Presto i prodotti bio potrebbero essere un po’ più bio. Nel senso che, perché siano certificati e venduti come biologici, la soglia di contaminazione accidentale degli Ogm non dovrebbe superare lo 0,1 per cento. Lo stabilisce una proposta del Parlamento Europeo votata a maggioranza la settimana scorsa con il plauso unanime delle associazioni europee dei consumatori”.
“Lo 0,1 per cento è in realtà un compromesso tecnico-politico che identifica il limite di rilevabilità” spiega Luca Colombo, esperto di Ogm per il Consiglio dei diritti genetici. “Si è individuato nello 0,1 per cento un valore indicativo che a volte viene associato alla sensibilità strumentale. A volte infatti, possono esserci delle polveri che fanno scattare la positività. Con lo 0,1 per cento in molti hanno inteso la possibilità di ovviare alla cosiddetta falsa positività”. Considerato che il limite precedente era dello 0,9 per cento, è facile immaginare come la nuova legge possa rivoluzionare il settore (Leggi: Le tappe della storia degli Ogm). Ma, in realtà, il dibattito su questo tema delicatissimo, sia a livello scientifico sia a livello politico (anche sul web), è ancora aperto. Lo stesso Parlamento, infatti, ha deciso di rimandare in Commissione agricoltura il testo della proposta. Cioè, laddove i sostenitori del limite allo 0,9 per cento potrebbero far valere la loro voce.
Per questo, diverse associazioni europee, tra cui l’Aiab (l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica) hanno raccolto migliaia di firme a sostegno del manifesto europeo contro la contaminazione Ogm del bio. “I consumatori hanno una percezione del cibo biologico come un prodotto sano e completamente privo di Ogm” dice Andrea Ferrante, presidente dell’Aiab. “L’introduzione di una soglia di contaminazione del bio rischia di colpire duramente un settore in continua crescita, in cui l’Italia, tra l’altro, primeggia a livello europeo”.
1 - Negli anni Settanta parte la ricerca nel settore dell’ingegneria genetica. È del ’73 la produzione in vitro della prima molecola “chimerica” di Dna.
2 - Sul finire degli ’80, negli Stati Uniti, vengono prodotte sementi e piante geneticamente modificate, soprattutto soia, mais, cotone, riso. E viene usato per la prima volta il termine “animali transgenici” per indicare gli animali ai quali è stato modificato il patrimonio genetico attraverso l’inserimento di un “gene estraneo”.
3 – Nello stesso periodo si accende il dibattito sull’introduzione di Ogm in ambienti non controllati, cioè fuori dalle serre e dai laboratori.
4 - Nel 1989 la Società americana di ecologia pubblica uno speciale Report sul rilascio degli organismi geneticamente modificati mentre cresce l’onda emotiva intorno all’argomento.
5 - Nel 1992, nel corso della Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, viene proposta alla firma dei Paesi del mondo il testo della Convenzione sulla Biodiversità.
6 - Nel 1994 vengono commercializzati i primi prodotti agroalimentari geneticamente modificati.
7 - Nel 1999 la rivista Nature pubblica una ricerca sugli effetti (nocivi) del polline del mais transgenico ed è polemica.
8 - Nel gennaio 2000 viene proposto alla firma il Protocollo di Cartagena sulla Biosafety. L’accordo stabilisce: l’obbligo di etichettare come geneticamente modificati tutti i prodotti che contengono o sono stati preparati con Ogm, l’obbligo da parte degli esportatori di informare in anticipo se i prodotti contengono Ogm e il diritto da parte degli importatori di rifiutare tali prodotti. Lo hanno firmato 62 Paesi.
9 – Nel 2004 entrano in vigore i nuovi regolamenti europei sull’etichettatura di alimenti e mangimi geneticamente modificati: tutti i prodotti contenenti ingredienti o derivati da un ingrediente che contiene più dello 0,9 per cento di Ogm devono essere etichettati con la dicitura “questo prodotto contiene Ogm” oppure “questo prodotto deriva da Ogm”.
Il principio fu il filo d’Arianna, poi venne il cane. Adesso, per non correre pericoli, i ciechi hanno gli appositi percorsi con spuntoni da “tastare” con i piedi e con il bastone per trovare il punto esatto in cui attraversare la strada. In futuro, come si può facilmente immaginare, sarà la tecnologia ad aiutare i non vedenti. E ci siamo quasi. A Varese, per esempio, l’istituto Ipsc (Institute for the Protection and the Secutiry of Citizen) di Ispra e l’Università La Sapienza di Roma stanno sperimentando un progetto rivoluzionario dell’Unione Europea: la creazione di una rete gps attraverso i tag Rfid (etichette con microchip) apposti al bestiame per scongiurare gli abigeati e poi espulsi dopo la macellazione.
I tag saranno piantati sotto terra, a dieci centimetri di profondità, per guidare i non vedenti attraverso le strade della città del varesotto, con tanto di segnalazione di lavori in corso, interruzioni e imprevisti. Sono passivi, non richiedono batteria per funzionare e possono essere installati ovunque (agli angoli delle strade, in corrispondenza dei semafori). Operano a bassa frequenza (134,2 KHz), non sono soggetti a disturbi dovuti alla presenza di liquidi e metalli e hanno un raggio operativo di 10 centimetri. Quindi, per rilevarne la presenza, basta un’antenna bluetooth inserita nel bastone usato dai non vedenti per camminare. L’informazione che apportano viene captata dall’antenna. Basterà una cuffia bluetooth perché il non vedente riceva attraverso un sintetizzatore vocale la descrizione degli inconvenienti che si possono presentare lungo il suo cammino. In più, le informazioni possono anche essere inviate a uno smartphone dotato di Gps e collegato a internet per avere informazioni in tempo reale anche da casa. Così, per esempio in caso di lavori, si potranno conoscere i percorsi alternativi per andare all’ufficio postale.