Archivio per autore: » joshua.massarenti

Mais Ogm, la Francia conserva la clausola di salvaguardia

Fallisce il tentativo della Commissione europea di costringere la Francia a riprendere la coltivazione del MON 810, il mais transgenico prodotto dalla multinazionale americana Monsanto. Durante la riunione del Comitato permanente sulla catena alimentare e la salute animale che si è tenuta ieri a Bruxelles, solo 9 rappresentanti sui 27 paesi membri Ue hanno appoggiato la richiesta formulata il 21 gennaio scorso dalla Commissione Barroso al governo francese di ritirare la “clausola di salvaguardia” sul MON 810. Dopo le raccomandazioni di un comitato scientifico ad hoc istituito dal governo francese, il presidente Nicolas Sarkozy aveva deciso nel gennaio 2008 di sospendere la coltivazione degli Ogm sul territorio nazionale applicando la cosiddetta “clausola di salvaguardia”, una direttiva attivata dalla Commissione europea nel 2001 e che consente a un paese membro dell’Ue di sospendere sine die la coltivazione di una pianta geneticamente modificata, il tempo necessario per comprovarne o meno la nocività.

L’impossibilità da parte del Comitato permanente di raggiungere ieri una maggioranza qualificata costringerà la Commissione a dover chiedere il parere dei ministri europei. In tal caso, Bruxelles deve presentare al più presto una proposta sulla quale i paesi Ue si pronunceranno nei tre mesi successivi. “Non è la prima volta che la Commissione europea prova a forzare la mano degli Stati” spiega all’Agence France Presse Monica Frassoni, co-presidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo. “Ora la sfida è quella di ottenere al Consiglio (dei ministri, ndr)  una maggioranza sufficiente per bocciare la proposta della Commissione”. Ma nel caso in cui una maggioranza non venisse raggiunta, la palla tornerà nuovamente nelle mani della Commissione europea, che questa volta però rischia di mettere la parola fine a questa vicenda obbligando la Francia (e assieme a lei la Grecia) a sospendere la ‘clausola di salvaguardia’.

Francia: ore decisive per la battaglia contro il mais OGM

campi di mais

La vendetta, si sa, è un piatto che va consumato freddo. La multinazionale americana Monsanto, nota nel settore agricolo per la produzione di semi transgenici e contro la quale da anni combattono gli ambientalisti, ha aspettato un anno prima di consumare la sua nei confronti del governo francese, ma con la complicità dell’Unione Europea e delle frange ‘galliche’ più refrattarie all’ecologia, sembra ormai tutto pronto per lanciare una controffensiva che rischia di mandare al tappeto il fronte anti-ogm. Oggi a Bruxelles è prevista una riunione tecnica in cui i rappresentanti dei 27 paesi Ue sono chiamati a pronunciarsi sulla decisione presa nel gennaio 2008 dal governo di Nicolas Sarkozy di sospendere la coltivazione su territorio francese del mais transgenico MON 810, il fiore all’occhiello della Monsanto.Tutto inizia nell’ottobre 2007, quando in Francia governo, imprese, enti locali, sindacati e società civile si riuniscono per mettere a confronto idee, proposte e misure in quella che venne definita un’iniziativa senza precedenti nella storia “ecologica” francese. Tre mesi dopo gli Stati Generali dell’Ambiente (“Grenelle de l’environnement”), Nicolas Sarkozy decide sulla base delle conclusioni raggiunte da un comitato scientifico francese di sospendere la coltivazione degli Ogm sul territorio nazionale applicando la cosiddetta “clausola di salvaguardia”, una direttiva attivata dalla Commissione europea nel 2001 e che consente a un paese membro dell’Ue di sospendere sine die la coltivazione di una pianta geneticamente modificata, il tempo necessario per comprovarne o meno la nocività.

Lo scontro frontale tra Monsanto e la Francia si gioca su due fronti: Parigi e Bruxelles. In entrambi le capitali, la multinazionale americana dispiega tutta la sua potenza di fuoco con attività di lobbying sfrenate. Il primo round tuttavia va a favore del governo francese, e in particolare del suo ministro dell’ecologia, Jean-François Borloo, quanto meno perplesso sui meriti vantati dai pro-ogm. Il 21 agosto 2008, Yvon Le Maho, membro della prestigiosa Accademia delle Scienze di Parigi, avvalora le conclusioni raggiunte nel gennaio precedente dal Comitato scientifico sugli ogm. In contrasto con le affermazioni della Monsanto, secondo la quale “un numero importante di pubblicazioni scientifiche confermano l’innocuità di MON 810”, Le Maho sostiene che “i dati scientifici che abbiamo a disposizione non ci consentono di avvalorare tale affermazione”. Ma Monsanto non si scompone e sposta il fronte della battaglia a Bruxelles. O meglio a Parma, dove ha sede l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. La scelta si rivela azzeccata. Il 31 ottobre 2008, l’EFSA stima che “nessuna prova scientifica, in termini di rischi per la salute umana o animale o per l’ambiente, è mai stata fornita per giustificare l’invocazione della clausola di salvaguardia”. La Commissione europea coglie la palla al balzo e il 21 gennaio 2009 raccomanda il ritiro della clausola.

La battaglia attorno al MON 810 raggiunge il suo picco dopo un rapporto pubblicato il 12 febbraio scorso dall’Agenzia francese di sicurezza sanitaria degli alimenti. Contro ogni pronostico, l’Afssa sostiene che il MON 810 non presenta nessun pericolo per la popolazione. All’Eliseo è il panico, ma il governo tiene duro. Uno dopo l’altro, il premier Fillon e il suo ministro dell’ecologia Borloo confermano “la clausola di salvaguardia”. Addirittura Borloo punta il dito contro la procedura di valutazione sugli Ogm dell’Agenzia europea. Nell’attesa dell’entrata in vigore delle nuove regole nel 2010, oggi la partita si gioca tutta a Bruxelles. Nel pomeriggio, i rappresentanti dei 27 paesi Ue devono pronunciarsi sulla posizione francese. “E’ una riunione tecnica” sottolinea Le Monde, in cui “è probabile che non spunti una maggioranza qualificata in grado di pronunciarsi per o contro la Commissione”. In tal caso, a tranciare sarà il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura. Parigi può contare su solidi alleati (Ungheria, Austria, Portogallo, Grecia, Polonia o Lussembrugo), ma per sconfiggere i pro-Ogm dichiarati (Regno Unito, Svezia, Finlandia, Spagna fra tutti), dovrà imperativamente convincere i paesi indecisi, tra cui l’Italia.

Indipendenza energetica, Obama impari dalla cittadina tedesca di Dardesheim

Pale eoliche

Con una serie di direttive firmate il 26 gennaio scorso alla Casa Bianca, Obama non ha perso tempo per fare capire al mondo che gli Stati Uniti erano ormai pronti a giocarsi il loro futuro per preservare l’ambiente del pianeta. Mettendo il cambiamento climatico al cuore della sua riflessione strategica, il presidente americano ha chiesto di anticipare l’applicazione di norme restrittive sul consumo di carburante dei veicoli dal 2020 al 2011.
Ma la partita non si annuncia per nulla facile. Un conto infatti è presentare piani ambiziosi, un altro è convincere il popolo statunitense di stravolgere un american way of life improntato negli ultimi 50 anni sul consumismo più sfrenato. Per Barack Obama è quindi il caso di gettare lo sguardo oltreoceano e rintracciare quei modelli di vita con cui concretizzare il motto “Yes, we can” nell’ambito ambientale.

In Germania, un modello c’è. Bisogna recarsi a Dardesheim, una cittadina di appena mille abitanti conficcata nel cuore della Germania, ma nota tra gli ambientalisti per essere interamente autonoma sul piano energetico. Ogni anno, Dardesheim produce una quantità di elettricità quaranta volte superiore rispetto al suo consumo annuale. A pochi chilometri da lì, dal nulla spunta l’eolica più potente del mondo. Il parco di Druiberg ne conta altre 27, attraverso le quali la regione di Harz intende coprire il fabbisogno elettrico di oltre 250.000 abitanti da qui ai prossimi quattro anni. Ma si sa, il vento non basta. E nemmeno il sole, che pure fa la sua parte. A Dardensheim non c’è edificio che non sia coperto da installazioni fotovoltaiche. Di fronte al Comune, c’è addirittura un contatore che indica la quantità di energia solare prodotta in tempo reale e le emissioni di CO2 risparmiate. E c’è pure una centrale al biogas alle porte della città. Per completare il dispositivo, una centrale idraulica è stata “riallacciata” al parco eolico di Druiberg, consentendo ai residenti locali di poter contare su due enormi cisterne pronte a entrare in moto e fornire alla popolazione l’elettricità non appena calano il sole o il vento. Il successo registrato a Dardesheim ha convinto lo Stato federale di espandere questo modello ecologico alla regione di Harz con una sovvenzione pari a 10 milioni di euro.

Non è un caso se progetti di questo tipo nascono in un land tedesco. La Germania è tra i paesi più all’avanguardia sul fronte ecologico. Non a caso, Berlino è stato uno dei più “feroci” sostenitori dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena). Dopo anni di sforzi contrastati da numerosi ostacoli politica (tra cui l’opposizione dell’amministrazione Bush), Irena è stata lanciata il 26 gennaio scorso a Bonn. Con un budget annuale di 25 milioni di euro, l’agenzia ha per missione di abbandonare l’era del “tutto carbone” sostituendo le attuali fonti energetiche con l’energia solare, quella eolica, la biomassa, i biocarburanti e la geotermia.

Processo alla carta: l’imputato è assolto

E così la carta è riuscita a farla franca. Contro ogni pronostico, la Corte d’Assise del Tribunale Penale di Bergamo ha scagionato l’oggetto tra i più contestati del pianeta dalle numerose accuse che da anni pendevano sulla sua reputazione. Il processo ‘fittizio” organizzato dall’ong italiana Cesvi e Slow Food Lombardia si è quindi chiuso con una sentenza clamorosa.
Distruzione dell’ecoambiente, attentato alle risorse mondiali, assunzione e spaccio di sostanze pericolose: forte del sostegno di una folla conquistata dalle arringhe dell’avvocato Daniela Rubino, la pubblica accusa pensava di aver definitivamente dato prova dei danni incalcolabili inferti dalla carta all’ambiente. Per questo cronisti ed esperti erano convinti che per l’imputata non ci sarebbe stato scampo. E invece no. Grazie a una difesa ormai iscritta di diritto nella storia giudiziaria italiana, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo, Ettore Tacchini, è riuscito a ribaltare i rapporti di sforza smontando una per una le accuse mosse dal pubblico ministero. Sulla deforestazione, tema tanto caro agli ambientalisti anti-cartacei, “i dati della FAO dimostrano che il 56 per cento del legname raccolto è utilizzato come legname da combustione e non per la produzione di carta”. Stesso discorso per l’impatto ambientale. “Contrariamente a quanto si possa pensare” ha sottolineato Tacchini, “dagli anni ‘70 ad oggi il consumo specifico di energia è sceso del 40 per cento, mentre la quantità di acqua utilizzata dalla cartiere italiane si è ridotta di oltre il 50 per cento dal 2000″. Infine l’affondo: “la carta fa bene all’ambiente. La sua produzione infatti prevede la ripiantumazione degli alberi abbattuti. In questo modo non solo non si diminuisce la quantità di anidride carbonica assorbita, ma addirittura la si aumenta!”.
In un’aula avvolta nel silenzio, il giudice Carlo Casti, Governatore Slow Food Lombardia, ha finalmente dichiarato innocente l’imputata “essendo la stessa indispensabile al nostro vivere civile, alla nostra evoluzione ed alla giusta creazione di un futuro per le generazioni a venire”. Ma se la carta è riuscita a evitare il carcere, la Corte d’Assise di Bergamo ne ha tuttavia ordinato l’affidamento in prova ai servizi sociali per un periodo di due anni, “in attesa di verificare l’effettiva capacità della stessa di raggiungere un uso coerente delle risorse idriche e una adeguata protezione delle stesse dai reflui di produzione di cartiere”.
LEGGI ANCHE: Per salvare l’ambiente a Bergamo Scienza si celebra il processo alla carta

Per salvare l’ambiente a Bergamo Scienza si celebra il processo alla carta

Staff Cesvi al lavoro nella foresta di Alerta

Che la terra sia in pericolo è ormai chiaro a tutti. E tutti siamo convinti che la salvaguardia del nostro pianeta passa per un cambiamento radicale dei nostri modelli consumistici. Ce lo ha ‘chiesto’ Al Gore con il suo documentario “Una scomoda verità” (vincitore dei un premio Oscar nel 2007) e non c’è giorno che passa senza che gli esperti di cambiamento climatico ce lo ripetono fino alla nausea. Se è vero quindi che gli allarmi quotidiani sul degrado ambientale hanno finito per provocare (almeno in Occidente) una presa di coscienza collettiva dei rischi che stiamo correndo, appare altrettanto legittimo ricentrare il problema sul piano individuale.

Educare allo sviluppo sostenibile per riflettere su quanto le nostre scelte quotidiane abbiano ripercussioni sull’ambiente è l’obiettivo fissato dall’ong italiana Cesvi e Slow Food Lombardia attraverso un’iniziativa alquanto singolare: mettere la carta sul banco degli imputati. Sulla falsa riga del film denuncia Bamako che vide il Fondo monetario internazionale processato in un piccolo villaggio del Mali, la carta sarà sottoposto alle arringhe di abili difensori e accusatori impietosi in un processo fissato il 13 ottobre (ore 17) presso l’Aula di Corte d’Assise del Tribunale Penale di Bergamo. L’imputato è accusato di distruzione selvaggia delle foreste e danni irreparabili all’equilibrio ambientale. Tanto per rassicurarci, la FAO sostiene che le 300 milioni di tonnellate di carta consumate ogni anno diventeranno 390 milioni nel 2010, un aumento del 31% in gran parte dovuto al consumo esplosivo che si sta verificando in Asia. Per capire se la carta è davvero un nemico dell’ambiente oppure una preziosa risorsa riciclabile, il pubblico sarà chiamato ad assistere agli interrogatori e contro-interrogatori di testimoni e periti che animeranno il processo fino alla sentenza definitiva di colpevolezza o innocenza.

Una cosa è certa: il dibattito processuale prevede un casting di tutto rispetto. A presiedere il Tribunale sarà Carlo Casti, Governatore di Slow Food Italia, mentre il ruolo di cancelliere sarà affidato al comico Max Pisu. Nell’aula, l’imputato dovrà fare i conti con Daniela Rubino, socio Slow Food Italia: “Per produrre la carta” assicura il Pm, “si abbattono foreste, si deviano fiumi e si provocano smottamenti. Per ogni chilo di materiale si sperperano da 10 a 15 litri d’acqua. E ogni bosco cancellato si traduce in un aumento di anidride carbonica”. Ma le accuse non convincono l’avvocato difensore, Ettore Tacchini, Presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo, che a pochi giorni del processo fa sapere che “un testo non è un testo se non può essere annotato e sottolineato. E poi libri e mappe antiche sono oggetti di piacere. Soddisfano tatto, vista e odorato”.

Scherzi a parte, “il processo” ricorda il presidente del Cesvi, Giangi Milesi, “è uno strumento educativo per valutare l’impatto ecologico e sociale dell’utilizzo di un prodotto molto discusso come la carta”. Da anni l’ong italiana è impegnata nell’Amazzonia peruviana con un progetto destinato a proteggere l’ecosistema forestale e promuovere lo sviluppo socio-economico delle popolazioni locali.

Cybercrime, la nuova frontiera del crimine organizzato

In Italia solo il 5 per cento delle persone con più di 64 anni usa un computer
Benvenuti nell’era del Cybercrime, la nuova frontiera del crimine organizzato. “L’epoca del giovane hacker pronto a violare i siti del Pentagono per motivi politici o etici è finita, oggi siamo confrontati ad attacchi molto più nocivi per l’economia mondiale”. Per Andrea Pirotti, Direttore esecutivo dell’Enisa, l’agenzia europea per la sicurezza informatica, non ci sono dubbi: “di fronte ai rischi di un 11 settembre digitale, l’Europa deve garantirsi il più alto livello di protezione informatica possibile per scongiurare l’irreparabile”. Alla vigilia del rapporto di attività di Enisa presentato alla stampa, Pirotti ha ricordato a Panorama.it le sfide cruciali che aspettano gli Stati membri in tema di Network and Information Security (NIS). “Oggi il 30 per cento del commercio mondiale è e-dipendente. Per quanto ci riguarda, le piccole e medie imprese rappresentanto il 99 per cento delle imprese europee e due terzi degli impieghi nel settore privato. Un’azienda, da quella più grande a quella più piccola, non può permettersi di subire un attacco informatico che la spingerebbe a tornare nell’era del fax”. Eppure, “nel mondo ci sono sei milioni di computer schiavizzati”, ovvero controllati da cybercriminali senza che i loro proprietari se ne accorgono e usati per frodi informatiche. Purtroppo l’Italia non fa bella figura. Secondo l’ultimo rapporto della Symantec, gigante della sicurezza informatica, il nostro è il sesto paese più colpito al mondo per numeri di ‘computer zombie’ (oltre 200.000). Terra per eccellenza della microimpresa, l’Italia accusa ancora un certo ritardo nei confronti di Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Svezia. “Ma i progressi registrati negli ultimi anni sono stati enormi” assicura Pirotti.
Per il direttore di Enisa, l’Europa è confrontata a due grandi sfide: “una presa di coscienza reale da parte dei cittadini europei sui rischi che si corre con il cybercrimine e i dislivelli che ancora oggi sussistono tra i paesi dell’Ue in tema di sicurezza informatica”. Creata appena tre anni fa, l’Enisa ha il compito ingrato di convincere gli Stati più sviluppati ad accettare il trasferimento del loro know-how verso le nazioni ritardatarie. “Capisco le reticenze di molti governi a condividere le loro best practice in un settore così delicato come la sicurezza informatica” sottolinea Pirotti, “ma non si possono chiudere gli occhi di fronte al fatto che i cybercriminali operano su territori sempre più vasti. Lavorando in rete, i truffatori possono controllare interi gruppi di computer”. L’Estonia ne sa qualcosa dopo che nel maggio 2007 la sua rete informatica fu interamente paralizzata da un attacco proveniente dalla Russia. Gli esperti non esitarono a parlare del primo atto di una Cyber-Guerra che, nel prossimo futuro, rischia di fare molte vittime.
Non a caso, pochi giorni fa, otto paesi della Nato (fra cui l’Italia) hanno dato il via libera all’inaugurazione nella capitale estone del primo centro di cyberdifesa. L’obiettivo è quello di sviluppare strumenti di difesa nel cyberspazio da mettere a disposizione degli Stati membri. “Il centro non ha nessuna funzione operativa” precisa il maggiore Raul Riik, lasciando intendere che l’organizzazione della difesa informatica è ancora sottoposta alla responsabilità di quei paesi dotati di un Computer Emergency Response Team (Cert). Al pari dei suoi vicini, l’Italia sarà chiamata a confrontarsi con tre tipi di minacce: quella più diffusa che vede a rischio le carte di credito; quella ancora teorica che prevede un attacco terroristico virtuale; infine le pressioni sempre più ricorrenti esercitate da un paese attraverso Internet. Per Gigi Tagliapietra, presidente della Clusit, una delle autorevoli associazioni di sicurezza informatica, “oggi più che mai è necessario orientare i nostri sforzi sulla prima minaccia. La stragrande maggioranza degli attacchi” spiega Tagliapietra a Panorama.it, “viene sferrata contro i cittadini comuni oppure contro quelle piccole imprese che non hanno investito nei sistemi di protezione della propria rete informatica. Eppure parliamo di un investimento vitale per garantire competitività”.

Hong, l’artista a quattro zampe più famoso del mondo

http://flickr.com/photos/playrough/1126291883
Con sei milioni di visite registrate in appena mesi, Hong può ritenersi l’artista più famoso di YouTube. Le sue doti sono indiscusse, ma ciò che sbalordisce gli internauti non è tanto il tratto elegante con cui dipinge le silhouette di elefanti, bensì lo “strumento” che accompagna le sue pennellate. Sarà per via di strani processi di immedesimazione, ma non c’è dubbio che la tromba di Hong fa miracoli. “Su YouTube” spiega Le Monde, “circolano decine di video in cui si vedono pachidermi dipingere fiori o quadri astratti”. Il fenomeno non è casuale: in Asia le “scuole d’Arte” in cui destinare gli elefanti a una carriera artistica di successo sono ormai note all’opinione pubblica. Hong, una femmina di otto anni, è artisticamente cresciuta sotto la guida di David Ferris, direttore del progetto Asian Elephant Art & Conservation, il quale giustifica i trionfi della sua artista “con un carattere impregnato dalla curiosità”. La stessa con cui due pittori russi sbarcati a New York negli anni ’70 scoprirono in uno zoo le doti artistiche degli elefanti. Nel frattempo, scoprono che in Thailandia la tribù dei pachidermi passa da 11.000 a 3.000 unità. L’ecatombe convince Vitaly Komar e Alexander Melamid della necessità di creare una fondazione per consentire agli elefanti d’Asia di guadagnarsi il pane con la vendita di quadri. “Oggi” sottolinea Le Monde, “le loro tele sono vendute tra i 220 e i 378 euro”, da Christie’s anche molto di più.

Alcuni dei video che riprendono gli elefanti in azione

Il “Settimo continente”: la nuova minaccia ambientale arriva dal Pacifico

[i](Credits: Greenpeace)[/i]

Lo chiamano il “Settimo continente”. E purtroppo non è una bella scoperta. Dopo dieci di ricerca affannosa i membri dell’Algalita Marine Research Foundation (Amrf), un’organizzazione ecologica statunitense basata in California, hanno scoperto una placca gigantesca di detriti di plastica immersa nell’Oceano Pacifico, tra le coste di Hawai e il Nord America. Calcolatrice alla mano, gli scienziati di Amrf confermano gli allarmi lanciati negli ultimi anni da Greenpeace (ma mai comprovati da dati statistici) mettendo a nudo una minaccia ambientale spaventosa estesa su oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati (dodici volte l’Italia) con un volume pari a 3,5 milioni di tonnellate. “Dai nostri rilevamenti” sostiene il direttore scientifico Marcus Eriksen, “tra il 1997 e il 2007 la massa di detriti si sarebbe triplicata e potrebbe moltiplicarsi per altre dieci volte da qui 2030″ fino a raggiungere quota 30,5 milioni di chilometri quadrati (una superficie undici volte superiore a quella dell’Unione Europea). Le cifre sono tanto più spaventose che questa parte dell’Oceano Pacifico è nota per l’assenza di traffico marittimo intenso. Purtroppo la scienza non aveva fatto i conti con correnti devastanti che, al pari di un maelstrom, inghiottono le tonnellate di detriti rilasciate dall’uomo lungo le coste del Pacifico. Il fenomeno è così intenso che il rapporto tra il volume di plastica e quello di placton sarebbe di sei a uno. “Ora”, ricorca il quotidiano spagnolo Abc, “la plastica non è biodegradabile (la sua durata di vita supera in media i 500 anni) e con il passare degli anni i detriti si disgregano in piccoli pezzettini fino a formare una specie di massa di sabbia plastificata che pesci e uccelli marittimi confondono facilmente con del cibo”. Secondo Greenpeace, il nuovo regime alimentare avrebbe già intossicato 267 specie. Una minaccia insidiosa per l’essere umano, la cui irresponsabilità ambientale è testimoniata dai dati raccolti dall’American Association for the Advancement of Science secondo la quale il 40% degli oceani è gravemente inquinato.

Viagra, la pillola blu compie dieci anni


Quante coppie abbia salvato dal baratro nessuno lo sa. Di sicuro ha cambiato la vita di almeno trenta milioni di uomini, fino a diventare la pillola più lodata del mondo. Di quelle che hanno rivoluzionato la scienza e la storia dei rapporti sessuali. Approvato per la commercializzazione il 27 marzo 1998 dalla Food and Drug Administration (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici), il Viagra si appresta a festeggiare dieci anni di presenza sul mercato con la certezza di aver reso felici non pochi maschi colpiti da disfunzione erettile. Uno dei primi a ricordare l’anniversario è stato il quotidiano inglese The Observer, secondo il quale “prima del Viagra, l’impotenza era sinonimo di vergogna e spesso di rottura, ivi compreso nelle coppie più solide”. Oggi, a quanto pare, non più.

Il miracolo sta negli effetti secondari del Viagra, un inibitore di molecole in grado di facilitare l’afflusso di sangue nel pene. Testato all’inizio degli anni Novanta per curare i disturbi cardiaci, il Viagra è diventato un farmaco benedetto soprattutto dal mondo della terza età. Purtroppo non tutte le donne gradiscono. Raoul Felder, avvocato newyorkese specializzato nei divorzi, fa notare che “una volta tornati a pieno regime, gli uomini più anziani vanno alla ricerca di erba più verde”. Ivi compreso tra le prostitute. In Florida, terra per eccellenza di pensionati, il numero di ultrasessantenni vittime di malattie sessualmente trasmissibili è in crescita costante. Il fenomeno, comunque, non dovrebbe perturbare il sonno dei dirigenti della Pfizer, ben felici di aver portato nelle casse dell’azienda farmaceutica americana che brevettò il Viagra nel 1996 oltre un miliardo di euro in soli dieci anni di commercializzazione.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Applicazioni Mondadori
  • R101