i raggi, per proteggere davvero il tessuto deve essere abbastanza spesso da non far passare la luce, di colore scuro o rosso-arancione. Se non si rispettano queste regole, il rischio che si corre non riguarda solo il melanoma (la forma più aggressiva di cancro cutaneo, che non supera il 10 per cento del totale), ma anche il carcinoma spinocellulare e il basalioma. Due forme tumorali meno temibili ma che non vanno comunque trascurate e possono, specie la prima, dare luogo a metastasi. “I fattori di rischio per il melanoma sono noti solo in parte.
Alcuni sono legati alla predisposizione familiare, a occhi, capelli e cute chiari, alla presenza di lentiggini o di nei grossi e numerosi, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile” spiega Natale Cascinelli, ex direttore scientifico dell’Istituto dei tumori di Milano e presidente del Programma melanoma dell’Oms. “Per chi è predisposto l’esposizione al sole senza adeguate protezioni è solo il fattore scatenante, soprattutto se le scottature sono avvenute in età infantile”. In nove casi su dieci il tumore cutaneo è degli altri due tipi.
“Il basalioma coinvolge gli strati profondi dell’epidermide e sembra un piccolo nodulo, talvolta colorato” prosegue Cascinelli. Dopo l’asportazione, si può in genere considerarlo guarito. “Il carcinoma spinocellulare ha origine dagli strati superficiali ed è più legato alle ustioni solari (si trova facilmente su viso e spalle): di rado dà metastasi, ma va controllato. Chi ne ha uno di solito ne sviluppa altri; vanno anch’essi asportati quanto prima”. La soluzione, oltre a evitare di esporsi nelle ore centrali, è usare correttamente le creme solari. Da questo punto di vista ci sono novità. “È stata eliminata la dicitura schermo totale, perché non esistono sostanze in grado di filtrare completamente i raggi.
I fattori di protezione sono stati uniformati a livello europeo, per cui il più elevato è il 50+” dice Leone. “Le creme con fattore di protezione inferiore a 6 non sono considerate solari bensì cosmetici per mantenere la pelle idratata e nutrita”. A fianco della cifra, le associazioni di consumatori hanno ottenuto che compaia una dicitura più immediata: per un fattore tra 6 e 10 deve comparire la scritta “protezione bassa”, tra 15 e 30 “protezione media”, tra 30 e 50 “alta”, e con il 50+ “molto alta”. L’associazione Altroconsumo consiglia anche di verificare la data di scadenza e di non usare i prodotti aperti l’anno prima, perché i filtri solari chimici si degradano facilmente. Altro punto fondamentale, che non tutti sanno: i filtri possono essere instabili e degradarsi anche per colpa del sole stesso. Meglio acquistare un fotostabile (dovrebbe essere indicato in etichetta).
I filtri fisici (contengono zinco e lasciano una patina bianca sulla pelle) invece non superano il fattore 30 di protezione e per essere veramente efficaci devono essere uniti a quelli chimici. E le pillole che promettono di proteggere la pelle? “Possono essere utili per mantenere attive le difese immunitarie della cute, compromesse dal sole, ma non sostituiscono la crema solare ” avverte Leone. Contengono antiossidanti come betacarotene, licopene e fermenti lattici. Le associazioni di consumatori, però, ricordano che si tratta di elementi presenti nei vegetali, come carote e pomodori, e nei latticini; dato il costo non indifferente dei “nutraceutici ” (gli integratori alimentari che vantano proprietà preventive), basta attenersi a un’alimentazione ricca di insalate e yogurt per ottenere risultati analoghi. Attenzione agli autoabbronzanti: stimolano la produzione di melanina ma non offrono protezione. Quelli ultrarapidi poi sono semplici coloranti. Tumori a parte, non vanno trascurati altri effetti del sole come l’eritema, una sorta di reazione allergica alla luce. “La maggior parte di quanti ne soffrono (il 10 per cento degli italiani) ricorre al cortisone, senza contare che l’esposizione diventa impossibile” continua Leone.
“La sensibilizzazione è dovuta per esempio alle abbronzature prese ai Tropici, nonché alla maggiore aggressività dei raggi anche nel Mediterraneo, a causa dell’assottigliamento della fascia di ozono. Per prevenire problemi si dovrebbe fare una corretta analisi del modo con cui la pelle reagisce alla luce solare, per esempio grazie al simulatore solare, uno strumento che consente di studiare esattamente il fototipo di una persona”. La valutazione del fototipo è utile anche per evitare guai più seri come le ustioni solari, che possono essere molto dolorose, accompagnate da febbre e disidratazione.
E che sono la tipica conseguenza delle “botte di sole”: esposizioni prolungate, con poca crema solare o con un filtro troppo basso.

La prossima pandemia? Non è solo aviaria

Gli esperti sono d’accordo solo su un punto: la nuova pandemia influenzale ci sarà, e farà molte vittime. Il problema è sapere quando si verificherà, per poterne arginare gli effetti. “La scienza dispone di modelli matematici per la previsione della diffusione dei virus letali, ma si tratta di approssimazioni” spiega sulle pagine della rivista JAMA Jeffery K. Taubenberger, ricercatore dell’Armed Forces Institute of Pathology di Rockville, nel Marylan, affiliato al National Institute of Health di Bethesda, negli Stati Uniti.

Un aiuto importante viene dagli studi sulla genetica dei virus: e infatti è nata una nuova specialità quella del biologo “storico”, che analizza i resti di materiale genetico proveniente dai virus responsabili delle maggiori pandemie della storia (per esempio quella di influenza spagnola del 1918, che fece quasi 50 milioni di vittime nel mondo, infettando una persona su quattro).
Da tale analisi è possibile conoscere le modalità con cui un virus si è trasformato ed è diventato più aggressivo, dando il via alla pandemia. “Il virus del 1918 era di tipo aviario e si è combinato con un altro virus aviario, acquisendo tre nuovi geni e dando luogo a una nuova pandemia nel 1957. Un’altra epidemia importante si è avuta nel 1968, e il nuovo virus era una variante di quello del 1957, con due geni in più” spiega l’esperto statunitense. “Il nostro metodo predittivo si basa quindi sull’analisi dei virus in circolazione alla ricerca di nuove ricombinazioni genetiche potenzialmente pericolose”.

Rispetto alla prima metà del Novecento, oggi c’è una variabile in più: le persone viaggiano molto e trasportano gli agenti infettivi da un luogo all’altro con grande rapidità. Questo complica ulteriormente la faccenda, rendendo complesso il contenimento di un eventuale contagio. E infatti negli Stati Uniti l’allarme presso la popolazione è stato elevato, e il Governo, non senza contestazioni da parte degli scienziati, ha prodotto video informativi (come quello in inglese visibile su YouTube) tutt’altro che rassicuranti.

“Quel che è certo è che non possiamo concentrarci solo su un virus” conclude Taubenberger. “Negli ultimi anni tutti i riflettori sono puntati sul virus H5N1 responsabile dell’attuale diffusione dell’influenza aviaria, ma il nemico potrebbe nascondersi dietro qualsiasi forma di virus influenzale. È infatti dall’incontro di due ceppi diversi che nasce il vero pericolo: la vera sorveglianza e protezione sta nel prevedere l’imprevedibile e nell’essere pronti a reagire, sia contenendo la diffusione del virus sia mettendo rapidamente a punto un vaccino efficace”.

Il sesso orale è a rischio cancro, secondo uno studio americano

Alcune forme di cancro della gola sarebbero provocate dal virus del Papilloma umano, l’Hpv, lo stesso già noto per essere responsabile della quasi totalità dei carcinomi del collo dell’utero (come spiega anche la scheda informativa per i pazienti pubblicata sulla rivista medica Jama).
Lo afferma uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine su 100 pazienti, uomini e donne, colpiti da cancro delle tonsille, della lingua o della gola. “Più di sette malati su 10 risultano positivi per l’Hpv, il che significa che hanno contratto l’infezione, e le tracce del virus si trovano proprio nei tessuti cancerosi” spiega Maura Gillison, ricercatrice del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center. “Inoltre chi è stato infettato dal virus ha un rischio di sviluppare tumori dell’area del collo 32 volte più elevato della media. Poiché finora i principali fattori di rischio per questo tipo di tumori erano considerati l’alcol e il fumo, è importante sapere che anche gli astemi e i non fumatori possono ammalarsi e per quale ragione”.

Ma come ci si infetta? Semplice: con il sesso orale. L’Hpv è infatti un virus a prevalente trasmissione sessuale e alcune sue varianti sono responsabili dei cosiddetti condilomi acuminati (o creste di gallo), una comune malattia venerea. I ricercatori ipotizzano anche una trasmissione da bocca a bocca (con il bacio, per esempio) che però lo studio in questione non ha dimostrato. “In realtà il virus ha il potere di indurre la trasformazione cancerosa di diversi tessuti, in particolare delle mucose e della pelle, quindi poco importa quale sia la localizzazione dell’infezione” continua Gillison.

La notizia assume ovviamente una rilevanza particolare dal momento che è da pochi mesi disponibile il vaccino contro l’Hpv, che il ministro della Salute Livia Turco ha deciso di concedere a spese del Servizio sanitario nazionale a tutte le ragazze dai 12 anni in su.

“La nostra scoperta accresce il valore del vaccino, che assume una funzione di prevenzione anche nei confronti di questo tipo di tumori: secondo le nostre stime, circa il 62 per cento dei tumori di testa e collo sarebbero imputabili all’Hpv. E potrebbe anche avere un impatto importante sulla selezione delle categorie da vaccinare. Per esempio, molti hanno protestato per la giovane età delle ragazze a cui si consiglia la profilassi, sostenendo che i rapporti sessuali iniziano in genere alcuni anni dopo la pubertà. Il sesso orale, invece, viene praticato anche da ragazzi e ragazze piuttosto giovani” commenta Gillison. “Inoltre diversi studi hanno dimostrato che anche il cancro dell’ano può essere provocato dall’Hpv, in particolare nelle persone omosessuali, che potrebbero a loro volta costituire una categoria a rischio, per la quale vale la pena di ipotizzare una campagna vaccinale”.

L’esercizo fisico protegge dal Parkinson

Il rischio di ammalarsi di malattia di Parkinson può essere ridotto praticando un’attività fisica da moderata a intensa. Lo afferma una ricerca condotta dall’Università di Harvard che ha tenuto d’occhio per 10 anni oltre 140.000 persone con età media di 63 anni.
Tra queste, 413 hanno sviluppato la malattia di Parkinson. I ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano praticato con costanza un’attività fisica non blanda vedevano il loro rischio di ammalarsi ridursi del 40 per cento rispetto ai sedentari o a chi si limitava a salire le scale e fare qualche passeggiata.
In pratica, per ottenere i benefici bisogna sudare per almeno 30 minuti al giorno.
“Lo studio non ci dice in che modo l’attività fisica influenza le cellule del cervello che, degenerando, danno il via alla malattia” spiega Evan Thacker, autore della ricerca “Potrebbero quindi esserci altri fattori alla base di questa scoperta: è possibile, per esempio, che gli sportivi abbiano l’abitudine di alimentarsi più correttamente, o forse che mantengano attivo più a lungo il cervello. In ogni caso, nell’attesa di ulteriori studi in grado di spiegare i meccanismi del fenomeno, ci sembra un elemento in più per consigliare di fare sport anche in età avanzata, dal momento che se ne ricavano solo benefici”.
Thacker e colleghi hanno anche verificato la relazione tra rischio di ammalarsi e attività fisica a 40 anni, scoprendo che la protezione non dura a lungo: chi è attivo da giovane ma si mette in pantofole dopo i 50 perde i benefici acquisiti, almeno per quanto riguarda il Parkinson. “Sono gli anziani a doversi muovere di più” continua l’esperto americano “Certo, se non ci si muove da giovani è difficile riuscire a farlo con una certa costanza in età avanzata”.

L’emicrania? Fa bene alla memoria

Mal di testa? Portate pazienza, perché quel dolore che vi trapana il cranio protegge la vostra memoria. Lo afferma una ricerca uscita sulla rivista Neurology e basata sull’analisi delle capacità mnesiche (ovvero relative alla memoria) di quasi 1.500 donne, 200 delle quali affette da emicrania. Le signore sono state sottoposte a test di memoria per la prima volta nel 1993 e li hanno ripetuti dopo 12 anni. Mentre all’inizio, cioè in età giovanile, le donne con mal di testa riuscivano meno bene delle altre ai test di memoria immediata (per esempio nel ricordare un elenco di parole o un breve racconto), dopo i 50 anni mostravano una perdita di memoria inferiore a quella delle coetanee sane del 17 per cento.

“Alcuni farmaci contro l’emicrania, come l’ibuprofene, sono già noti per il loro effetto protettivo nei confronti della memoria e potrebero spiegare in parte la nostra scoperta: per combattere il dolore, le donne con cefalea ne consumano quantità maggiori” spiega Amanda Kalaydjian, della Johns Hopkins University, che ha condotto lo studio. “Oltre a ciò vi sono anche le abitudini di vita più salubri: chi ha l’emicrania tende a non bere alcol e a non fumare, perché queste sostanze moltiplicano le crisi. Ma alcol e fumo ‘bruciano’ i neuroni della memoria, quindi col tempo le donne emicraniche raccolgono i frutti positivi di queste rinunce”. Inoltre chi ha mal di testa dorme più ore delle persone sane, e anche questo è un elemento di protezione per il cervello.
“Ora proseguiamo negli studi perché potrebbe anche esserci un meccanismo biologico legato direttamente al mal di testa, per esempio un maggior apporto di sangue alle aree della memoria” conclude Kalaydjian. “La vasodilatazione, infatti, provoca il dolore, ma nello stesso tempo nutre i nostri neuroni”.

By pass e angioplastica pari sono

Dopo un infarto cardiaco, il rischio di ricaduta è identico se ci si fa operare di by pass a cuore aperto o se ci si sottopone a una semplice angioplastica con il posizionamento di uno stent medicato, ovvero ricoperto da farmaci che dovrebbero prevenire la chiusura del vaso. Lo afferma uno studio portato avanti su oltre 1.500 pazienti del Texas Heart Institute di Houston, negli Stati Uniti.
La notizia non fa piacere a chi negli ultimi anni ha puntato sugli interventi meno invasivi, come appunto l’angioplastica, per riparare al danno provocato dall’improvvisa chiusura delle coronarie.
“Quello che abbiamo scoperto è un po’ una sorpresa” ha dichiarato oggi James M. Wilson, coordinatore dello studio, all’VIII Conferenza annuale sull’aterosclerosi, trombosi e biologia vascolare dell’American Heart Association. “Anche le complicanze in ospedale, come il reinfarto subito dopo gli interventi, sono simili nel gruppo che ha subito il by pass e in quello che ha fatto l’angioplastica. E poiché in genere si mandano a fare l’angio i pazienti apparentemente meno gravi e si riserva l’intervento a quelli con problemi maggiori, il dato è ancora più sorprendente. A parità di gravità, l’angioplastica risulta decisamente perdente”.
Dopo tre anni, il tasso di mortalità è del 6,6 per cento nei pazienti sottoposti a by pass e del 9 per cento in quelli con lo stent medicato.
In realtà questi ultimi dati non fanno altro che confermare quanto da alcuni mesi viene pubblicato sulle riviste mediche: gli stent medicati, sui quali si riponevano grandi speranze, non sono stati un buon affare. Le sostanze che li ricoprono, infatti, dovrebbero impedire alle cellule muscolari lisce del vaso di proliferare, ma pare che impediscano anche la perfetta guarigione della parete interna della coronaria, che è ricoperta da un sottile strato di cellule chiamato endotelio.
In questo modo la lesione sull’endotelio fa da polo di attrazione per altre sostanze, come colesterolo e piastrine, che contribuiscono anch’esse alla formazioni di trombi, alla chiusura della coronaria e a facilitare un nuovo infarto. “Ora dobbiamo vedere se anche con gli stent non medicati, cioè di semplice metallo e senza sostanze antiproliferative, otteniamo risultati analoghi” spiega Wilson. “Se fosse così il buon vecchio by pass potrebbe vivere una seconda giovinezza”.

La dieta anticancro diventa scienza

Il cancro si batte a tavola: la conferma arriva dal congresso dell’American association for cancer research (Aacr) in corso a Los Angeles. Se prima il ruolo dell’alimentazione nel prevenire una malattia si valutava verificando a posteriori gli effetti del consumo di certi cibi sulla salute, oggi la ricerca ha fatto passi avanti. Nei laboratori gli effetti di broccoli, soia e altre verdure sulla cellule umane si studiano direttamente.
All’Università della California i ricercatori hanno scoperto che sono il diindolilmetano e la genisteina i componenti, rispettivamente, di broccoli e soia in grado di bloccare la diffusione delle cellule nel cancro del seno e dell’ovaio: chi ne consuma in quantità ha forme più lievi della malattia ed evita la diffusione delle metastasi.
Un altro studio ha tenuto d’occhio quasi 200 mila abitanti di California e Hawaii, scoprendo che i flavonoidi riducono del 23 per cento il rischio di ammalarsi di cancro del pancreas (beneficio è ancora più elevato se nei fumatori). I flavonoidi sono contenuti in broccoli e crucifere (tra i vegetali più gettonati nella dieta anticancro), in cipolle, mele e frutti di bosco.
Anche chi è ad alto rischio di cancro del colon perché portatore di polipi intestinali può prevenire a tavola: la possibilità che il polipo si trasformi in cancro dipende da età (sopra i 65 anni), sesso (i maschi sono più colpiti) e peso. Una dieta ricca di fibre vegetali è un alleato prezioso, come dimostra uno studio dell’American cancer society.
Frutta e verdura sono fondamentali anche contro i tumori di testa e collo (sesta causa di morte per cancro): basta una porzione in più al giorno di insalata o macedonia per ridurne l’incidenza. Lo dice una ricerca del National cancer institute statunitense, che ha calcolato il beneficio: sei porzioni di frutta e verdura ogni mille calorie consumate al giorno si traducono in un calo del rischio del 29 per cento.

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