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Twitter: tutti ne parlano, in pochi lo usano

Non c’è scampo per la regola dell’1% neanche per Twitter. Come è stato notato su gran parte dei servizi web (da Wikipedia a Digg), anche su Twitter pochi utenti sono responsabili della maggior parte dei contenuti. Nello specifico: il 10% degli iscritti sono gli autori del 90% dei tweet.

Come dire, a cinguettare sono per lo più sempre gli stessi heavy user, mentre gran parte degli iscritti sembra poco propenso ad utilizzarlo con costanza. A rivelarlo è una ricerca dell’Harvard Business School condotta su 300.000 membri: un campione abbastanza rappresentativo degli oltre 10 milioni di utenti che costituiscono l’attuale base di iscritti di Twitter.

Secondo lo studio più della metà del campione aggiorna il proprio account solo una volta ogni 74 giorni, e cioè passano più di due mesi tra un tweet e l’altro. Il che porta i ricercatori statunitensi ad affermare che Twitter “è più simile ad una piattaforma uno-molti che ad un network tra pari”.

Questo studio che fa il paio con quello pubblicata da Nielsen pochi mesi fa secondo cui: da una parte Twitter sta attirando più utenti rispetto a qualsiasi altro social-network (anche Facebook); dall’altra è la piattaforma con il più alto tasso di abbandono (oltre il 60% apre l’account per poi abbandornarlo del tutto).

Quanto basta per arrivare alla conclusione che (anche) su Twitter “molte poche persone tweettano con frequenza e altrettanti pochi ascoltano”.

Ad ogni modo, è giusto fare alcune considerazioni a proposito di questi due studi:

- L’asimmetria partecipativa (o legge dell’1%) è una caratteristica di qualsiasi sistema a network, come hanno messo in luce molte ricerche di Barabasi;

- Anche nei servizi 2.0 questa asimmetria è da sempre molto pronunciata, checché ne dicano i profeti della democrazia 2.0.

A tutto ciò si aggiungono, però, anche alcune caratteristiche specifiche di Twitter:

- E’ ancora uno strumento troppo ostico per un pubblico mainstream? Certamente e questo è pronto a riconoscerlo anche il fondatore Evan Williams;

- Twitter è uno strumento troppo verticale e specializzato (140 battute, solo testo, etc)? Può darsi, e questo spiegherebbe il suo successo tra una fetta molto ristretta di cybergeek.

Il rischio (è già successo per Digg) è che la tecnologia di base venga imitata da tutti gli altri social-network (Facebook in primis) e Twitter resti solo una delle tante piattaforme di microblogging con una community molto coesa e ristretta.

Un’interfaccia “zen” per il New York Times in rete

NYT online

Sarà la crisi economica o i primi segnali di nostalgia per un medium (la carta) che potrebbe scomparire a breve, fatto sta che il New York Times sta sperimentando davvero tanto online.

Dopo aver aperto le API del suo immenso database di articoli, ora ha presentato il prototipo di un servizio di minor portata, ma per molti versi interessante. Si chiama Article Skimmer ed è un’interfaccia web che vuole richiamare - riadattandola online - la versione cartacea del Sunday Times, la poderosa edizione domenicale che per molti lettori costituisce un must-read, oltre che un piacere irrinunciabile della domenica mattina.

A differenza dell’edizione web che ormai si muove su un dedalo di livelli e menù, Article Skimmer presenta solo le tradizionali sezioni del quotidiano cartaceo.
Il tentativo dichiarato è di offrire anche online un servizio in cui tutti possiamo essere informati su tutto, anche su quegli argomenti che solitamente non consultiamo online (perché magari leggiamo il NYTimes via feed rss). Così come avviene quando sfogliamo il quotidiano di carta: capita di imbattersi in una notizia che non avremmo mai cercato online e che pure ci interessa. Il tutto con un’interfaccia quanto più possibile leggera e zen, con pochissimi comandi a disposizione (”spazio” per passare da una sezione all’altra).

“Naturalmente, ci sono alcune parti che non possiamo replicare: lo scricchiolio della carta, la macchia circolare del caffé, l’odore della carta“, sottolineano (ironicamente) gli autori del tool. “Ma speriamo comunque che il risultato vi procuri lo stesso piacere rilassato del Sunday Times, ammesso che ne abbiate bisogno”.

YouTube, video in vendita e licenze Creative Commons

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C’è voluto un bel po’ di tempo, ma alla fine anche YouTube ce l’ha fatta: sono finalmente arrivate le licenze Creative Commons. Uno strumento che su altri servizi (si pensi a Flickr) è stato sperimentato da tempo con buoni risultati, favorendo da una parte una migliore riutilizzo dal basso e, dall’altra, permettendo ai detentori di copyright di esplicitare meglio le proprie intenzioni.

Il paragone con Flickr finisce qui, perché YouTube per il momento sta proponendo le licenze CC solo ad un gruppo ristretto di partner (e non di default a tutti gli utenti come avviene su Flickr).

La mossa si inserisce, infatti, in un più vasto programma che per la prima volta permette ai Partner di rendere scaricabili i propri video. A che scopo? Per renderli visualizzabili anche offline (su pc o i player multimediali) e, a seconda della licenza associata, permettere di riutilizzarli (ad esempio per un mash-up). Il download può essere a pagamento (del tipo 1 dollaro per video) attraverso Google Checkout oppure gratuito, facendo appunto ricorso alle licenze Creative Commons. Tra le licenze disponibili è prevista anche quella “Public Domain” per le opere che non sono più protette da copyright.

In un primo momento, questo nuovo programma è stato aperto solo ad un gruppo ristretto di organizzazioni universitarie (Stanford, Duke, UC Berkeley, UCLA che stanno offrendo il download delle lezioni) e altri enti no-profit (khanacademy, householdhacker, pogobat).

E’ facile prevedere che in futuro il download potrà essere esteso anche ai partner commerciali, da sempre sul piede di guerra per la condivisione illegale dei video su YouTube. Difficile, invece, prevedere quanto sarà efficace questo modello di business.

Ad ogni modo, si spera che licenze Creative Commons siano presto aperte a tutti gli utenti: in questo modo si potranno tutelare anche i video-maker amatoriali ed indipendenti. Contrariamente a quello che si pensa, le licenze CC sono pensate soprattutto per proteggere meglio i diritti degli autori nel nuovo ecosistema dei media online, in cui il tradizionale istituto del copyright si rivela spesso inadeguato e limitante per la condivisione delle opere d’ingegno.

Condivisione dello status, è guerra tra Facebook e Twitter?

Marc Zuckerberg, 24 anni, fondatore di Facebook

Il fatto - Facebook ha annunciato che metterà a disposizione dei programmatori nuove API (Application Programming Interfaces). Uno strumento in più per i servizi terzi che vogliono accedere o rilanciare gli aggiornamenti di status, note, link e video condivisi sul social-network.
Ecco un esempio riportato da Facebook: un sito di travel online potrebbe estendere l’upload di foto e video di un viaggio recente anche a Facebook. Si pensi alle tante community (come TripAdvisor) che invitano a condividere simili risorse. Integrando le nuove Api di Facebook questi servizi potrebbero permettere agli utenti di condividerle direttamete dal proprio sito, senza doverle caricare nuovamente su Facebook e viceversa.

Le reazioni (a caldo) - Le prime reazioni all’annuncio sono state al solito esagerate, all’insegna della contrapposizione con gli altri strumenti di microblogging: Facebook decide di uccidere Twitter è stata l’interpretazione che ha preso subito piede.

Considerazioni (a freddo): Non c’è dubbio che la mossa di Facebook vada sempre più in direzione della creazione di un unico grande servizio in grado di includere funzionalità del blogging (note), del microblogging (status) e del lifestreaming (condivisione di risorse come link e video). In realtà, già con l’apertura del News Feed questa ambizione era diventata chiara. Tutto ciò, però, non ha avuto come conseguenza la chiusura dei blog o la diminuzione degli utenti su Friendfeed e Twitter. Come spiega Venture Beat, sta avvenendo l’esatto opposto: “invece di morire, tutti questi servizi stanno attirando traffico ed utenti”. Anche perché, sottolinea Techcrunch, Twitter e Facebook (ma anche Friedfeed) si reggono su diversi modelli di partecipazione: su Facebook le relazioni sono bidirezionali, mentre su Friendfeed e Twitter non c’è reciprocità (si può seguire un utente, ma non essere seguito). Altra differenza: gli status update di Twitter sono pubblici, così come le conversazioni che generano. Lo stesso non vale su Facebook, dove si tende a rispondere alla domanda “Cosa stai facendo ora?” in maniera più letterale e “intima” rispetto a Twitter.

E quindi? - Dalla contaminazione tra questi diversi servizi (già ora, ad esempio, si può ripubblicare lo status di Facebook su Friendfeed e così renderlo commentabile da sconosciuti), sicuramente nasceranno nuovi modi di condividere il proprio lifestream digitale, diversificati a seconda delle community di riferimento e della funzione del messaggio. In fondo, un po’ di sana diversità non può che far bene ad allargare i confini delle proprie relazioni, evitando magari di chiuderle all’interno di giardini murati.

Welcom, il social-network per i potenti della terra

welcom

Il World Economic Forum di Davos si è sempre mosso con tempismo sul fronte dei media sociali. Oltre allo streaming online in diretta, si è aperto agli utenti online anche attraverso il canale su YouTube (dove vengono caricati gli speech e le tavole rotonde), oltre che su Flickr, Twitter, MySpace e Facebook.

Ora fa un ulteriore passo in avanti con il lancio di WELCOM, un social network sviluppato da Microsoft, Adobe, Infosys e BT Innovate, ristretto solo chi ha partecipato alle passate edizioni del  Forum. Un modo per continuare a discutere e fare rete anche dopo la veloce “passerella” in Svizzera, “connettere i leader sui temi della governance globale” e magari anche “risolvere le grandi questioni“.

Niente a che vedere con i social network per ricchi all’insegna dell’esclusività che iniziano a pullulare. Qui, almeno in teoria, dovrebbero prendere parte oltre 10.000 membri, tra scienziati, economisti, innovatori, Ceo delle grandi multinazioni e decision-maker, che stanno provando a cambiare al mondo.

Anche su WELCOM, comunque, l’intento è di dar vita ad una sorta di club privato in cui i “grandi del pianeta” affrontano i temi più caldi del momento da “pari a pari”. Ci sono molti dubbi per credere che ciò avvenga: ce lo vedete un Ceo che aggiorna il proprio profilo, invia messaggi a Kofi Annan e quest’ultimo che risponde?

Michael Arrington di TechCrunch (che ha partecipato all’ultimo WEF) ha pubblicato alcuni screenshot di Welcom. Anche lui ha molti dubbi sull’efficacia di questo social network.

IL VIDEO DI PRESENTAZIONE

YouTube, in arrivo tanta pubblicità

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Prima o poi doveva accadere: Google non poteva permettersi di lasciare YouTube così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora; bisognava trovare una più aggressiva strada per la monetizzazione. Soprattutto ora che la crisi si fa sentire.

La strada individuata dal team di YouTube per ora si chiama click-to-buy, il programma lanciato lo scorso ottobre in modalità pilota, che permette ai partner di inserire link sotto i video per acquistare prodotti correlati su Amazon o iTunes.
YouTube sostiene che la sperimentazione è andata benissimo e fa l’esempio di Monty Python: appena ha lanciato un proprio canale (con tanto di link per il click-to-buy), le vendite dei boxset su Amazon si sono subito impennate (+ 23.000 per cento), catapultandolo alla seconda posizione nella classifica dei Dvd più venduti.

Ora però si va ben oltre: non solo il programma di eCommerce viene allargato ad altri paesi (oltre a Usa, Uk anche Germania, Spagna ed Olanda), ma ai partner viene offerta maggiore visibilità ed efficacia per i propri annunci che ora potranno essere inseriti direttamente sul video, con un overlay trasparente che secondo YouTube dovrebbe dare risultati di vendite ancora migliori. L’overlay compare all’inizio e dura una decina di secondi. Per quanto sia trasparente, è comunque abbastanza intrusivo, anche perché si susseguono diversi annunci.

Preferred Sites per ricerche più pertinenti su Google

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Dopo SearchWiki, Google prosegue sulla strada di una maggiore personalizzazione dei risultati di ricerca. Preferred Sites è una funzionalità rilasciata di recente che permette di consigliare a Google i domini da valorizzare nei risultati.

La funzionalità è accessibile nella pagina delle Preferenze: bisogna essere loggati con il proprio username e selezionare l’inglese come lingua di default, altrimenti non è attiva.

Ma cosa permette di fare Preffered Sites? Se ad esempio si inserisce il dominio nytimes.comit.wikipedia.org i risultati provenienti da questi indirizzi saranno visualizzati molto più in alto rispetto a quanto avviene con le normali ricerche.

La funzionalità può tornare utile soprattutto per quei siti di cui ci fidiamo di più. Io ad esempio mi trovo bene con Trovacinema per le recensioni dei film, ma spesso Google tende a valorizzare imdb.commymovies.com, confinando Trovacinema tra gli ultimi risultati della prima pagina. Dopo che ho inserito Trovacinema tra i Sites Preferred, ora visualizzo i suoi risultati molto più in alto.

Attenzione, comunque. Al momento Preferred Sites non è disponibile in italiano. Quindi se decidete di attivarlo, vi troverete con molti risultati in inglese: il che può essere una scocciatura. Forse vale la pena aspettare quando la funzionalità sarà attivata anche nella nostra lingua

Google, addio a sei servizi online

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Sei colpi in uno. Anche dalle parti di Mountain View la recessione inizia a sentirsi e nessuno può più permettersi il lusso di continuare ad investire su progetti dal futuro incerto o che, comunque, non sono monetizzabili nell’immediato.
La mossa si rivela anche un pretesto per mettere un po’ di ordine tra servizi nati in via sperimentale e che spesso sono andati in sovrapposizione tra di loro.

E così, dopo il suicidio-lampo di Lively (il servizio che era stato presentato come il nuovo Second Life), oggi Google ha annunciato l’addio a sei servizi lanciati negli anni scorsi.

1) Non sarà più possibile effettuare upload su Video. Il che ha anche un senso, dal momento che dopo l’acquisto di YouTube, Mountain View si ritrovava con due piattaforme simili. Video continuerà ad esistere, ma non si potranno più caricare filmati, sarà utilizzabile solo come meta-motore di ricerca video.

2) Notebook, il servizio per prendere annotazioni durante la navigazione, non sarà più disponibile. Chi ha salvato dati fino ad ora potrà continuare ad accedervi. Ad ogni modo non ci saranno più sviluppi.

3) Catalog Search è già scomparso. Un servizio lanciato nel 2001 per sfogliare ed effettuare ricerche nei cataloghi cartacei. Col tempo era diventato del tutto inutile.

4) Addio anche a Dodgeball, servizio di mobile social network acquisito in pompa magna nel 2005.

5) Anche Jaiku era stato acquistato lo scorso anno, quando prometteva di diventare il prossimo rivale di Twitter. Non è mai uscito dalla fase invite-only. Il codice del software sarà messo a disposizione della community di Googlers.

6) Mashup Editor era un prodotto per la creazione semplificata di mashup, anche questo aperto solo su inviti.

Tra questi sei addii, forse il più strano è proprio quello di Jaiku. Se si esclude Friendfeed (che però è anche molto diverso), Twitter al momento non ha un serio concorrente. A meno che, come scrive Search Engine Land, Google non sia interessato ad inglobare Twitter nella propria orbita. Ma si tratti di un’ipotesi per molti versi impossibile.

Nel frattempo, a Mountain View continuano i licenziamenti: sono stati annunciati altri 100 tagli; questa volta a pagare è il settore risorse umane, che sarà ridotto di un quarto; ma anche molti ingegneri iniziano a tremare.

Su YouTube arrivano i videoclip senza audio

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Play. Si carica la barra rossa. Partono le immagini, ma non si sente nulla. E non è colpa delle casse del pc. Basta spostare lo sguardo più in basso per trovare in bella mostra il messaggio “Questo video contiene una traccia audio che non è stata autorizzata da tutti coloro che ne detengono i copyright. L’audio è stato disabilitato“.

E’ questa la nuova policy di YouTube per contrastare il numero ormai crescente di videoclip condivisi dai suoi utenti. Qualche esempio qui e qui.
I commentatori d’oltreoceano sostengono che YouTube sta iniziando ad utilizzare un sistema di tracciatura (fingerpint audio tracks) che rileva in automatico tutti i casi sospetti.

In realtà, come spiegato sul blog ufficiale, si tratta di una nuova politica attraverso cui YouTube piuttosto che rimuovere direttamente il video, chiede agli utenti di silenziare i video che utilizzano e audio protetto da copyright e sostituirlo con una traccia non protetta, attraverso la funzionalità Audiowsap.

Certo è che gli utenti per ora non l’hanno presa affatto bene: si veda tra i commenti a questo video (”Siete parte del sistema” scrive un utente).

E poi: non sempre le tracce audio sono utilizzate per condividere i clip; più spesso fanno da sottofondo ai milioni di mash-up e altri video amatoriali-creativi che gli utenti si divertono a realizzare. Anche questi ora saranno ammutoliti? Conviene davvero alle major e a YouTube portare avanti queste politiche criminalizzanti? C’è chi pensa di no, anzi…

Intanto Read/Write Web avanza una proposta per risolvere l’impasse: “L’industria musicale potrebbe mettere a disposizione una licenza per YouTube di modo che gli utenti possono utilizzare le tracce nei loro video, mentre le etichette e gli artisti possono avere una parte dei guadagni”. Interessante, ma dubito proprio che le major siano pronte per accettare una simile sfida…

Carol Bartz, una veterana high-tech alla guida di Yahoo!

bartz

Le credenziali ci sono tutte, almeno per gli investitori che erano alla disperata ricerca di una via di uscita dal baratro finanziari dell’ultimo anno. Carol Bartz, la bionda sessantenne che da ieri è approdata alla guida di Yahoo! prendendo il posto del defenestrato Jerry Yang, è una veterana della Silicon Valley, con una carriera a dir poco brillante nel mondo high-tech a stelle e strisce.

Basti un dato su tutti: nei suoi 14 anni trascorsi ad Autodesk i guadagni della società sono passati da 300 milioni di dollari a 1,5 miliardi di dollari.
Una manager pura e dura, quindi, “market oriented” come si è definita lei, lasciando subito intuire quale sarà il suo compito principale a Yahoo!: invertire la china negativa dell’ultimo anno, riassestando le finanze e magari facendo chiarezza sulla mission della società di Sunnyvale.

La ricetta ora non è per nulla scontata, anche perché in ballo ci sono diverse sfide:
- chiarire una volta per tutte l’identità di Yahoo!: è una media company (così come aveva creduto il precedente Ceo Terry Semel) o una società orientata alla tecnologia (secondo l’ “open strategy” avviata da Jerry Yang)?
- come ristrutturare i conti di Yahoo? Cedendo asset non redditizi ed investendo su quelli strategici? Magari dando finalmente il via all’accordo con Microsoft? Molti commentatori credono che con Bartz a Yahoo! sarà più facile per Redmond tornare sui propri passi. E il matrimonio alla fine si farà. E poi: come inseguire Google sul fronte dell’advertising online? Avviare una partnership con AOL?

In passato Bartz ha sempre dimostrato di saper portare a termine le sfide che le erano state affidate. Anche se, hanno subito notato diversi commentatori, all’inizio sarà dura: la nuova Ceo non ha molta esperienza nel mondo consumer di Internet. Lei per ora se l’è cavata dicendo: “Non sapevo nulla di CAD quando sono arrivata ad Autodesk e nulla di hardware quando sono approdata a Sun. Sono una persona orientata al mercato. Amo i clienti. E poi ho un cervello che mi aiuterà a capire bene questo media”.

Il futuro di Facebook

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