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L’Europa fa luce sul lato oscuro dell’abbronzatura

http://ec.europa.eu/health-eu/news/sun_uv_en.htm
Se ci si fida troppo delle creme solari c’è il rischio di restare scottati, in tutti i sensi: lo aveva denunciato già lo scorso anno la Commissione europea, pubblicando un lungo elenco di raccomandazioni (pdf), e oggi lo conferma uno studio americano, secondo il quale la maggioranza dei prodotti in commercio non riescono a mantenere le promesse quanto a protezione dai raggi ultravioletti (UVA e UVB).
Anche per questo, è di questi giorni la decisione della Commissione europea di trasformare le raccomandazioni su base volontaria in obbligo: dal prossimo anno, stando alle nuove direttive della Commissione europea, spariranno finalmente dalle etichette le diciture - di fatto ingannevoli - come “protezione totale” o “sun-blocker”.

Quest’estate si troveranno ancora in commercio simili etichette, ovviamente già stampate da tempo, ma è importante sapere che occorre prendere con le molle simili affermazioni, e in caso di dubbio ci si può invece affidare ai prodotti - circa il 20 per cento del totale - che si sono già adeguati volontariamente al nuovo standard (i paesi dell’Unione Europea detengono il 90 per cento circa del mercato mondiale di prodotti solari), che classifica anche in modo uniforme i valori di SPF, il fattore di protezione della pelle.

Sono previste due categorie di prodotti “a bassa protezione” (contraddistinti da un 6 o un 10, rispettivamente per un valore del fattore di protezione tra 6 e 9,9 e tra 10 e 14,9), tre “a media protezione” (con fattore 15, 20 o 25, inteso sempre come valore minimo), due “ad alta protezione” (con SPF di 30 e 50, con quest’ultimo compreso di fatto tra 50 e 59,9) e infine uno”ad altissima protezione”, con un’indicazione riassuntiva “50+” che indica un fattore di protezione superiore a 60.

Di fatto, per una persona di carnagione normale la protezione media è in genere sufficiente, a condizione che non ci si esponga molto a lungo al sole, e soprattutto si evitino le ore più calde. In questo caso, aumentare il fattore di protezione cambia le cose in misura minima.

La protezione alta e altissima serve invece per anziani e bambini, e per le pelli molto chiare e particolarmente sensibili ai raggi solari.

Questo in teoria. In pratica, un’analisi condotta dall’associazione non-profit Environmental Working Group, la stragrande maggioranza dei quasi 800 prodotti commercializzati negli Stati Uniti è poco efficace o perde rapidamente efficacia nelle normali condizioni d’uso (il loro “Cosmetics database” può essere consultato online).

In Italia, l’Associazione Altroconsumo ha segnalato di recente un paio di prodotti che ha deciso esplicitamente di sconsigliare: Venus confezione Weekend, perché è venduto in un minitubetto che contiene appena 35 g di crema, ovvero il quantitativo sufficiente per una sola applicazione (mentre nell’arco di un week-end bisogna sicuramente ripetere molte più volte l’operazione) e ancor più perché ha un fattore di protezione 2, laddove le raccomandazioni europee indicano che il minimo per contraddistinguere un prodotto “protettivo” deve essere 6; e Bilboa Ultra Bronze Superabbronzante: anche se si trova sugli stessi scaffali, non contiene alcun filtro solare, e ci vuole molta attenzione per notare la piccola scritta sulla confezione che lo precisa.

La posta in gioco - la protezione della pelle - è sicuramente rilevante, anche se gli esperti sono contrari agli eccessi di allarmismo, in cui secondo quanto riferisce un articolo del New York Times sarebbe caduta anche una recente campagna dell’American Cancer Society: “Mia sorella si è uccisa accidentalmente” dice una ragazza che campeggia nella pubblicità. “E’ morta di cancro della pelle”. Secondo molti critici, è errato far passare il messaggio che il tumore della pelle è mortale (può esserlo spesso il melanoma, che però costituisce circa il 6% di tutti i tumori della pelle) e ancor più che il nostro rapporto con la tintarella è il principale colpevole. Secondo gli esperti, infati, l’esposizione prolungata ai raggi del sole ha un ruolo solo in una minoranza dei melanomi (attorno al 20%), e si tratta di un ruolo non del tutto dimostrato.

“Ci sono prove abbastanza solide che le protezioni solari riducono il rischio di contrarre una forma meno letale di cancro della pelle” spiega Barry Kramer, condirettore della prevenzione delle malattie presso i National Institutes of Health. “Ma ci sono assai poche prove che proteggano contro il melanoma, anche se spesso è questo il messaggio che appare dominante”.

Una recente revisione pubblicata dal settimanale medico The Lancet conferma poi che la protezione offerta da creme e spray è comunque limitata: “In una strategia per la prevenzione del cancro della pelle, all’uso di filtri solari occorre preferire misure comportamentali, come l’uso di indumenti protettivi e di un cappello e la riduzione al minimo dell’esposizione al sole” scrivono Stephan Lautenschlager e colleghi.

In ufficio (e in rete) la prevenzione fa bene alla salute

La partecipazione a programmi di educazione alla salute organizzati in Internet o sul luogo di lavoro garantisce buoni risultati sia nel controllo dell’ipertensione e del diabete sia nel cambiamento delle abitudini sedentarie. Lo dimostrano due studi americani usciti in questi giorni.

Il primo, presentato a un convegno dell’American Heart Association, ha seguito per tre anni oltre 2.100 lavoratori - impiegati presso un’azienda comunale di Jacksonville, in Florida - che hanno partecipato a corsi sul luogo di lavoro. In considerazione della prevalenza di uomini e dell’età media attorno ai 50 anni, si è posto l’accento in particolare sul cuore: “Con una forza lavoro che sta invecchiando, ci siamo posti l’obiettivo di intervenire sui fattori di rischio modificabili coinvolti nelle malattie cardiovascolari” spiega la dottoressa Sharon Clark, coordinatrice del progetto che ha coinvolto le assicurazioni sanitarie Blue Cross/Blue Shield.

Il programma ha offerto ai lavoratori - sottoposti a diversi questionari sulle abitudini di vita e sullo stato di salute - lezioni dal vivo e testi informativi, visite mediche di screening e di controllo con una serie di incentivi alla partecipazione e un servizio di counselling personalizzato. Il risultato è stato decisamente positivo, su più fronti: non solo gli incidenti sul lavoro sono calati del 70% circa, ma anche il controllo della pressione arteriosa è migliorato del 9%, il controllo del diabete del 15% e in generale la percentuale di lavoratori che dichiara di godere di una salute molto buona o eccellente è passata dal 42 al 51%.

Il secondo studio, pubblicato sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine, ha messo a confronto l’efficacia di programmi di incentivazione all’attività fisica fruibili in forma di piccoli manuali e altri materiali cartacei ricevuti per posta o presentati su internet. In dettaglio, i ricercatori hanno seguito 249 persone in buona salute ma sedentarie, che hanno diviso in tre gruppi: al primo gruppo hanno recapitato per posta materiali personalizzati, ovvero selezionati dai ricercatori dopo una valutazione individuale, al secondo hanno fornito analoghi materiali personalizzati attraverso un sito internet mentre al terzo hanno genericamente indicato sei siti internet contenenti vari materiali senza fornire uno specifico percorso al loro interno. Il risultato promuove a pieni voti la rete: assai meno costosa ma altrettanto efficace nel favorire lo svolgimento regolare di esercizio fisico: in media a 6 mesi dall’inizio dello studio i partecipanti svolgevano circa due ore di attività fisica alla settimana, scese a 90 minuti circa dopo altri 6 mesi, con differenze minime tra i tre gruppi.

LEGGI ANCHE: Il sito del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità - I materiali sulla giornata “Move for health Day” - Esercizi per il cuore sano, introduzione al diabete e ipertensione (moduli interattivi, in inglese, a cura della National Library of Medicine americana)

Giorno della ricerca sull’Hiv: cauto ottimismo per il vaccino anti-Aids

United States Department of Energy
Alla vigilia della decima giornata mondiale dedicata alla ricerca sul vaccino contro l’Hiv (il World Hiv Vaccine Awareness Day) che ricorre il 18 maggio, il New England Journal of Medicine ha ospitato un’ampia dissertazione a firma di Anthony Fauci, uno dei massimi ricercatori sui vaccini, nonché direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda, nel Maryland. Vaccini contro il virus, come è noto, non ce ne sono ancora. Al contrario, appare sempre più chiaro ai ricercatori che le peculiarità del virus responsabile dell’Aids - che secondo le stime più aggiornate dell’Unaids colpisce nel mondo circa 40 milioni di persone, contagia ogni anno quattro milioni e ne uccide quasi tre - impediranno sempre di ottenere un vaccino con un’efficacia paragonabile a quella degli altri vaccini.Ciononostante, “c’è ottimismo sul fatto che anche un vaccino men che perfetto possa garantire benefici sia agli individui che saranno vaccinati sia alle comunità più a rischio di contagio” scrive Fauci. La sua analisi ha concluso infatti che i tanto attesi vaccini in corso di studio (chiamati “di prima generazione”) non consentiranno all’organismo né di impedire il contagio né di eliminare il virus dalle persone già contagiate. E’ però ragionevole pensare che, al termine della lunga sperimentazione, potranno proteggere contro i danni peggiori del virus, rallentando la progressione verso la fase conclamata della malattia, ovvero l’AIDS vera e propria. Inoltre, il miglior controllo della carica virale dovrebbe anche ridurre le probabilità di contagio.

A partire dal lontano 1987 sono stati oltre 30 i “candidati” vaccini giunti a varie fasi di sperimentazione nel mondo, e circa 60 le sperimentazioni di fase I o II, come vengono classificati gli studi sull’uomo che su piccoli gruppi di volontari valutano rispettivamente la non tossicità e successivamente l’efficacia dei nuovi composti (la fase III prevede un gruppo più ampio di soggetti).

Oggi, spiega Fauci, dopo il ripetuto susseguirsi di entusiasmi e docce fredde ci sono ancora molti trial in fase avanzata, e “un gran numero di persone viene vaccinato”, ma ancora non è possibile prevedere il momento in cui il primo vaccino contro l’AIDS sarà disponibile.

Proposta per Forum: Vista l’efficacia dei farmaci, le autorità sanitarie dei paesi occidentali temono che tornino a diffondersi tra i giovani i comportamenti sessuali a rischio, perché l’AIDS non fa più paura. Qual è la vostra esperienza?

LEGGI ANCHE: Le pagine sull’AIDS sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità - le domande e risposte sul sito del Ministero della Salute - il Corso interattivo sull’AIDS della National Library of Medicine americana (in inglese) - Frontiers in AIDS Vaccine Development (video in inglese della International AIDS Vaccine Initiative, il cui sito affronta in dettaglio tutti gli aspetti legati in particolare ai vaccini contro l’HIV) - il test interattivo di autovalutazione sul vaccino (in inglese)

Cataratta, la tempestività fa la differenza

Quando la vista comincia ad annebbiarsi perché il cristallino si opacizza, diventa non solo necessario fare un intervento chirurgico, ma anche farlo in fretta: secondo una ricerca canadese, infatti, la lunghezza delle liste di attesa ha un peso rilevante sulla qualità della visione e in generale sulla qualità della vita.
La cataratta può essere di vari tipi: la più frequente è quella senile, legata all’età; c’è poi la cataratta congenita, che colpisce alla nascita o poco dopo, e quella detta “secondaria”, che si sviluppa spesso nei diabetici o in chi deve sottoporsi a terapie prolungate con cortisone, o ancora può essere causata da un trauma subìto dall’occhio.
L’intevento chirurgico di cataratta è in assoluto uno dei più eseguiti al mondo, e ha risultati molto positivi, ma la ricerca condotta da William Hodge e colleghi dell’Università di Ottawa riesaminando tutte le ricerche pubblicate in materia - pubblicata sul Canadian Medical Association Journal - ha osservato che ci sono sensibili differenze nei risultati ottenuti secondo la tempestività con cui si giunge in ala operatoria: quando la rimozione del cristallino ormai opacizzato e la sua sostituzione con una lente di materiale plastico biocompatibile avviene entro 6 settimane, il paziente si ritrova con una visione migliore e lamenta meno disturbi di chi invece ha dovuto aspettare oltre 6 mesi.
In questo caso, infatti, sono assai più frequenti le cadute, dovute alla perdita di acuità visiva, e in genere è peggiore la qualità della vita. Sulla base dei dati disponibili i ricercatori non hanno potuto dire che cosa accade a chi viene operato dopo aver atteso compresa tra le sei settimane e i sei mesi.

Obesità infantile: la Gran Bretagna è indecisa sul da farsi. E l’Italia?

Per combattere il preoccupante fenomeno dell’obesità infantile, da qualche tempo le autorità sanitarie britanniche hanno iniziato a controllare sistematicamente i bambini in età scolare, a 5 e a 11 anni. L’idea è quella di poter così segnalare alle famiglie le situazioni più a rischio, perché possano curare con più attenzione dieta e attività fisica.
La misura potrebbe interessare anche le autorità italiane, visto che secondo l’indagine Multiscopo dell’Istat (descritta in dettaglio nel dossier che il sito del Ministero della salute ha dedicato all’obesità infantile) in Italia la percentuale di bambini e adolescenti in sovrappeso raggiunge circa il 20%, mentre gli obesi sono circa il 4%, in maggioranza maschi. Su base regionale, il primato negativo spetta alla Campania, con una percentuale attorno al 36%, mentre i bambini e adolescenti con meno problemi di peso sono quelli della Valle d’Aosta (14,3%), con una progressione abbastanza regolare da Sud a Nord.
Ma la reale utilità di questa lodevole iniziativa è oggi messa in discussione da uno studio pubblicato sulla rivista Archives of Disease in Childhood della British Medical Association da Marie Westwood e colleghi dell’Università di York. Secondo gli autori dello studio, lo screening della popolazione scolastica rischia di essere inutile o addirittura controproducente poiché al momento non ci sono certezze su che cosa suggerire alle famiglie: in base all’analisi della letteratura scientifica disponibile, infatti, nesuna strategia di prevenzione dell’obesità è abbastanza efficace da meritare di essere raccomandata indistintamente a tutti i bambini sovrappeso.

Gli embrioni? In Spagna li donano alla ricerca

Se la coppia che si è sottoposta alla fecondazione assistita viene debitamente informata, molto spesso concede volentieri che i suoi embrioni in eccesso siano scongelati e usati per la ricerca scientifica: lo rivela uno studio spagnolo appena pubblicato sulla nuova rivista internazionale Cell - Stem Cell. In tutto il mondo (Italia esclusa) una delle conseguenze negative delle terapie per la fecondazione assistita è la creazione di un gran numero di embrioni congelati destinati a rimanere inutilizzati, in genere perché il figlio desiderato è già stato ottenuto. Sono chiamati sovrannnumerari perché vengono volutamente prodotti in gran numero per favorire le probabilità di successo limitando i disagi e i pericoli per la donna, e solo raramente vengono donati alla ricerca medica, che sulle cellule staminali embrionali punta molto per curare un ampio ventaglio di malattie.
La controversa legge italiana 40/2004 ha risolto la questione vietando il congelamento degli embrioni, e imponendo di produrne solo tre che devono essere impiantati tutti insieme (con molti più disagi per la donna e rischi di parti plurimi), a dispetto delle raccomandazioni pubblicate dalle principali istituzioni scientifiche di tutto il mondo.
Ma ora una ricerca condotta a Granada da Pablo Menendez, direttore della Banca spagnola delle cellule staminali (ovvero le cellule immature abbondanti nell’embrione, ancora potenzialmente in grado di trasformarsi in qualsiasi cellula specializzata necessaria all’organismo) dimostra che dopo tre anni dall’avvenuto concepimento una coppia su due acconsente a donare alla ricerca i propri embrioni congelati se da parte di chi lo chiede riceve spiegazioni dettagliate ed esaurienti.
In particolare, di fronte alle quattro scelte possibili, il 49 per cento ha deciso di donare gli embrioni alla ricereca, il 44 per cento ha deciso di conservarli ancora per usarli in futuro, il 7 per cento ha deciso di donarli ad altre coppie sterili e meno di una su cento ha deciso di distruggerli.
“Tra le coppie che non intendevano ampliare la famiglia, il 90 per cento ha deciso di donare i suoi embrioni alla ricerca sulle cellule staminali” ha spiegato Menendez, sottolineando la rilevanza di un simile dato in un paese Cattolico. “Cosa ancora più importante, quasi nessuno ha optato per la distruzione”.

L’abuso di alcol messo all’indice

Chi vuole adottare politiche efficaci contro l’abuso di alcol e le molte malattie che direttamente e indirettamente ne derivano ha oggi uno strumento in più. E’ un indice, alla cui messa a punto hanno contribuito anche due ricercatrici italiane (Michaela Saisana e Fulvia Pennoni, rispettivamente del centro di ricerca di Ispra  e dell’Università di Milano Bicocca), che ha confrontato il consumo di bevande alcoliche e le politiche adottate nei 30 paesi aderenti all’Organizzazione per il commercio e lo sviluppo economico (Ocse) .
Lo studio, pubblicato sulla rivista gratuita PLoSmedicine ha infatti individuato 5 ambiti su cui ruotano tutti gli interventi efficaci: disponibilità fisica dell’alcol, contesti che invogliano al bere, prezzo degli alcolici, pubblicità e entità dei controlli sull’uso degli autoveicoli in stato alterato.
A ogni paese, i ricercatori hanno assegnato con un sistema complesso un punteggio per ciascun ambito, ottenendo una media di 42,4 punti (su un massimo teorico di 100) con ai due estremi da un lato il Lussemburgo (14,5) e dall’altro la Norvegia (67,3), e con l’Italia situata al ventitreesimo posto in classifica con un modesto 34,2, decisamente sotto la media Ocse anche se davanti a parecchi paesi confinanti (Francia, Austria e Svizzera) e a Germania e Lussemburgo.
La ricerca ha osservato che c’è una stretta relazione tra l’indice e l’impatto delle malattie legate all’alcol sulla salute dei cittadini di ciascun paese, per cui la speranza dei ricercatori è che questo indice permetta di modificare efficacemente le politiche di prevenzione.

Quanto è buono il daiquiri alla fragola

ElektraCute by Flickr
Se lo chiedete a un amante dei cocktail classici la risposta è ovvia: la fragola nel daiquiri non ci va. Se però lo chiedete agli specialisti di nutrizione vi diranno che ci va eccome: addirittura, se pensavate di mangiare fragole potrebbero consigliarvi di accompagnarle con un sorso di quell’aperitivo assai alcolico a base di rum, perché in questo modo fanno molto bene alla salute. Il daiquiri alla fragola, insomma, è il cocktail più sano che ci sia. È questa la conclusione cui è giunto un gruppo di ricercatori tailandesi diretti da Korakot Chanjirakul dell’Università di Kasetsart, che insieme al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti stavano studiando un sistema per conservare fresche a lungo le fragole. Nel corso degli esperimenti hanno scoperto che l’alcol non solo svolge ottimamente questa funzione, ma è anche capace di amplificare le virtù antiossidanti di questi frutti, che contengono svariati composti benefici per la salute, dai polifenoli alle antocianine, capaci di interferire positivamente con le malattie cardiovascolari e neurodegenerative. Lo studio è appena apparso sul Journal of of the Science of Food and Agricolture, edito dalla Society of Chemical Industry. L’inusuale raccomandazione, è bene precisarlo, va presa con le molle, oltreché con noccioline e chips. Se è vero infatti che nel daiquiri l’alcol amplifica le virtù preventive della fragola (e lo stesso accade per i mirtilli, usati per arricchire lo champagne) il suo consumo eccessivo rappresenta una grave minaccia per la salute.

Virip, la proteina naturale che promette bene contro l’Hiv

Si chiama Virip, è presente in abbondanza nel sangue e potrebbe diventare una potente arma contro il virus Hiv. Secondo uno studio pubblicato sul numero di oggi della prestigiosa rivista Cell, questo ingrediente naturale del sangue umano ha la capacità di bloccare il virus Hiv-1 impedendogli di infettare le cellule e quindi di moltiplicarsi.
Il nome è una sigla che sta per Virus inhibitory peptide: si tratta appunto di un peptide (una piccola proteina) che con lievi modifiche alla struttura chimica diventa addirittura di due ordini di grandezza più potente. Secondo Frank Kirchhoff e i suoi colleghi dell’Università tedesca di Ulm, che hanno pubblicato la ricerca, il Virip e i suoi derivati si sono dimostrati efficaci anche nei confronti dei ceppi di Hiv-1 resistenti ai farmaci, e per questo appaiono “molto promettenti per ulteriori sviluppi clinici”.
Secondo le ultime statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il virus dell’Aids ha causato circa 4 milioni di nuove infezioni nel mondo nel solo 2006, con 3 milioni di morti. Questo non è il primo composto naturale che si mostra attivo nel contrastarlo, ma la sua importanza sta nel fatto che sempre più spesso il virus si dimostra capace di mutare, e di acquisire la capacità di resistere ai molti farmaci messi a punto in questi anni (una ventina, complessivamente), per cui la possibilità di scegliere caso per caso un diverso approccio terapeutico è fondamentale. “È utile avere numerose classi farmacologiche diverse perché i virus resistenti a più farmaci fanno sempre più spesso la loro comparsa” spiega Kirchhoff. “In alcuni paesi industrializzati la resistenza è già un problema grave”.

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