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Telecamere nascoste negli internet cafè osservano chi naviga online. I video di YouTube sono introvabili. Gli attivisti politici, poi, non possono accedere al microblog twitter. Così l’Arabia Saudita ha cambiato il volto di internet per i suoi abitanti. Una sorta di velo elettronico che nasconde le piazze del web dove le persone si scambiano idee.
E ora gli sceicchi di Riyad hanno chiesto aiuto anche agli utenti per segnalare i “contenuti inappropriati”: la pagina Saudiflager è dedicata a chi vuole bandire un filmato chiedendolo direttamente a YouTube con una email.
L’Arabia Saudita, insomma, non ha nulla da invidiare alla Cina nell’uso di tecnologie sofisticate per controllare internet. Anzi, il giro di vite nei paesi arabi e musulmani è stato più deciso negli ultimi due anni: a confermarlo è arrivato da poco lo studio di un’associazione che analizza la libertà di espressione su internet, la Open net initiative. I suoi esperti hanno scandagliato più di 2mila siti in ogni nazione del Medio Oriente e del Nord Africa.
Che l’Iran sia incluso nella lista nera non sorprende. Durante le ultime elezioni, conferma l’Oni, è stato bloccato Facebook e un altro social network locale, Blogfa.
Nei Paesi arabi si affina sempre più la capacità di selezionare testi, video, immagini. E aumentano i siti inaccessibili. Anche nelle nazioni moderate. Dalla Siria, per esempio, non è possibile guardare YouTube, comprare libri su Amazon o leggere le opinioni dei gruppi di opposizione curda.
Gli internet cafè, spesso i principali punti di accesso al web per i giovani, sono “sorvegliati speciali”. Nello Yemen devono chiudere a mezzanotte. In Giordania si viaggia a due velocità: sono state installate telecamere per monitorare gli utenti negli internet café , ma la regina Rania racconta le sue vacanze in Sardegna con messaggini su twitter, un microblog.
Nel Bahrein, invece, i siti web devono essere registrati preventivamente presso il ministero dell’Informazione.
La cortina di ferro calata su gli spazi interattivi di internet, dai social network ai blog, è più sottile in alcuni Stati arabi. Secondo l’Oni, infatti, non sono regolarmente filtrati i siti web in Algeria, Egitto, Iraq, Libano e Palestina.
Ma la soglia di attenzione è alta. Proprio in Egitto è stata organizzata attraverso Facebook una manifestazione di protesta che ha riunito migliaia di studenti.
La jihad islamica sul web continua. Tra le ultime vittime, un quotidiano online del Kosovo, il territorio a maggioranza musulmana che ha rivendicato la sua indipendenza. Alcuni hacker hanno attaccato il giornale Gazetaexpress perché ha pubblicato un articolo sull’arresto di un terrorista legato alla jihad.
Secondo la Rajaratman school sono circa 6mila i principali siti integralisti su internet che diffondono manuali e video. Un fenomeno che cresce anche nei paesi musulmani del Sud est asiatico, come Malesia, Indonesia e Filippine. Sono costantemente monitorati alla ricerca di indizi utili per prevedere futuri attacchi terroristici.
Guarda la MAPPA
Rupert Murdoch cambia rotta: d’ora in poi sarà a pagamento l’informazione dei suoi siti internet. Il primo sarà il Sunday Times, edizione settimanale del Times che nelle edicole inglesi vende un milione di copie. Ma non ha ancora un suo sito internet.
A ruota seguiranno gli altri pianeti della galassia Murdoch: Sun, News of world, il social network MySpace. I visitatori pagheranno per leggere gli scoop sulle star internazionali e le inchieste sulla politica.
Il magnate australiano, finora, non ha dimostrato un gran fiuto per internet: quattro anni fa ha comprato MySpace per 580 milioni di dollari, ma il social network è stato travolto dal successo di Facebook e non è mai decollato in Asia, nonostante l’impegnativa campagna pubblicitaria.
Il punto di partenza per la strategia di Murdoch è il Wall street journal, un quotidiano economico che ha acquistato nel 2007. Su internet è un successo: unisce articoli gratutiti con altri a pagamento. Ma si tratta di informazione economica specializzata.
L’annuncio del numero uno di News corp non è passsato inosservato. Secondo l‘Independent, si è subito allineato al cambio di rotta il Financial Times, principale quotidiano econoimco inglese: ha già 170 mila abbonati su internet, aumentati dell’18 per cento in un anno.
Ancora una volta, il sito web del Financial Times sarà un mix tra informazioni gratuite e a pagamento: dieci articoli al mese da leggere liberamente e gli altri da acquistare online.
La fase di transizione per l’editoria inglese è difficile: il quotidiano Observer rischia di chiudere. Se i giornali del Regno Unito sono decisi a segurie la strada del pagamento online, negli Stati Uniti la cautela è maggiore.
Il New York Times ha chiesto ai lettori come valuterebbero un abbonamento di 5 dollari mensili.
Ha fatto discutere un’intervista rilasciata da Viviane Schiller, ex capo del sito del New York Times, ora passata alla radio pubblica Npr: “Sono una convinta sostenitrice del fatto che non ci saranno grandi quantità di persone a pagare per le news online”. Secondo la Shiller, anche un milione di abbonati non sarebbe sufficiente per il New York Times perché l’accesso a pagamento riduce l’interesse per gli inserzionisti pubblicitari.
Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.
Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.
Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.
Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.
I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.
Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.
E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.
A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.
Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?
Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.

Ha fatto il giro del mondo la storia dell’ipod che sarebbe esploso arrivando fino a tre metri in aria. Sotto gli occhi sconcertati della proprietaria, una bambina di 11 anni. Secondo il Times online, la famiglia non rilascia altri commenti sulla vicenda dopo il clamore sollevato sui mass media internazionali.
Ma non è la prima volta che circolano voci sui rischi delle batterie degli ipod. Voci documentate. L’emittente Kirotv per sette mesi è stata sulle tracce degli incidenti: alla fine ne hanno scoperti 15. E hanno pubblicato due reclami inviati all’agenzia garante dei consumatori (Cpsc) negli Usa.
C’è chi mette in dubbio l’intera economia della Apple, rinata con il lancio dell’ipod voluto da Steve Jobs. A sollevare critiche è un blog dell’università di Harvad: l’autore è Umair Haque, direttore di Havas media Lab. Ricorda che il costo di un ipod prodotto in Cina è di 4 dollari.
E poi prova a calcolare quale potrebbe essere il prezzo per la fabbricazione negli Stati Uniti, confrontando i costi della manodopera. Risultato? Una differenza del 23 per cento. Quella che Haque definisce come la distinzione tra un “ipod buono” e un “ipod cattivo”.
Se il gioiello della corona di casa Apple è finito nel mirino dei blogger, il braccio di ferro con Google diventa più teso. L’azienda di Cupertino ha negato l’accesso a Big G nel suo negozio di applicazioni per iphone, una sorta di archivio che contiene piccoli software utili, dai giochi ai sistemi di ricerca specializzati (per ristoranti, alberghi, bar, ecc).
Google voice, questo il nome dell’applicazione espulsa, avrebbe permesso di parlare e inviare sms, decretando un conflitto nell’accordo tra Apple e l’operatore telefonico At&t. Portoni chiusi anche per Google Latitude, un servizio che permette di trovare su una mappa online gli amici in tempo reale: non è disponibile nel negozio su internet, ma può essere raggiunto via web. Anche per Apple, infatti, non è facile recintare il suo regno.
La settimana ad alta tensione tra i due colossi hitech si è conclusa con le dimissioni di Eric Schmidt, ceo di Google, dal consiglio di amministrazione della Apple, il tavolo dove vengono approvate le decisioni strategiche dell’azienda. Un conflitto di interessi che è diventato sempre più evidente negli anni. Fino al lancio del browser Chrome (rivale di Safari, sviluppato da Apple) e del sistema operativo per cellulari Android.
Finché il motore di ricerca ha annunciato che è in cantiere un nuovo sistema operativo a partire dal browser Chrome. Che dovrà vedersela con Mac Os x (Apple) e Windows (Microsoft).
Il cd non sarà più un disco, ma un rettangolo. Anzi, sarà un display di 10 pollici in grado di collegarsi a internet: per scegliere un brano basterà toccare lo schermo con un dito. Il display, poi, mostrerà anche le pagine di libri da sfogliare sfiorandone la superficie.
Dopo l’ipod e l’iphone, Steve Jobs vuole stupire ancora con un dispositivo portatile grande quanto un quaderno: il nome provvisorio è Apple tablet.
Secondo il Financial Times, Jobs è in trattativa con quattro major discografiche: Emi, Sony Bmg, Warner music e Universal music.
Apple Tablet, quindi, sarà in grado di riprodurre canzoni e documenti di testo: la sfida da affrontare è un “paradosso digitale” che riguarda la musica e l’editoria.
Se le vendite di compact disc diminuiscono, l’ascolto di canzoni è in aumento: una ricerca di Prsformusic mostra che in Gran Bretagna l’acquisto di supporti fisici si è ridotto del 10 per cento, ma i biglietti staccati per i concerti hanno segnato una crescita del 13 per cento (qui lo studio). Se le vendite di quotidiani e settimanali calano, il pubblico che cerca informazioni online è in aumento: l’incremento della circolazione globale è del 2,7 per cento.
L’arrivo dell’ultimo dispositivo della Apple è anche un campanello d’allarme per Amazon, la libreria online che ha lanciato negli Stati Uniti i lettori digitali Kindle (in tre versioni: la più grande, Kindle Dx, è grande quanto la pagina di un quotidiano tabloid).
Jobs potrebbe rubare la scena a Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che finora si è proposto come salvatore dal declino dei giornali. Anche se ultimamente ha fatto qualche gaffe: senza avvisare gli utenti di Kindle, sono “scomparse” dai lettori digitali le copie di 1984 e della Fattoria degli animali, scritto da George Orwell.
Un’operazione resa necessaria per problemi con gli editori dei volumi. In poche ore, però, il venditore di libri online è stato sommerso da una valanga di proteste e Bezos si è dovuto scusare.
Il braccio di ferro tra Apple e Amazon, però, non chiude affatto i giochi. Perché altri hanno deciso di entrare in campo. Come la blasonata libreria Barnes&Nobles, finora quasi assente dalla compravendita su internet: ha riaperto i suoi scaffali di ebook (gratuiti, grazie a un accordo con Google, e a pagamento) con l’obiettivo di lanciare un proprio ereader l’anno prossimo, prodotto da Plastic Logic.
Sulle orme degli antichi librai inglesi c’è anche Mike Arrington, il fondatore di Techcrunch (un gruppo di blog specializzati in hitech): ha annunciato una “web tablet”, una sorta di palmare ultrasottile (16 millimetri) per navigare sul web chiamato (forse con poca fantasia) Crunchpad. La società per produrlo è stata costituita con sede a Singapore.
Ma non sarà facile sfondare in mercato sempre più affollato. Dove si sono aggiunte di recente con nuovi modelli Samsung (Papyrus) e Sony (Prs). Le frontiere, però, non sono aperte: Kindle di Amazon utilizza un formato proprietario per i suoi ebook (azw) che non può essere letto da altri. E non tutti i lettori in commercio sono in grado di aprire file in pdf.
Negli ultimi mesi l’offerta di ebook gratuiti è aumentata: la World ebook fair collection, per esempio, permette di trovarne 2,5 milioni. Ma per scoprire copie da leggere può essere interessante una visita tra gli archivi del progetto Gutenberg (in italiano) o il motore di ricerca Pdf search engine. Ad alimentare il mercato contribuiscono alcune iniziative per la scansione di volumi in pubblico dominio delle biblioteche.
L’internet archive, finanziato da un’organizzazione non profit, ha 19 centri nel mondo che “copiano” in digitale circa mille volumi al giorno. E Google ha preso accordi con istituzioni per la scansione dei libri.
Ma per il gigante di Mountain View resta una questione aperta non da poco: Google, infatti, vorrebbe pagare una cifra una tantum per l’acquisto dei diritti d’autore di alcuni volumi ottenuti dalle biblioteche. Gli scrittori, però, non sembrano intenzionati a rinunciare ai guadagni derivanti dalla pubblicazione online delle loro opere. Sarà il tribunale a decidere.
“Perché pagare di più per un’offerta più ampia? I consumatori preferiscono spendere una cifra inferiore per un oggetto che fa le stesse cose”: così il settimanale inglese Economist ha spiegato il successo dei netbook, computer portatali grandi quanto un quaderno che vanno a ruba nei negozi. E hanno cambiato le abitudini dei consumatori. Ma potrebbe non essere un caso isolato.
Con TivùSat arriva la prima piattaforma satellitare gratuita in Italia: a lanciarla sono le tre sorelle italiane della televisione (Rai e Mediaset che controllano ciascuna il 48,25 per cento e La7 con il 3,5 per cento). Sky non sarà più l’unico protagonista sul mercato. E il suo rivale non farà pagare abbonamenti.
L’obiettivo dichiarato di Tivùsat è di raggiungere la popolazione dove il digitale terrestre (la nuova tecnologia che in Sardegna ha già sostituito integralmente le trasmissioni analogiche) non arriva: il satellite, infatti, garantisce una copertura completa del territorio. Consentendo l’accesso ai nuovi canali italiani e stranieri.
L’offerta del bouquet è in continua crescita. Al momento è noto che a partire dal 31 luglio, infatti, saranno ricevibili otto canali Rai (Rai uno, Rai due, Rai tre, Rai, gulp, Rai news 24, Rai sport più, Rai storia), tre Mediaset (Rete 4, Canale 5, Italia uno), uno di Telecom (La7), cinque indipendenti (Iris, Mediashopping, Class news, Sat 2000, K2 kids) e nove dagli altri paesi dell’Unione europea (Euronews, France 24, Bbc world news, Tve international, Canal 24 horas, Arte, Deutsche welle, Zdf, Ard).
Cosa cambia?. Chi già utilizza il digitale terrestre (o ha ancora il sistema tradizionale analogico), se vuole vedere TivùSat, dovrà acquistare una parabola e un decoder: il dispositivo avrà un costo base di 99 euro.
È inoltre necessario dotarsi di una smartcard: per attivarla bisogna chiamare il numero unico 199.309.409 (al costo di 14,26 centesimi di euro al minuto, Iva inclusa).
Per adesso, la differenza rispetto al digitale terrestre è soprattutto nella possibilità di guardare le emittenti straniere (tranne Bbc world news, già disponibile).
Chi, invece, ha già una parabola installata dovrà acquistare comunque il decoder. La maggior parte dei canali di TivùSat, comunque, sono già trasmessi in chiaro, come mostra la guida per Hotbird 6.In particolare, le reti Rai adesso sono accessibili su tre piattaforme: TivùSat, Sky e Fta (Free to air, cioè in chiaro).
Restano differenti le strategie per internet. I canali Rai sono disponibili in diretta sul sito dell’emittente pubblica.
Mediaset è più cauta: l’azienda ha annunciato dall’anno prossimo il lancio della “televisione del giorno dopo”: sul web si potranno vedere i filmati delle trasmissioni andate in onda nelle 24 ore precedenti.
Ma l’offerta dei canali su internet è più ampia di quella satellitare: basta andare sul sito WWitv per trovare uno sterminato elenco di canali da tutto il mondo visibili gratutitamente.
E dagli Stati Uniti si moltiplicano i progetti di televisioni che utilizzano la tecnologia peer to peer (come, per esempio, BitTorrent per le trasmissioni televisive).
Guardare gratis la televisione sul satellite. Nella guida per Hotbird 6 sono evidenziati in bianco i canali fruibili senza costi: per l’Italia, TivùSat è identificata dal sistema Mediaguard (fornito dalla svizzera Kudelski, l’azienda che inventato gli storici registratori Nagra). Sky utilizza Videoguard con la codifica di Nds.
Cina e India sono le nazioni più popolate del mondo: adesso sono arrivate entrambe ai vertici delle classifiche internazionali degli utenti di cellulari.
Nel mondo una persona su quattro che chiama usando la rete mobile vive nelle due nazioni asiatiche. La telefonia, insomma, rispecchia la demografia globale: più cellulari negli Stati più popolati.
Finora, invece, erano le nazioni sviluppate a guidare gli elenchi planetari. Come mostra una mappa dove Stati Uniti ed Europa occupano molto più spazio di altre regioni per l’uso di telefonini.
Negli ultimi anni sono crollati i prezzi dei cellulari e le reti di telefonia mobile si sono diffuse anche nelle nazioni emergenti. Anche se a macchia di leopardo.
E, talvolta, scontano problemi di congestione.
L’India è un’area a cui guardano tutti con interesse: dalla Norvegia la multinazionale delle telecomunicazioni Telenor investe nei network di cellulari. Ma è preoccupata per il sovraffollamento delle linee.
All’epoca dello tsunami che investe l’economia globale, il risveglio dell’Asia è testimoniato dalla rapida moltiplicazione degli utenti in Indonesia e Vietnam: decine di milioni ogni anno acquistano un telefonino per la prima volta. Ed è appena l’inizio.
Internet, invece, mostra ancora profonde differenze tra le regioni del mondo. Guardando la mappa di Akamai, si vede che il traffico online è concentrato soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Anzi, a ben guardare, negli Usa è la costa che affaccia sull’Atlantico la più affollata da comunicazioni sul web.
Ma le ora di punta, è bene ricordarlo, dipendono dall’orario in cui si guarda la cartina e, spesso, corrispondono al periodo di attività degli uffici.
Dovunque, poi, è possibile cadere in buchi neri: inviare una mail che ritorna indietro perché il destinatario non è raggiungibile.
Se è un problema che dura per ore, può darsi che si tratti proprio di un buco nero: un nodo della rete che è spento, danneggiato o non raggiungibile.
All’università di Washington hanno deciso di mappare tutti i buchi neri grazie alle segnalazioni degli utenti: si chiama Hubble. Il risultato è una piccola costellazione che rivela i vicoli ciechi della rete.
Cina e India sono i due mercati più grandi del mondo di telefonia mobile.
I riflettori dei mass media sull’Iran si sono appena spenti. Ma la vicina Turchia non è da meno, anche se passa inosservata: un tribunale ha deciso di impedire l’accesso al servizio i Google per costruire siti (Google sites). Vita dura, inoltre, per chi scrive sui blog: la piattaforma editoriale Wordpress è stata bloccata. YouTube è ormai oscurato da due anni.
Eppure perfino il premier Erdogan ha dichiarato di sapere come aggirare i filtri su internet per vedere i filmati online. Il caso di YouTube, infatti, è emblematico: due anni fa utenti greci hanno pubblicato alcuni video che mostravano immagini coloratissime del fondatore della patria, Mustafà Kemal (detto “Ataturk”, il padre dei turchi), con la musica dei Village people in sottofondo. Un’ironia che non è stata gradita per nulla a Ankara.
E il tribunale ha impedito l’accesso al sito di videosharing. Poi ha rimosso il bando dopo l’eliminazione dei video dalla versione nazionale di YouTube, ma ha chiesto a Google di impedire la visione dei filmati incriminati in tutto il mondo. Richiesta rimandata al mittente da Moutain View. E adesso gli utenti sono diventati esperti nell’uso di strade alternative (come i proxy server) per evitare le maglie della censura.
Diventerà una nazione di hacker?Se In Iran il blocco parziale delle comunicazioni sul web è stato quasi immediato, la Turchia assiste a un lento restringimento degli spazi di espressione in rete: allo stesso tempo, gli utenti diventano più esperti e tenaci nell’aggiornamento delle restrizioni.
I divieti della libera navigazione su internet sono un segnale di richiamo per la mobilitazione dei blogger. Secondo alcune stime sarebbero 2mila i siti oscurati in Turchia negli ultimi due anni.
E fioriscono gruppi di attivisti come “SansureSansur” che lanciano campagne online per richiamare l’attenzione dei navigatori.

In Gran Bretagna l’influenza A si diffonde rapidamente: il governo ha deciso di non annunciare pubblicamente i nuovi casi. Secondo gli epidemiologi la pericolosità del virus, comunque, non è in aumento.
Su internet è possibile vedere la crescita dell’epidemia: secondo la mappa interattiva dell’Organizzazione mondiale della sanità i casi nel mondo sono 94512.
Gli Stati Uniti sono la nazione più colpita con 7447 persone infettate e 263 decessi, soprattutto nelle aree metropolitane di New York, della California e del Texas. Il Messico è arrivato a 10mila casi e la Gran Bretagna, dove sono puntati i riflettori dei mass media in questo momento, a 7447.
L’Italia è ferma a 146 pazienti contagiati dal virus.
Fin qui i dati ufficiali.
Ma sul web associazioni e volontari conteggiano i nuovi casi in modo indiretto, attraverso le notizie pubblicate dai giornali locali, sui blog, nei forum.
Come FluTracker: è stata una delle prime cartine a mostrare l’iniziale propagazione dell’influenza suina a marzo, quando i primi focolai sono divampati in Messico, portando il virus dalle stalle dei maili alle città.
A seguire il progetto è un ricercatore biomedico di Pittsburgh, Henry Nyman. E, a differenza di altre visualizzazioni, FluTracker permette di esplorare in dettaglio il territorio.
Ma le cifre sono differenti da quelle annunciate dall’Oms.
Per esempio, in Gran Bretagna i mezzi d’informazione avrebbero rilevato 12325 casi: la maggior parte nell’area di Londra e Edimburgo. Quasi il doppio dell’Oms.
Sorprende, poi, il caso del Cile: Flutracker ha monitorato 11mila pazienti infettati dal virus H1N1. Per chi legge l’inglese, una cartina continuamente aggiornata con le ultime notize del contagio è Healthmap, sostenuta da Google e dal Centro di controllo e prevenzione delle malattie di Atlanta.
Sacchetti neri. Frammenti di carta. Bottiglie di plastica accartocciate. In una parola: rifiuti. Ma dove vanno dopo essere stati gettati nei cassonetti? Il percorso dalle abitazioni fino allo smaltimento e al riutilizzo può diventare una lente d’ingrandimento per vedere le abitudini dei cittadini e il ciclo di smaltimento degli scarti.
Diventando, così, una sorta di mappa della sostenibilità.
Non è solo fantasia: a New York e Seattle uno dei principali centri di ricerca statunitensi del Mit sta tracciando il percorso quotidiano dell’immondizia. Dal cassonetto in poi. Nome in codice del progetto: Trash track.
Un gruppo di volontari applica etichette rfid ( dispositivi rintracciabili in radiofrequenza, una tecnologia utilizzata anche in alcuni badge) all’immondizia (chiamate “trash tag”): attraverso i satelliti è possibile localizzarle e seguirne gli spostamenti nelle strade della città. Tutto in tempo reale. L’obiettivo? Aiutare la consapevolezza ambientale dei cittadini che in qualsiasi momento possono sapere dove si trova la bottiglia di latte che hanno gettato via il giorno prima.
L’idea di “Trash track” è di un architetto torinese, Carlo Ratti, direttore del laboratorio Senseable city al Mit.
L’anno scorso ha raccolto una sfida simile: ricostruire il flusso delle conversazioni da New York verso l’estero. Svelando la divisione etnica dei quartieri della città.
Trash track è un tassello che si aggiunge ad altri strumenti simili per migliorare la percezione del proprio impatto sull’ecosistema, come i calcolatori online delle emissioni di anidride carbonica.
Monitorando, infatti, i consumi individuali o familiari di energia elettica, gli spostamenti giornalieri e altre abitudini si può scoprire il proprio impatto in termini di C02 equivalente, cioè trasformato in quantità di anidride carbonica. Un primo passo per modificare il proprio stile di vita in modo compatibile con l’ambiente.