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Respirazione cellulare, scoperta una proteina chiave che la regola

Cellule
La comprensione di come sia regolata la respirazione cellulare, il processo attraverso il quale a ogni respiro il sangue trasporta l’ossigeno ai mitocondri, dove è necessario per convertire le sostanze nutritive dei cibi in energia disponibile per il corpo, ha compiuto un passo avanti determinante grazie a un gruppo di esperti di malattie metaboliche guidato da Metodi Metodiev e Nils-Göran Larsson, ricercatori dello svedese Karolinska Institutet. Il loro studio, pubblicato dalla rivista Cell Metabolism, dimostra infatti che nel nucleo cellulare esiste un gene specifico (Tfb1m) che codifica per una proteina (TFB1M) indispensabile alla sintesi delle proteine mitocondriali, in quanto in sua assenza i mitocondri sono impossibilitati a produrre qualsiasi proteina, e la respirazione cellulare non può aver luogo. Come spiega Metodiev, i topi che difettano della proteina in questione, muoiono allo stadio fetale, soffrendo di progressiva insufficienza cardiaca e aumento della massa mitocondriale, una condizione simile a quella che si riscontra nei pazienti affetti da malattie mitocondriali, per le quali non sono ora disponibili terapie risolutive. I ricercatori ritengono di poterle mettere a punto più agevolmente sulla base di questa scoperta, andando oltre le attuali possibilità di trattamento, affidate a farmaci che potenziano la funzione deficitaria della catena respiratoria mitocondriale e a terapie riabilitative di tipo motorio che contribuiscono ad aumentare la capacità aerobica del tessuto muscolare colpito da questo genere di patologie. L’importanza dello studio svedese è inoltre incrementata dal fatto che i problemi della respirazione cellulare sono associati non solo al normale processo di invecchiamento, ma anche al Parkinson, al cancro, al diabete e alle malattie genetiche rare.

Nuovi ricchi: un Eldorado chiamato iPhone

Un eldorado chiamato iPhone

Un’idea per l’idrogeno pulito: ricavarlo dall’etanolo

Un'idea per l'idrogeno pulito

Ridurre drasticamente la dipendenza dai combustibili fossili. L’obiettivo di Hicham Idriss, esperto di energie alternative della scozzese Università di Aberdeen, non è certo originale. Lo è invece il modo in cui ritiene di poterlo raggiungere, attraverso un metodo del tutto naturale e rinnovabile per produrre idrogeno da utilizzare in celle a combustibile che generano direttamente elettricità, disponibile per abitazioni e automobili in un futuro non troppo lontano. Ammesso che le politiche energetiche, sottolinea Idriss, mutino in una direzione favorevole a questa scoperta. Il metodo, frutto di un decennale progetto di ricerca internazionale, prevede di ricavare l’idrogeno dall’etanolo, che è ottenuto dalla fermentazione di prodotti agricoli ed è perciò ecocompatibile, in quanto l’anidride carbonica generata anche con questo nuovo processo viene riassimilata dall’ambiente e sfruttata dalle piante nel loro naturale ciclo di crescita, al contrario di quanto accade con oltre il 90 per cento dell’idrogeno attualmente prodotto nel mondo tramite estrazione dal gas naturale, cioè con ampie emissioni di anidride carbonica che contribuiscono al riscaldamento globale. Questa fondamentale differenza è dovuta al fatto che i ricercatori coordinati da Idriss sono riusciti a creare il primo stabile catalizzatore in grado di ricavare per l’appunto l’idrogeno dall’etanolo: si tratta di nanoparticelle di metalli depositate su una struttura di supporto fatta di nanoparticelle più grandi di ossido di cerio, composto utilizzato anche nei catalizzatori di alcune auto. L’idrogeno necessario per fare funzionare una cella a combustibile di medie dimensioni può essere prodotto servendosi di un chilo del catalizzatore in questione. Con l’ulteriore vantaggio che anche il velenoso monossido di carbonio generato dal procedimento viene contemporaneamente convertito in anidride carbonica, azzerando quindi ogni rischio per l’ambiente.

Il rombo dell’aereo alza la pressione

http://flickr.com/photos/schoschie/164452999/
Gli aeroporti fanno decollare anche la pressione sanguigna di chi vive nelle loro vicinanze. E’ il risultato di uno studio pubblicato dallo European Heart Journal, condotto da un gruppo di istituzioni sanitarie europee su 140 volontari residenti nei pressi di quattro grandi aeroporti: Londra Heathrow, Milano Malpensa, Stoccolma Arlanda e Atene. La loro pressione è stata misurata a intervalli di 15 minuti nelle ore notturne di sonno, per essere poi analizzata in rapporto al rumore registrato nelle stesse ore nelle loro camere. I ricercatori hanno così scoperto che un rumore superiore ai 35 decibel può incrementare i valori della pressione anche quando chi dorme non ne viene svegliato, indipendentemente dalla fonte del rumore, che può essere non solo il traffico aereo, ma anche quello automobilistico o un partner che riesce nell’impresa di russare in modo altrettanto sonoro. In media, il frastuono notturno fa lievitare di 6,2 mmHg (millimetri di mercurio) la pressione sistolica e di 7,2 mmHg quella diastolica. Gli stessi ricercatori avevano già dimostrato che quanti hanno trascorso almeno cinque anni della loro vita in aree limitrofe ad aeroporti internazionali, presentano un rischio di ipertensione maggiore del 14 per cento per 10 decibel di incremento del rumore notturno dovuto al traffico aereo, e di conseguenza un più elevato rischio di infarti e ictus. Il nuovo studio sottolinea dunque che l’inquinamento acustico da traffico aereo, anche quando non interrompe il sonno, produce ugualmente e con rapidità i suoi danni alla salute, e di questo viene auspicato che si tenga conto in ogni futuro piano di espansione degli aeroporti internazionali, predisponendo adeguate misure per ridurne la rumorosità, specialmente nelle ore notturne.

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