Archivio per autore: » Costanza Alvaro

Non sarà emozionante come le spedizioni di attivisti di Greenpeace che si lanciano col gommone tra gli arpioni delle baleniere, ma il sito Great whale trail è ciò che ci può far sentire più vicini alle megattere. Gli scienziati del “Center for Cetacean Research” e della “Opération Cétacés” hanno applicato trasmettitori satellitari ad alcuni esemplari di megattera a Roratonga e in Nuova Caledonia. Così è possibile seguire su una mappa, quasi in tempo reale, la rotta migratoria di questi mammiferi che dalle acque tropicali del Pacifico meridionale, dove si riproducono, vanno a nutrirsi nel Santuario delle Balene, fin nell’Oceano Antartico. In realtà il segnale di localizzazione sul sito web è stato ritardato appositamente, per impedire alle flotte baleniere di sfruttare il segnale per la loro caccia scientifica. Secondo l’associazione ambientalista Greenpeace “in Giappone la carne di balena resta invenduta, mentre molti Stati insulari del Pacifico hanno sviluppato un’industria del whale watching che vale milioni di dollari”. Il Giappone avrebbe un programma di “ricerca” che mette in conto per quest’anno l’uccisione di 935 balenottere minori, 50 megattere e 50 balenottere comuni in Antartide, senza poter distinguere a priori se si sta per arpionare un esemplare raro, come è il caso della megattera. Il programma Great whale trail vuole proprio dimostrare che , grazie al satellite, si possono non solo tracciare le rotte ma anche ottenere informazioni preziose sull’uso dell’habitat e la struttura delle popolazioni. Chi va a curiosare sulla mappa scoprirà anche che non tutte le balene “spiate” hanno un nome. E che si può partecipare al concorso per sceglierne uno. Non si vincono premi, ma ammettetelo: non capita tutti i giorni di dare un nome a un bebè di due tonnellate.

E’ stato presentato come la re-invenzione del cellulare. L’iPhone è stato lanciato a giugno sul mercato statunitense e tra gli appassionati dei prodotti Apple in fila per accaparrarsi il nuovo gioiellino tecnologico c’era anche un “inviato speciale” di Greenpeace, che ne ha comprato uno e lo ha inviato a un laboratorio inglese, dove è stato smontato. La prima osservazione dell’associazione ambientalista parte da un dato sotto gli occhi di tutti: la batteria, come quella dell’iPod, è saldata all’interno dell’apparecchio, cosa insolita per un telefono. Questo comporterebbe una maggiore difficoltà per la sostituzione e per lo smaltimento. Dall’analisi chimica l’apparecchio è risultato in regola con la direttiva europea RoHS 84 del 2005 sulle sostanze che non devono essere contenute nei prodotti elettronici, ma sono stati ritrovati composti del bromo, antimonio e cloro, tutti materiali tossici. Sia l’iPod sia l’iPhone conterrebbero poi due ftalati classificati in Europa come “tossici per la riproduzione” (perché in grado di interferire sullo sviluppo sessuale dei mammiferi, in particolare maschi) e vietati in tutti i giocattoli e articoli per bambini messi in commercio. Steve Jobs, che dirige la Apple, risponde alle accuse: “Non abbiamo violato alcuna norma ambientale: l’iPhone rispetta la direttiva RoHS” e rincara la dose: “Apple provvederà a eliminare l’uso di PVC e BFR (ritardanti di fiamma a base di bromo) entro la fine del 2008, conformemente a quanto dichiarato in precedenza”. Verissime le parole di Jobs, che a maggio aveva promesso che la mela sarebbe “diventata più verde” alla fine del 2008.
Peccato soltanto per i tanti, tantissimi acquirenti che hanno comprato o compreranno il telefonino “rivoluzionario” nell’anno in cui un Apple al giorno non toglie il medico di torno.
Nel frattempo Greenpeace risponde alle accuse di allarmismo ribattendo le proprie critiche punto per punto e ammette: “prendersela con la Apple assicura i titoloni, ma noi teniamo d’occhio tutti i produttori, non solo loro”.
L’iPhone smontato da Greenpeace
La lunghissima e organizzatissima coda all’Apple Store di Soho il primo giorno di vendita dell’iPhone

Avete ancora tempo fino al 19 agosto per vedere la prima mostra sugli animali omosessuali. Non si tratta di fotografia, né di fumetto underground, ma piuttosto di etologia, la scienza del comportamento animale. L’esposizione è al Museo di Storia naturale di Oslo, che non cela le sue motivazioni per aver scelto una materia così controversa. I curatori devono avere diversi amici e parenti “gay-scettici” che sfoderano ogni volta il loro argomento preferito, ovvero la convinzione che l’omosessualità sia contro natura. Tanto che hanno pensato di confutarlo, una volta per tutte, con una mostra apposita. Si dicono infatti fiduciosi che una maggiore conoscenza di quanto le tendenze gay siano comuni tra gli animali (guarda il video di di National Geographic) dovrebbe aiutare a fare piazza pulita dei luoghi comuni sull’omosessualità tra persone.
Quali sono gli animali gay? L’omosessualità è stata osservata in 1500 specie, dal più piccolo insetto fino all’enorme capodoglio. Negli zoo una coppia su cinque di pinguini reali è omosessuale. Il record, però, lo detengono i pappagalli arancioni in cattività: una coppia su due è dello stesso sesso.
Il primo corollario che si deduce da queste osservazioni è che l’evoluzione non ne risente. Insomma, il mondo non finirà mai perché maschi e femmine smettono di copulare tra loro. Ad esempio, ci sono coppie stabili di fenicotteri rosa maschi che si “tradiscono” una sola volta pur di avere un piccolo da allevare. Il secondo corollario è che gli animali fanno sesso anche senza scopi riproduttivi, al di fuori della stagione dell’accoppiamento: per puro piacere, insomma. O addirittura, come le affascinanti scimmie bonobo, che sembrano aver adottato lo slogan “fate l’amore, non fate la guerra”: non appena si presenta il rischio di una competizione, ad esempio per il cibo, scatta un invito sessuale. E una volta assecondate le pulsioni erotico- aggressive, condividono volentieri anche il pranzo.
La parola “paziente” presuppone che si patisca la propria condizione di malattia ma anche, in fondo, “che si patisca il sistema sanitario”. Parola di Pietro Barbieri, presidente della Federazione Nazionale Superamento Handicap (Fish).
Quando la persona è un paziente smette di essere soggetto attivo per subire un trattamento di tipo paternalistico dal personale medico. Diventa dipendente da esso. Il mancato accesso alle informazioni che riguardano il proprio stato di salute e i servizi sanitari (e come utilizzarli) produce nel paziente disorientamento e può arrivare ad aumentare le sue complicanze.
Se questo è già vero per ogni tipo di malattia, nel caso di malattia cronica acquista un senso ancora più grave, come è stato sottolineato nel VII Rapporto sulle politiche della cronicità realizzato dal Coordinamento nazionale associazione malati cronici (Cnamc)-Cittadinanzattiva. La percentuale di cittadini affetti da cronicità in Italia è in aumento e oggi tocca il 36,6 per cento della popolazione (mentre nel 2001 ne colpiva il 35 per cento) e nel 9,9 per cento dei casi il malato cronico ha meno di 24 anni. Quello che peggiora notevolmente le cose sono i falsi miti che riguardano le malattie croniche: non è vero, ad esempio, che non si possono prevenire. Di queste si conosce la maggior parte delle cause ed eliminando i fattori di rischio si potrebbe evitare almeno l’80 per cento dei casi di cardiopatia e di ictus e prevenire il 40 per cento dei tumori. Costa troppo? Tutte scuse, secondo gli autori del Rapporto: ci sarebbero, infatti, molte possibilità di agire che presentano un ottimo rapporto costo-efficacia. D’altronde per legge il 5 per cento della spesa sanitaria deve essere destinata alla prevenzione, ma questo non avviene e il budget si contrae attestandosi su un 3,87 per cento di media nazionale (il Lazio tocca il livello più basso, con l’1, 83 per cento).
Ma uno dei pregiudizi peggiori sulla cronicità è quello che il malato sia una persona debole e incapace di gestire la propria patologia. Nella maggior parte dei casi, invece, proprio per la permanenza di questa, il paziente sviluppa tutta una serie di competenze ed è in grado non solo di autogestirsi ma anche di aiutare con la propria esperienza altri pazienti, migliorando la qualità dei servizi.
Tutto questo, però, comporta il passaggio da “paziente” a persona informata e risorsa. Il sistema sanitario è pronto per un rapporto adulto con il malato?

Se la serie for dummies, in italiano “per negati”, non fosse soltanto una fortunata iniziativa editoriale, metterebbe il suo marchio di fabbrica anche su Ordissimo, il primo computer che si autodefinisce “compatibile con le persone”. Non tutti sono cresciuti a pane e software (o hardware). L’azienda francese Substantiel si rivolge a bambini, anziani, e in generale a chi ancora litighi con il mouse o sgrani gli occhi di fronte alle varie finestre del computer. Insomma a chi si è sempre rifiutato di approcciare le new technologies. Il computer per tutti si accende con un solo gesto e, quando il monitor si illumina, rivela solo e soltanto quattro icone, da cui si accede a tutte le funzioni, ovvero: la posta elettronica, la navigazione internet, il foglio di testo e quello di calcolo. Non si dovrà sapere nulla di parametri Smtp o Ppoe: le uniche chiavi necessarie saranno il proprio indirizzo di posta e la password. Il mantenimento del computer non è più tanto stressante quanto quello dell’ex moglie: Ordissimo non osa chiedere plug-in o antivirus ma si aggiorna sempre automaticamente. Chi odia dover ricordare malefiche combinazioni di tasti sarà poi felice di sapere che finalmente qualcuno ha pensato di creare un tasto “copia” e uno “incolla”. Il computer alla francese sarà distribuito in Italia entro la fine dell’anno: dovremo aspettare, quindi. Tuttavia, chi Oltralpe l’ha già sperimentato, nella lista dei “pro” mette l’idea e la semplicità e in quella dei “contro” il design un po’ rozzo e le piccole incongruenze: perché mantenere i tasti “control” e “alt” se non servono più a nulla? In ogni caso, chissà se l’opportunità di avvicinarsi al mondo dell’informatica sarà colta da quel 52 per cento di italiani che, secondo un’indagine commissionata dall’Osservatorio permanente contenuti digitali, ancora non usa il web.