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The Printed Blog, il free press realizzato dai blogger

printedblog

Tra testate storiche che resistono solo online e i tanti licenziamenti che si sono abbattuti sul settore, questo non sembra essere il momento opportuno per lanciare un nuovo quotidiano su carta.

Non la pensa così un investitore statunitense che il prossimo 27 gennaio si appresta a lanciare The Printed Blog, un free-press bi-quotidiano realizzato con contenuti aggregati per lo più in rete su blog e social network. Già è partita la caccia ai contenuti da segnalare: non solo articoli, ma anche recensioni (di dischi, locali), fotografie e segnalazioni di eventi o risorse interessanti trovate online. Gli autori che vedranno i propri contenuti pubblicati saranno retribuiti, ma per ora non è specificato quanto sarà l’ammontare.

Così come vuole il paradigma del crowdsourcing, lei sei pagine a colori saranno confezionate da una redazione ridotta all’osso e verranno poi distribuite nelle principali città statunitensi (Chicago, San Francisco, New York) dove, sperano gli ideatori, si può ancora riuscire ad attirare inserzioni pubblicitarie ultra-locali.

In controtendenza rispetto a tutte le analisi di mercato, l’imprenditore Joshua Karp è convinto che “il quotidiano su carta è destinato a restare la principale fonte di informazione nei prossimi anni”. Karp pensa soprattutto alle grandi metropoli, dove la gente passa molto di tempo sui mezzi di trasporto e i free-press hanno ancora ragion d’esistere.

Difficile dire quali sono le potenzialità di The Printed Blog. Certo, la fine di un’esperienza per molti versi simili come JPG Magazine non fa ben sperare anche per questa nuova variazione sul genere dal web alla carta.

Il Prado in alta risoluzione su Google Earth

prado

La notizia è rimbalzata da una parte all’altra del web con l’aspettativa che solo Google riesce a generare. Il Museo del Prado sbarca su Google Earth e Maps (e sin qui niente di strano, già ci erano arrivati in tanti), per esporre 14 capolavori della sua collezione in altissima risoluzione.Da Las Meninas di Velàsquez al Cardinale di Raffaello, l’Immacolata Concezione di Giambattista Tiepolo o l’Autoritratto di Durer. Ma la vera novità è piuttosto un’altra: la possibilità di navigare all’interno delle opere fino a poterle visualizzare nei dettagli più piccoli.

Questo perché le foto sono riprodotte ad una risoluzione di 14 Gigapixel. E cioè 1400 volte più definite rispetto ad una normale foto digitale scattata con una macchina da 10 megapixel. Per ottenere questo risultato il Prado e Google si sono avvalsi di una società madrilena (Mad Pixel) che ha scattato 8200 immagini in totale, per un periodo di tre mesi.
Un’operazione simile era stata già promossa in Italia dalla Rai con il progetto delle Mostre Impossibili di Caravaggio e Raffaello (senza però il sostegno di Google).

Le opere del Prado sono già visualizzabili su Google Earth (selezionare la voce “Edifici 3D” dal menù a sinistra e digitare “Prado” nel motore di ricerca per accedere direttamente), mentre su Google Maps saranno rilasciate una al giorno a partire da oggi. Su Earth ci sono anche modelli in 3D che permettono di simulare la visita al museo e spostarsi da un’opera all’altra.

Un po’ tutti si sono affrettati a dire: “Da oggi non è più necessario recarsi a Madrid per godere delle spettacolari opere maestre esposte al Museo del Prado”. Ovviamente c’è un pizzico di esagerazione. La visione dal vivo e quella digitale (per quanto ad altissima definizione) restano due pratiche diverse e forse incomparabili. La prima implica un rituale (l’andare al museo) e un’ambientazione (la possibilità di muoversi, osservare da lontano/vicino) che la seconda ancora non permette (se non altro per gli spazi angusti del monitor del computer). Ad ogni modo, Google avrà fatto senz’altro la gioia degli studiosi o semplici appassionati che ora potranno vedere dettagli altrimenti inaccessibili ad occhio nudo.

VIDEO DEL MAKING OF:

Facebook, record di iscritti e nuove grane legali

Marc Zuckerberg, 24 anni, fondatore di Facebook

Secondo gli analisti più attenti, il 2009 sarà l’anno in cui si imporrà la questione della gestione dell’identità online. Tra walled garden, passaporti per l’esportazione pilotata dei propri dati e i meta-social network emergenti, la situazione è a dir poco ingarbugliata. Ma pronta ad esplodere da un momento all’altro, come ci dimostra l’azione legale intrapresa intentata da Facebook contro Power.com, il social inter/network brasiliano che permette di accedere e gestire diversi profili di social network da un’unica interfaccia.

La crescente popolarità del servizio (5 milioni di iscritti) ha infastidito il social network di Mark Zuckerberg che, dopo una serie di trattative fallite, ha deciso di denunciare responsabili del sito brasiliano per violazione del copyright (in quanto Power.com non utilizza le API di Facebook Connect, ma un proprio sistema Social InterConnect).

Almeno da un punto di vista legale Facebook sembra avere tutte le ragioni (i termini di servizio sono chiaro: tutte le risorse pubblicate vengono cedute a Facebook), ma da un punto di vista etico come dar torto a Power.com? In fondo - si difende quest’ultimo - sono gli utenti a concenderci username e password del proprio profilo su Facebook: perché vietare di accedere ai loro dati come meglio credono? Ad ogni modo, secondo TechCrunch, pare le due parti siano ormai vicine ad un accordo.

Intanto, sul blog ufficiale di Facebook Mark Zuckerberg conferma il momento d’oro della sua creatura: il 2008 si è chiuso toccando quota 150 milioni di iscritti (50 milioni in più rispetto allo scorso agosto); l’espansione prosegue a gonfie vele soprattutto all’estero (Russia, Giappone, Nigeria), confermando la natura globale del fenomeno Facebook.

I giornali stanno morendo… su Twitter

twitter

Il sapore della beffa c’è tutto: un account di Twitter dal titolo esplicito (”The media is dying“), pensato per aggregare le segnalazioni di licenziamenti, fallimenti, riduzione degli staff che in questi giorni stanno sconvolgendo il mondo dell’editoria.

Certo, niente di nuovo: ci sono decine di siti, blog e altrettanti libri che seguono da tempo il tema con attenzione e annunciano la morte dell’informazione su carta, sotto il tiro incrociato dei consumi emergenti online e del crollo della pubblicità. La beffa semmai è un’altra. E cioè che il campanello d’allarme provenga proprio da Twitter, strumento sempre più sulla cresta dell’onda, da tempo sovraccaricato di potenzialità giornalistiche (il cosiddetto microjournalism, che durante le ultime vicende di Mumbai ha dimostrato di funzionare benissimo, pur nei suoi tanti limiti).

Non è dato sapere chi siano gli autori di “The media is dying”. AFP ha provato ad indagare, ma ne ha ricavato solo qualche scarsa informazione (”lavoriamo nel settore dei media e non possiamo esporci”).

L’idea è nata per caso: durante la recente crisi un gruppo di amici ha iniziato a scambiarsi una serie mail sui licenziamenti in atto. Fino a quando qualcuno ha pensato di ridurre il sovraccarico di mail nell’inbox e aprire un più comodo account su Twitter. All’inizio il feed non era pubblico, ma poi è stato aperto a tutti. Anche grazie alla copertura del NYTimes e di Gawker, “The Media is dying” ha fatto subito parlare di sé (al momento conta oltre 5000 iscritti). Chissà quanti, fra questi, sono giornalisti che temono di perdere il posto di lavoro da un momento all’altro…

Power.com, Facebook e il social internetworking

power

La tendenza ormai è chiara: dopo il social-networking, ora è il momento del social-internetworking, ovvero di meta-strumenti che mettono in comunicazione i tanti account che ogni utente 2.0 si ritrova a gestire, aggregando tutte le informazioni relative alla sua attività online in un unico luogo.

Meno chiara, invece, è la soluzione: negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli strumenti che propongono approcci diversi a questo problema. A parte qualche eccezione open, spesso però si ha la sensazione che si voglia sempre creare nuovi recinti in cui rinchiudere (e magari monitorare meglio) gli utenti.

Nei giorni scorsi ha fatto parlare molto Power.com, un meta-aggregatore sviluppato in Brasile che, secondo i responsabili, conta già 5 milioni di iscritti. Il servizio permette di gestire in un’unica interfaccia i profili di diversi social-network (per ora MySpace, FaceBook, Orkut e Hi5, ma presto dovrebbero arrivare anche Msn, Skype, Twitter e LinkedIn). Non a caso subito è scattato il paragone con Meebo, che fa più o meno lo stesso con l’instant messaging.

Per quanto l’interfaccia utente lasci ancora molto a desiderare, la soluzione di Power.com è comunque interessante e indicativa di una tendenza che  GigaOm definisceaggregativa“, e cioè far convergere i servizi web in un unica meta-interfaccia. Un po’ quello che fanno altri strumenti di lifestream come Friendfeed, Ping.fm e HelloTxt (con potenzialità di gestione minori, però, rispetto a Power.com).

All’opposto si situa invece l’approccio “federativo” dei vari “passaporti” alla Facebook Connect, che puntano a tenersi stretta la base di utenti e, al limite, portarla a spasso in una porzione limitata del web (solo quella dei siti partner). Una soluzione che, secondo il New York Times, presto farà scoppiare una nuova guerra per il controllo delle identità online tra MySpace (e il suo progetto di data portability) e la stessa Google (con Friend Connect).

Per quanto l’approccio aggregativo al momento risulti più promettente (se non altro perché lascia maggiore libertà agli utenti), sono molti i problemi che si porta dietro: perché cedere (tutti) i propri dati all’ennesimo nuovo servizio esterno? A questo punto non sarebbe meglio, come scriveva Loic Le Meur qualche mese fa, tornare ai vecchi (e già dati per defunti) blog e utilizzarli come piattaforma per la gestione della propria identità online? Forse la prossima killer-application 2.0 non sarà né uno strumento alla Power.com né Facebook Connect, ma un servizio che dia agli utenti pieno controllo sul proprio flusso di attività digitali. Una sorta di Sweetcron (ne parlavamo qui), ma più facile ed intuitivo da installare. Il risultato sarebbe simile a questo, mica male no?

Su Gmail arrivano le chiamate voce e video

video_chat

Google ha rilasciato un plugin che porta la voce e i video dentro la chat di Gmail.

Una volta installato il plugin e riavviato il browser, basta selezionare un contatto (la cui icona è ora una piccola videocamera), cliccare sul menù “Video & more” che ora compare nella finestra di chat e scegliere “Start video chat” per avviare una chiamata video o voce. La finestra può essere esplosa, in modo da avere una migliore visibilità.

Se il contatto non dispone di web-cam o microfono si può sempre fare una video-chiamata one-way.

A differenza del lancio di altri prodotti (solitamente compatibili solo su Windows - si veda alla voce Chrome), Google questa volta ha pensato ad una distribuzione migliore: la nuova funzionalità è disponibile sia per Windows che per Mac (ma non per Linux) e supporta diversi browser (Firefox, IE e Chrome su Pc; solo Firefox su Mac).

Può capitare che dopo l’installazione la video-chat non sia ancora attiva: Google ha avvertito che “potrebbe volerci un giorno o più per rendere disponibile la funzionalità in tutti gli account di Gmail e Google Apps”.

Una prima critica: non è il massimo dover installare una componente aggiuntiva per poter attivare la nuova funzionalità; in questo modo si rallenta di molto l’adozione da parte degli utenti. Inoltre: la funzionalità video non è al momento disponibile sul client gTalk.
Ma si tratta comunque di un passo in avanti non da poco per Gmail. Per quanto (per ora) non supporti le chiamate Voip sulla rete telefonica, diversi commentatori sottolineano che forse Skype ora deve iniziare a temere seriamente Gmail.

Anche perché Mountain View non si fermerà certo qui: la videochat è stata implementata dal team di sviluppo di Stoccolma in cui è confluita la tecnologia della start-up Marratech acquisita nel 2007. Oltre a strumenti di video-chat Marratech aveva messo a punto anche altre servizi di e-meeting e videoconferenza (Voip, condivisione di applicazioni e documenti, meeting virtuali).

Ecco una video-presentazione di Google:

Hollywood pronta a sbarcare su YouTube

youtube_hollywood

Dopo Screening Room (la sezione dedicata alle produzioni indipendenti), su YouTube presto potrebbero arrivare anche i lungometraggi delle grandi case cinematografiche.

Secondo quanto riporta Cnet, il portale di video-sharing nei prossimi mesi inizierà a trasmettere lungometraggi in alta qualità, in modalità streaming (e del tutto legale). Secondo la fonte, “almeno uno dei più grandi studios di Hollywood” è già interessato all’accordo.

Il tutto sarebbe supportato da nuove formule di pubblicità per garantire guadagni migliori alla case cinematografiche. Un po’ come è già accaduto con la CBS, che di recente ha stretto una partnership con YouTube per la trasmissione di episodi integrali di alcune serie televisive (da Beverly Hills 90210  a Star Trek). I video  sono accessibili solo negli Stati Uniti e per la prima volta contengono anche pubblicità pre-roll e mid-roll.

Lo sbarco di Hollywood su YouTube rappresenterebbe senza dubbio un colpo grosso per il sito di video-sharing, che da tempo corteggia gli studios senza molto successo. In questo modo YouTube potrebbe, da una parte, lasciarsi alle spalle l’immagine di un bazar in cui spopolano solo i contenuti prodotti dal basso (spesso sgraffignati illegalmente dalla tv); dall’altra tentare nuove strade per la monetizzazione, considerato che fino ad ora non è stato in grado di trovare modalità di pubblicità convincenti per i contenuti prodotti dal basso.

Ovviamente quello di Cnet per ora resta solo un rumor. E c’è chi, come PaidContent, resta più scettico: alcuni conglomerati dei media americani stanno già sviluppando una propria piattaforma di distribuzione online; con altre (si veda Viacom/Mtv) non scorre affatto buon sangue; altri ancora stanno stanno sperimentando con successo lo streaming integrale su Hulu (a sua volta di proprietà di NBC/Fox), perché dovrebbero aprirsi ad un nuovo canale e disperdere la propria audience?

Altri analisi interessanti su NewTeeVee e VentureBeat.

Tutti i flop di Google

gooogle

Ogni volta ci si aspetta che dal cilindro di Brin&Page esca fuori il servizio destinato a scrivere le regole del web del futuro.

Certo, così è stato per tutto il comparto Search, Gmail, Reader, Maps, Earth, Books, News, Talk, Toolbar: strumenti che milioni di utenti utilizzano ogni giorno e di cui difficilmente riuscirebbero a fare a meno. Per non parlare di alcune acquisizioni intelligenti (YouTube, Blogger) o della gigantesca piattaforma di pubblicità.

Eppure, “non basta essere il più forte per essere il migliore“: così recita un post interessante di QuintaBlog, in cui l’autore ha raccolto le segnalazioni dei lettori del suo blog sui servizi di Mountain View lanciati per inseguire la concorrenza e che in realtà non sono mai decollati. Ecco la lista selezionata:

- Answers (doveva essere l’anti Yahoo Answers)

- Base (doveva essere l’anti eBay)

- Catalogs (doveva essere l’anti _____)

- CheckOut (dove essere l’anti-paypal)

- Chrome (doveva essere l’anti Mozilla/IE/Safari)

- Coupons (doveva essere l’anti _____)

- Docs (doveva essere l’anti MS Office)

- Froogle (doveva essere l’anti Kelkoo)

- Google Talk (dove essere l’anti-Skype)

- Knol (doveva essere l’anti Wikipedia)

- Orkut (dove essere l’anti-MySpace)

- Picasa (doveva essere l’anti Flickr)

- Video Player (doveva essere l’anti VLC)

- Viewer (doveva essere l’anti _____)

- Voice Search (doveva essere l’anti Pagine Gialle)

- Web Accelerator (doveva essere l’anti Slipstream)

Sono del tutto d’accordo su alcune scelte, come Answers, Base, CheckOut, Chrome, Coupons, Froogle, Knol, Picasa, Voice Search. Annunciati in pompa magna, non sono mai riusciti a mantenere le aspettative, né ad impensierire i concorrenti diretti.

Mi trovo meno d’accordo, invece, su:
- Docs: per ora non c’è partita con MS Office e neanche con Zoho (altra suite online); ma su questo fronte sicuramente Google non si farà trovare impreparato in futuro;
- Talk: non è diventato l’anti-Skype, ma per alcuni usi (chat, gestione contatti, integrazione con la mail) è di gran lunga preferibile; e lo sarà ancora di più se un giorno si aprirà anche alle chiamate voce.

Ad ogni modo, tutti questi flop sono la naturale conseguenza di una cultura aziendale basata sul rischio e sul culto della beta perenne. Anche quando non sono maturi, i prodotti vanno lanciati online per testare la reazione degli utenti e, solo in caso di effettivo successo, investire ulteriori risorse. Altrimenti si fa presto a chiuderli o lasciarli nel dimenticatoio, così come fanno le altre web-company (a cominciare da Microsoft e Yahoo!).
Altra riflessione: non è ancora detta l’ultima parola su alcuni servizi che attualmente troviamo tra i “flop”. Si pensi a Docs e Talk, ma anche CheckOut e Froogle: se integrati meglio con gli altri tool di Mountain View, potranno seriamente impensierire la concorrenza.

LinkedIn si apre alle applicazioni di servizi terzi

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Come su Facebook e MySpace, anche su LinkedIn sarà ora possibile personalizzare meglio il proprio profilo. Il più famoso social-network professionale ha infatti deciso di aprirsi alle applicazioni di servizi terzi lanciando InApps, nuova piattaforma di sviluppo basata su OpenSocial.

Rispetto agli altri social network è stata però preferita una policy molto più severa: tutte le web-app dovranno essere approvate da LinkedIn prima di essere messe a disposizione degli utenti. Il che vuol dire che non ci sarà spazio per la miridade di applicazioni “spazzatura” che stanno proliferando su Facebook e MySpace. Solo quelle esplicitamente orientate alla produttività o alla condivisione di informazioni rilevanti  potranno essere implementate.

Per ora sono disponibili sette tipologie di applicazioni, ma molte altre si aggiungeranno col tempo:

1) SlideShare e Google Presentations per condividere le presentazioni

2) WordPress e Six Apart Blog Link per importare i feed del blog

3) Box.net Files per condividere il proprio portfolio

4) Tript per pubblicare la lista dei viaggi

5) Reading List di Amazon per mettere in luce le preferenze di lettura

6) Huddle per condividere il workspace (gestione di documenti, email, etc)

7) Company Buzz per monitorare cosa si dice a proposito della propria compagnia

In questo modo LinkedIn cerca di capitalizzare gli attuali 30 milioni di iscritti per trasformare il proprio social network in un ambiente meno statico e più centrale nella vita digitale dei propri membri.

Parallelamente, InApps permetterà a LinkedIn anche di monetizzare meglio dalla propria piattaforma: alcuni partner (è il caso di Box.net) hanno già lanciato servizi di abbonamento pensati ad hoc.

Google Books, accordo storico negli Stati Uniti

google_book

L’annuncio è di quelli “epocali”. Almeno secondo Google che con un lungo post sul suo blog parla di “nuovo capitolo per Book Search“. Il riferimento è all’accordo siglato ieri con The Authors Guild e l’Association of American Publishers.

In seguito a questa intesa (che dovrà comunque essere approvata dalla U.S. Discrit Court per diventare operativa), si è finalmente trovata una risoluzione a diverse azioni legali intraprese negli anni scorsi da editori e scrittori statunitensi. Contemporaneamente, si rendono disponibili milioni di volumi protetti da copyright e non più disponibili sul mercato, che potranno ora essere consultati online con formule innovative, sia per gli utenti che per i detentori dei diritti d’autore.

Google si impegna a stanziare 125 milioni di dollari per la creazione di un Book Rights Registry (BRR) che servirà in parte a regolare i conti per i volumi già pubblicati, in parte a retribuire in futuro i possessori di copyright sulle opere indicizzate.

Come spiegato da questo comunicato, ecco alcune delle principali novità (che per ora, comunque, riguarderanno solo gli utenti statunitensi):

- I libri protetti da copyright ma ormai fuori stampa potranno essere consultati in versione integrale attraverso Book Research. Si potrà avere un’anteprima del 20% dell’opera. Sarà disponibile anche la consultazione integrale dietro pagamento di una quota (che andrà ad alimentare il BRR). Una novità, questa, che permetterà di accedere ad un patrimonio culturale difficile da reperire. E che tornerà utile soprattutto a studenti e ricercatori.

- Biblioteche ed altri organismi governativi potranno effettuare sottoscrizioni per consentire ai propri membri (studenti, ricercatori) la libera consultazione.;

- L’accordo non riguarda i libri attualmente in commercio. In questo senso non va a sostituire il Partner Program che Google ha fino ad ora siglato con oltre 20.000 editori in tutto il mondo, permettendo loro di offrire un’anteprima dei volumi su Book Research e poi di rivendere i libri attraverso altri canali (Amazon, Ibs e via dicendo).

- Attraverso il Book Rights Registry viene riconosciuto anche un innovativo sistema di retribuzione per gli editori e detentori dei diritti d’autore, che ora potranno ricevere compensi in base alle sottoscrizioni e alla pubblicità online.

- Google incasserà il 37% dei guadagni provenienti del BRR; i restanti saranno divisi tra editori e detentori dei diritti.

Per quanto l’accordo riguardi solo gli utenti statunitensi, si tratta comunque di un precedente importante che può fare da apripista ad intese simili anche in altri paesi del mondo. Altrettanto rilevante è l’apertura dimostrata dagli editori a stelle e strisce che finalmente provano a sperimentare formule innovative per la distribuzione online di contenuti fino ad ora difficilmente accessibili.

Ad ogni modo, c’è anche chi solleva i primi dubbi. E’ il caso di TechDirt che sottolinea alcune conseguenze negative dell’intesa. Nel breve periodo Mountain View offrirà uno strumento di valore per molti utenti, iniziando anche a monetizzare dal proprio servizio. Ma nel lungo periodo, si alzeranno le barriere all’ingresso per start-up innovative. E questo non è detto sia un bene per il futuro della conoscenza online.

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