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Che fatica trovare l’iPhone

L’iPhone è arrivato. Ma nei negozi si trova davvero? La prima impressione è che i melafonini in vendita siano pochi. Fino a qualche giorno fa, c’era molta incertezza anche sulle modalità di prenotazione e di acquisto, oltre che sulle tariffe.
Ecco una cronaca dell’ardua ricerca.
Venerdì 4 luglio, Vodafone invia una email a tutti gli utenti che si sono iscritti alla speciale newsletter Iphone: “Ti ricordiamo che iPhone 3G è in arrivo l’11 luglio! Prenota subito presso i punti vendita”. Provo allora ad andare al punto Vodafone One nei pressi del Duomo di Milano e chiedo di prenotare il melafonino. Panico delle commesse. Specifico che voglio la tariffa con abbonamento, loro mettono le mani avanti: “Noi le tariffe nemmeno le abbiamo, ci hanno detto di basarci su queste”, e mi mostrano la copia di un’email di Tim (alla faccia della libera concorrenza!). Tergiversano, non sanno se come “caparra” per la prenotazione devono farmi pagare 5 o di 100 euro, alla fine il computer si blocca: arrivederci e grazie. Riprovo al centro Tim di Porta Venezia. Lì la ragazza è più sicura: dice che la prenotazione costa 100 euro e che però il telefono non sarà disponibile proprio l’11, ma nei giorni successivi. Per le tariffe, fa lo stesso discorso dell’altra commessa: “Fino al 10 sera, siamo legati a doppio filo con Vodafone. Se loro fanno una tariffa speciale, noi dobbiamo adeguarci. Quindi l’iPhone glielo posso prenotare, ma non so darle garanzie su quanto costerà”.
Aspettiamo ancora qualche giorno, allora. Inizia il conto alla rovescia. Vodafone, 7 luglio: “L’iPhone che aspettavi è in arrivo! Non perdere l’occasione di essere tra i primi ad acquistare! Dall’11 luglio mattina, recati presso uno dei punti vendita Vodafone” e in un sussulto di sincerità “Affrettati, le disponibilità sono limitate!”. Tim, 8 luglio: “Mancano 3 giorni all’arrivo del nuovo Apple iPhone!! Dall’11 luglio sarà disponibile”. Tim, 10 luglio: “Domani, il nuovo iPhone 3G potrà finalmente essere tuo! Scopri i centri Tim e i negozi dove sarà disponibile”. Allora ci riprovo. Vado in un negozio Vodafone nei pressi del Castello Sforzesco, ma la commessa scuote il capo: “Lei può prenotarlo, ma ci vorrà del tempo. Domani noi ne avremo solo sei, e li consegneremo ai primi che l’hanno prenotato settimane fa”. Nel frattempo mi arriva un sms da Tim: “Iphone news: vuoi essere il primo? Scopri i negozi che da mezzanotte ti accompagneranno nella Notte Bianca di Tim”. Dopo cena passo di fronte al punto vendita in Galleria Vittorio Emanuele: c’è una coda notevole. Desisto.
Arriva il tanto atteso 11 luglio. Di iPhone nei negozi ce ne sono ben pochi, specialmente nei punti vendita Vodafone: in corso Buenos Aires dicono che ne consegneranno quattro, solo ai primi della lista di prenotazione. Gli altri, chissà. Nel solito punto vendita del Duomo, la commessa avverte che, per chi non l’ha prenotato prima del 4 luglio, l’attesa sarà di due settimane. Tim sembra meglio fornita: a fine giornata nel negozio di corso Magenta hanno ancora iPhone disponibili (anche per chi non li aveva prenotati), e la commessa dice che ne hanno già venduti un centinaio. L’unica pecca è che solo chi è già cliente Tim può acquistarli. Un altro “giallo” riguarda il colore: pare che solo Tim abbia entrambe le versioni (bianco e nero), e che Vodafone li abbia solo neri.
Sapere con precisione quanti iPhone ci sono nei negozi è praticamente impossibile. Né Tim né Vodafone né Apple vogliono (ancora) dirlo. E così il melafonino resta, per i più, una chimera. E per i meno pazienti, una rottura di scatole e una promessa non mantenuta.

Wi-fi, nelle università italiane si naviga a vista

[i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/maebmij/123180774/]maebmij[/url])[/i]
Avete presente l’immagine classica del campus universitario americano, dove gli studenti studiano seduti su un bel prato tagliato all’inglese, con la schiena appoggiata a imponenti tronchi d’albero e un computer portatile aperto sulle ginocchia collegato a internet? La realtà, qui in Italia è un po’ diversa, ma stiamo facendo dei passi avanti: lo dimostra un’indagine della Fondazione Crui (la Conferenza dei Rettori delle università italiane) sulla diffusione del wireless, (la tecnologia che permette di connettersi a internet senza fili), nelle università italiane.

Secondo la ricerca, che ha interessato circa l’80 per cento degli atenei, solo due università (una nel Mezzogiorno e una nelle isole) non sono dotate di tecnologia wireless. Tutte le altre ne dispongono, anche se in maniera differenziata: un buon segnale è che nella metà dei casi l’area coperta dal segnale wireless è superiore al 50 per cento della superficie delle strutture universitarie. Le aule e le biblioteche sono le zone individuate come prioritarie: è in questi luoghi che, nei prossimi anni, si concentreranno gli sforzi per implementare il servizio.

Due terzi delle università prese in esame dall’indagine hanno infatti dichiarato di aver già predisposto un piano di investimenti per il wireless, anche se gran parte degli atenei (il 66,2 per cento) denuncia che le risorse disponibili sono insufficienti per rendere capillare ed efficace il servizio.

Ma come usano gli studenti la rete wi-fi delle università? Principalmente per ottenere informazioni di tipo amministrativo e per avere servizi di supporto alla didattica (95,4 per cento). L’e-learning, cioè la possibilità di seguire lezioni, scaricare materiale didattico e sostenere esami attraverso il computer, è relegato in fondo alla lista, con un’incidenza che si ferma al 46,2 per cento.

Un’università che spicca per il suo servizio wireless e offre un e-learning di prima categoria è invece quella di Urbino. Che ha sviluppato una rete wi-fi che non solo copre l’università, ma si estende a tutta la città e anche ai Comuni vicini. “Abbiamo voluto sviluppare una rete di accesso a internet per erogare servizi ai nostri studenti che al tempo stesso potesse essere messa a disposizione del territorio per soddisfare anche le esigenze dei cittadini, dei turisti, di chiunque capiti a Urbino” spiega a Panorama Alessandro Bogliolo, docente di Sistemi di elaborazione al corso di laurea in Informatica applicata: “Con il wireless offriamo connettività ai nostri studenti anche al di fuori delle mura dell’università”.

Il progetto si chiama Urbino Wireless Campus e Bogliolo ne è l’ideatore e il coordinatore: “Fin dove arriva il segnale wireless arriva virtualmente anche il campus universitario: così anche gli studenti che abitano nelle zone più remote del territorio possono accedere alla rete e consultare biblioteche virtuali, scaricare materiale didattico, sbrigare pratiche amministrative: tutto senza doversi recare di persona a Urbino”.

Bonaire, la prima isola caraibica a energia pulita

http://flickr.com/photos/7546038@N03/2084477247/in/set-72157603371516125/
Metti un atollo nel cuore del mar dei Caraibi, una vecchia centrale elettrica inquinante e ormai da demolire, un’azienda che si occupa di sostenibilità energetica e fonti rinnovabili. Ed ecco che si crea la sinergia favorevole: il governo dell’isola decide di giocare la carta dell’energia pulita, nella primavera del 2006 indice una gara d’appalto, una società che sviluppa progetti per l’energia sostenibile la vince e il progetto parte in quarta.

Così, sarà Bonaire la prima isola di tutto il Caribe interamente alimentata con fonti rinnovabili: grazie alla combinazione di due fonti cosiddette “ecologiche”, sarà in grado di ricavare energia elettrica da un sistema combinato energia eolica-biodiesel composto da tredici turbine eoliche e una centrale elettrica a biodiesel.

Il progetto verrà portato a termine entro il 2009. Le turbine saranno costruite sulla costa nordorientale di Bonaire, la parte dell’isola più esposta al vento. La centrale a biodiesel verrà invece sviluppata a nord-ovest dell’isola. Inizialmente l’impianto sarà alimentato con combustibile fossile; ed è anche in corso una sperimentazione su biodiesel ricavato da alghe.

Un investimento importante: quasi 40 milioni di dollari messi in gioco dalla holding olandese Econcern insieme alle sue società operative Ecofys, che offre servizi di consulenza nell’area dell’energia sostenibile, ed Evelop che nello stesso ambito sviluppa progetti.
Spiega a Panorama.it Dirk BerkHout, membro del consiglio d’amministrazione di Econcern: “Parte dell’investimento potrà rientrare attraverso i crediti di CO2, cioè quei pagamenti sostenuti dalle aziende inquinanti a favore dei produttori di energia rinnovabile che fanno parte di un sistema internazionale. L’obiettivo è quello di contrastare gli effetti del surriscaldamento globale”. E aggiunge: “Una volta ultimato, l’impianto eolico produrrà il 40% dell’energia totale. La parte restante verrà prodotta dall’impianto a biocombustibile. Entro il 2010 Bonaire potrà ricavare tutto il suo fabbisogno energetico da fonti naturali”.

Cosa ne pensano i ventimila abitanti dell’isola? Pare siano entusiasti. Il progetto non dovrebbe rovinare il paesaggio, perché è basato su un approccio di rispetto dell’ambiente. Le turbine eoliche verranno costruite in una parte deserta dell’isola. E’ stata anche realizzata una ricerca sull’impatto ambientale, per approfondire tutti i possibili effetti dell’impianto sulla zona in cui verrà realizzato. Lo studio ha avuto esito positivo: il risultato della perizia è stato presentato in due assemblee pubbliche, e (una volta tanto) il progetto ha avuto perfino il supporto dei movimenti ambientalisti.

E già si pensa a Bonaire, molto nota agli appassionati di subacquea per la più ricca barriera corallina delle Antille olandesi, come alla capitale del turismo ecosostenibile nell’area caraibica. Questo progetto sarà un fattore importante che l’ente locale di promozione turistica potrà sfruttare per convincere i viaggiatori più attenti all’ambiente a preferire Bonaire ad altri paradisi ugualmente belli, ma meno “ecologici”.

Il buco dell’ozono vent’anni dopo: cronaca di un disastro ecologico (quasi) risolto

http://www.flickr.com/photos/evagoestomarket/30547488/
Vent’anni fa, nel 1987, gli scienziati lanciarono un allarme al mondo intero. Lo strato di ozono che scherma la Terra dalle radiazioni “ultraviolette”, nocive per gli organismi viventi al punto tale da poter provocare nell’uomo eritemi e nei casi più gravi anche tumori della pelle, si stava assottigliando pericolosamente. In alcuni punti, in corrispondenza delle zone polari, era praticamente scomparso: per questo si cominciò a parlare di “buco dell’ozono“.

Ecco un video in cui Paul Newman (non l’attore, bensì un chimico della Nasa), presenta (in inglese) il problema:

La comunità internazionale corse ai ripari elaborando il Protocollo di Montreal: il trattato, firmato il 16 settembre 1987 ed entrato in vigore nel 1989, prevedeva la messa al bando dei clorofluorocarburi (CFC), considerati responsabili dei danni allo strato di ozono, e quindi il divieto di continuare a produrre frigoriferi, condizionatori di automobili, materiali schiumosi e tutti gli altri oggetti contenenti questi famigerati gas.

Oggi, a vent’anni di distanza, Guido Di Donfrancesco, ricercatore dell’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) fa il punto della situazione con Panorama.it.

“Negli anni Settanta-Ottanta nessuno pensava che i CFC facessero male al pianeta, poiché essi erano inerti, cioè innocui, nella troposfera, la fascia dell’atmosfera più vicina alla superficie terrestre”, spiega Di Donfrancesco: “Ma non sapevamo che invece, una volta saliti nella stratosfera, questi CFC reagivano con l’ozono. In prossimità del Polo Nord e del Polo Sud avvenivano delle reazioni catalitiche, agevolate dalle nubi stratosferiche polari (vedi foto nella Gallery), in cui i CFC si degradavano creando composti che distruggevano lo strato d’ozono”.
Quando gli scienziati se ne accorsero, ormai il danno era fatto: “In alcuni punti dell’Artide e dell’Antartide, in particolari periodi dell’anno, vi erano milioni di chilometri quadrati di atmosfera completamente privi di ozono; inoltre, si era verificata una diminuzione globale della percentuale di ozono in tutta l’atmosfera, anche alle medie latitudini”.

L’allarme impose una cooperazione internazionale: “Si può considerare il Protocollo di Montreal come il primo grande accordo per la salvaguardia dell’atmosfera del pianeta” dice Di Donfrancesco: “Da quel momento la produzione dei CFC dannosi per l’ozono si è quasi fermata, anche se naturalmente rimangono da smaltire quelli prodotti prima del 1989. Per esempio, nei prossimi decenni continueranno purtroppo ad essere immessi nell’atmosfera CFC provenienti dai materiali schiumosi prodotti in questi ultimi vent’anni”.
I risultati però sono globalmente incoraggianti: “Entro il 2060 la fascia di ozono dovrebbe essere completamente recuperata” conclude il ricercatore: “Ormai tutti i frigoriferi e i condizionatori sono alimentati con “gas verdi”, CFC “rielaborati” in modo da essere inattivi alle reazioni con l’ozono”.

Una grande vittoria anche per il fronte ecologista: “Abbiamo dimostrato che non è vero che l’ambiente è nemico del progresso”, dice Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente: “Sembrava una sfida quasi impossibile: risolvere il problema del buco dell’ozono coinvolgendo e responsabilizzando tutti, governi e grandi imprese. Eppure, salvo rare eccezioni di Paesi in cui ancora si viola il trattato, ce l’abbiamo fatta: la battaglia è stata vinta. Noi pensiamo che questa sia stata la “prova generale”: adesso la grande battaglia che bisogna affrontare è quella contro l’emissione dei gas climalteranti, cioè quelli che provocano mutamenti climatici come il surriscaldamento della Terra”.

Una sfida raccolta anche dall’ex vicepresidente americano Al Gore nel libro Una scomoda verità - Come salvare la terra dal riscaldamento globale (Rizzoli): tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad “agire per salvare la Terra dai surriscaldamenti climatici”.

L’Arca di Noè delle sementi accende il suo enorme freezer nella notte artica

Vicino al deposito artico delle sementi. Credit Image Mari Trefe/Global Crop Diversity Trust
Le Svalbard sono un arcipelago di isole nel Mar Glaciale Artico, e costituiscono la parte più settentrionale della Norvegia. In quelle fredde isole, e più in particolare nella caverna di una montagna artica, ingegneri e biologi hanno trovato un habitat perfetto per costruire il deposito di sementi più grande del mondo. Un enorme frigorifero naturale circondato di roccia di arenaria dove raccogliere i semi di tutte le piante alimentari provenienti dai quattro angoli della Terra.
L'entrata del deposito artico delle sementi nella notte artica. Credit Image Mari Trefe/Global Crop Diversity Trust
Proprio oggi, nel pieno della “notte polare“, sono iniziati i lavori per realizzare un sistema di refrigerazione in grado di rendere la caverna ancora più fredda, raggiungendo la temperatura di -18°, ottimale per la conservazione delle sementi. Lì dentro grano, orzo e pisello potranno durare fino a 1000 anni: una sorta di “assicurazione” contro le carestie.

Un investimento di oltre 600mila euro, completamente a carico del governo norvegese, per una struttura che verrà inaugurata il 26 febbraio 2008. Con una capienza di 4 milioni e mezzo di semi, il deposito garantirà la possibilità di ripristinare ovunque nel mondo la coltura di una determinata pianta, nel caso in cui una catastrofe ambientale ne avesse spazzato via l’esistenza. Ma i semi del “deposito artico” potranno anche essere usati per riportare alla vita le colture dimenticate, quelle tralasciate per mancanza di risorse. E anche se il “riscaldamento globale” dovesse portare a un aumento delle temperature, il direttore del progetto Magnus Bredeli Tveiten assicura che all’interno del sito la temperatura resterà costante, e i semi rimarranno ben preservati.

Anche in Italia alcune università ed enti locali lavorano alla costruzione di questi depositi: dal 2006 esiste il Ribes (Rete Italiana Banche Ex Situ), che si prefigge l’obiettivo di salvare dall’estinzione non le specie alimentari, bensì quelle spontanee. L’Orto botanico di Padova, che è il più antico al mondo e risale al 1545, fa parte del Ribes: il suo direttore, Elsa Cappelletti, spiega a Panorama.it come e perchè si conservano i semi. “Nel mondo si estinguono ogni anno parecchie specie animali e vegetali: questo crea una forte preoccupazione a livello internazionale. Come tutelare quindi la biodiversità, ed evitare la scomparsa delle piante? Creando le cosiddette “banche del germoplasma”. Ci sono due modi di salvaguardare una pianta dall’estinzione - continua la professoressa - Si possono congelarne i semi oppure conservarne in vitro cellule e tessuti. In Norvegia hanno scelto di utilizzare il primo metodo”.

Al progetto norvegese plaude anche Serena Milano, responsabile della sezione “Progetti” della Fondazione Slowfood per la biodiversità. Con qualche precisazione: “Conservare il patrimonio genetico delle sementi è fondamentale, ma non sufficiente. Il deposito artico permette una conservazione ex situ, cioè slegata dall’habitat naturale della pianta. Va invece potenziata la conservazione “complementare” a questa: quella in situ, con un’azione diretta sui territori”. Milano ricorda poi che non basta conservare i semi a rischio di estinzione: “E’ importante recuperare il consumo locale di un determinato prodotto, in caso sia stato sostituito da prodotti omologati, industriali. E poi valorizzare questi prodotti sul mercato. Solo così si potrà raggiungere l’obiettivo di diminuire il numero delle specie vegetali in via di estinzione”.
L'ingresso del deposito artico delle sementi. Credit: Image Mari Trefe/Crop diversity trust

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