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Uno studio sugli insetti rivela che la mamma privilegia i figli più forti

Femmina di Forficula auricularia

Il nome scientifico è Forficula auricularia ma da noi è un insetto conosciuto con vari soprannomi, da tagliaforbici a tenaglietta o forbicina. Non particolarmente amato per la sua forma a tenaglia è diventato però il protagonista essenziale di una ricerca che potrebbe modificare le nostre conoscenze in generale sugli insetti. Lo sostiene Flore Mas, dell’Istituto di zoologia dell’Università di Basilea in Svizzera la quale ha pubblicato sulla prestigiosa rivista britannica Proceedings of the Royal Society B i risultati del suo studio. La ricercatrice ha monitorato gli odori prodotti dall’insetto femmina e si è accorta che la loro funzione è una e una sola: individuare chi della prole è più forte per potersi concentrare esclusivamente su di esso a scapito dei più deboli. L’eccezionalità della scoperta è chiara perché va a ribaltare il convincimento, comune anche fra gli scienziati, che in natura fossero cuccioli e proli più deboli a meritare maggiori cure materne. “Del resto - spiega la Mas - questi insetti in genere hanno una prole composta da 30 a 60 elementi con un alto indice di mortalità. Nella loro logica dunque non c’è motivo di investire tempo e cure negli elementi che si trovano in una situazione più debole”.
E’ da sottolineare che la comunicazione attraverso segnali di tipo chimico è molto comune fra gli insetti, ma questo studio mostra per la prima volta come questi segnali possano essere utilizzati dalla madre per tirar su la propria prole. Il meccanismo è semplice. La madre dà da mangiare offrendo come cibo ciò che ha essa stessa rigurgitato dopo essersi a sua volta nutrita. Grazie all’odore prodotto dalla prole più forte e sana, che risulta più persistente e, dunque, facilmente riconoscibile, la madre accentuerà la produzione di cibo diversificando i destinatari. Una catena della vita, questa, che appare spietata, ma che si rivela essenziale per il mantenimento della specie.

L’arte erotica dei primitivi

L'arte erotica dei primitivi
Seni enormi, genitali in bella evidenza, niente testa. Ecco la Venere più antica del mondo uscita 35 mila anni fa da una zanna di mammuth grazie al talento e alla fantasia erotica di un nostro anonimo progenitore. L’eccezionale reperto, lungo 6 cm, ribattezzato “Venus of Hohle Fels” dal luogo del rinvenimento, è stato trovato in una caverna nei pressi di Ulm, nella Germania sudoccidentale. A riportarlo alla luce, insieme ad altre statuette raffiguranti animali e uccelli, un’équipe di ricercatori guidati da Nicholas Conard dell’Università di Tubinga che ne ha pubblicato lo studio sulla prestigiosa rivista Nature.
Perché il ritrovamento di questa pin-up preistorica è così importante? Perché stravolge tutte le cronologie esistenti sui manufatti primitivi. Una figura umana così antica, infatti, non era mai stata trovata prima d’ora. E il fatto che ad essere raffigurata sia una femminilità sintetizzata nelle sue forme più sensuali e prorompenti apre nuovi orizzonti anche nello studio delle organizzazioni sociali primitive.
L'arte erotica dei primitivi
Per l’archeologo britannico Paul Mellars si tratterebbe di uno straordinario esempio di creatività dell’Homo Sapiens che proprio 35 mila anni fa, lasciata l’Africa per sbarcare in Europa, andava a soppiantare il predecessore Uomo di Neanderthal. “Questa parte della Germania - sottolinea lo studioso - diventa così una regione chiave per l’irradiazione dell’arte preistorica nel resto d’Europa e un luogo simbolo delle grandi trasformazioni in atto a quel tempo”. In questo passaggio delle consegne qualcosa, dunque, è rimasto fissato nel tempo grazie all’immortalità dell’arte. Così oggi, con il ritrovamento della piccola Venere nella caverna tedesca, possiamo immaginare che il matriarcato fosse già ben presente nelle organizzazioni delle comunità preistoriche, anticipando così quelle raffigurazioni minoiche di molti secoli dopo dove la Grande Madre, divenuta ormai divinità, veniva raffigurata anche lei con i seni abbondanti e scoperti e in mano anche due serpenti a simboleggiare la vittoria del femminino su tutto. Insomma il mondo è donna, grazie a questa scoperta, da 35 mila anni.

E’ in Africa la popolazione più antica del pianeta. Lo rivela il Dna

Un villaggio di bushmen in Namibia

A dirlo è il Dna, ma stavolta non si tratta di trovare l’assassino bensì di dare il giusto riconoscimento cronologico a chi se lo merita. E così ci pensa la genetica a dare il marchio doc alla popolazione al momento considerata la più antica del pianeta. Si tratta dei San, cacciatori dell’Africa del Sud conosciuti anche con il soprannome più familiare di bushmen, letteralmente “gli uomini della foresta”, 20 mila anni di storia alle spalle. E’ la foresta africana infatti da millenni il loro habitat naturale e dunque congeniale visto che, stando sempre a quanto rivela il Dna, sarebbero proprio loro i discendenti diretti dei primi umani. E sempre dai San poi si sarebbero originati tutta una serie di ceppi tra cui anche quelli che dall’Africa migrarono in altri punti del pianeta.

Lo studio, il più grande mai realizzato finora sul Dna umano in Africa, è stato condotto per dieci anni da scienziati di tutto il mondo e adesso è stato finalmente pubblicato dall’autorevole Science. “Abbiamo prelevato campioni di sangue in tutto il continente africano- racconta Sarah Tishkoff dell’ Università della Pennsylvania- dopo dieci anni possiamo finalmente dire che l’Africa è stato veramente un continente melting pot, con al suo interno tutti i geni che nei millenni successivi avremmo trovato nel resto del mondo. E’ davvero il luogo di nascita dell’umanità”.

Le popolazioni studiate nell’ambito del progetto sono state ben 121, tutte derivate da 14 ceppi diversi. Quanto ai San, oggi ben visibili soprattutto in alcuni punti del deserto del Kalahari sono piccoli di statura e nerissimi. Hanno una grande tradizione di caccia e, dunque, di nomadismo. Hanno anche vissuto una guerra con i Khoikhoi, una popolazione legata alla pastorizia e per questo profondamente diversa nei costumi e nelle tradizioni. Come a dire che l’aggressività in fondo è nata con l’uomo.

E ora spunta il colera aviario, in Cile ha ucciso 1400 pinguini

Coppia di pinguini di Magellano

Dopo la febbre suina il colera aviario. L’allerta è alta in Cile dopo che sono stati trovati morti alcune settimane fa circa 1400 pinguini di Magellano sulle spiagge meridionali del paese, quelle dell’Araucanía, a 790 km dalla capitale Santiago.
I primi risultati degli esami tossicologici eseguiti sulle carcasse degli animali colpiti hanno, infatti, escluso qualsiasi forma di intossicazione. Al contrario, secondo quanto riportato dal più importante quotidiano cileno La Tercera, i ricercatori dell’Università Australe di Valdivia hanno identificato il batterio considerato probabile causa della morte. Si tratta della Pasteurella multocida, capace di scatenare un particolare tipo di colera, soprannominato aviario, in alcune specie terrestri e di uccelli acquatici.
Ma a tenere gli scienziati con il fiato sospeso è il fatto che questo tipo di colera è trasmissibile dagli animali agli esseri umani. Il contagio avviene attraverso l’acqua o per contatto diretto con gli uccelli. Finora non è stato segnalato alcun caso sugli esseri umani ma l’attenzione resta alta. Roberto Schlatter, zoologo dell’Università che ha condotto gli esami,  cerca di stare, però, con i piedi per terra. “Casi di colera aviario e limitati agli animali - dice- sono conosciuti solo in Sudafrica, in Antartide e in alcune aree dell’emisfero settentrionale. Nel Cile non sono mai stati segnalati”.
Resta solo una domanda. Come ha fatto il batterio ad arrivare fin nelle coste dell’America Latina? E’ sempre Schattler a rispondere: “può essere stato un pollo infetto o addirittura una nave di turisti che ha scaricato i rifiuti in Cile con tanto di batterio incorporato”. Il tempo di sopravvivenza a terra di un batterio del genere è di 3 mesi. Il colera che può generare è tra i più feroci, con tanto di setticemia e morte del malato.

Macchine di ingegneria genetica, anche l’Italia in gara al Mit di Boston

Il logo del concorso del MIT

C’è anche l’Italia con l’Università di Bologna nella lista dei paesi in gara per il più prestigioso concorso al mondo di biologia sintetica, l’International Genetically Engineered Machine competition  organizzato nientedimeno da quel tempio della scienza che è il Mit di Boston. 120 team di scienziati e studenti, proprio in questi giorni la lista è stata chiusa, si sfideranno nei prossimi mesi su uno dei temi più affascinanti della scienza del futuro, la biologia sintetica, appunto. Un mix di scienza e ingegneria che ha due obiettivi: progettare e fabbricare componenti e sistemi biologici non ancora esistenti in natura oppure riprogettare e produrre sistemi biologici già presenti in natura. Per fare qualche esempio concreto, con la biologia sintetica si possono produrre farmaci di ultima generazione in grado di curare in modo mirato malattie resistenti ma allo stesso tempo, ed è l’altra faccia della medaglia, si possono addirittura ridisegnare patogeni potentissimi come ad esempio il vaiolo.
“Questo concorso così prestigioso- spiega a Panorama.it il Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all’Università di Bologna nonché responsabile del team selezionato per il concorso - è importantissima per i ricercatori e gli studenti italiani per confrontarsi a livello internazionale su una disciplina nuovissima, affrontando con uno spirito di squadra anche le implicazioni etiche che essa inevitabilmente comporta.”
In cosa consisterà allora il lavoro dei futuri Craig Venter? Produrre una macchina genetica. Una struttura ingegneristica fatta non di ferro e mattoni, come li immaginiamo noi, ma di biobricks, mattoncini della vita, autentici organismi biologici le cui combinazioni possono portare a risultati utilissimi anche per la vita quotidiana-
Tutti i progetti in gara, compreso quello degli italiani, sono top secret come da regolamento. Ma c’è da ben sperare. Nelle precedenti edizioni, infatti, con questo tipo di macchine della vita si è prodotto in vitro betacarotene, fondamentale per prevenire la cecità nei paesi in via di sviluppo o lattasi, un enzima chiave per chi è allergico al lattosio.

In Brasile meno figli e più divorzi grazie alle telenovelas

Telenovelas

Meno figli e più divorzi grazie alle telenovelas brasiliane. A puntare il dito sulle celebri soap che da più di 30 anni trionfano nei piccoli schermi di mezzo mondo, non solo del paese verde oro, arriva adesso una ricerca condotta dalla Bid, la Banca interamericana dello Sviluppo. Lo studio, intitolato “Soaps, sex and sociology” ovvero “Telenovelas, sesso e sociologia” e analizzato in dettaglio dal britannico The Economist sottolinea quanto le telenovelas abbiano influenzato il modo di vivere e di emozionarsi dei brasiliani a tal punto da aver giocato un ruolo decisivo nella diminuzione della fertilità ma anche nell’aumento delle separazioni coniugali. In particolare nel mirino dei ricercatori sono finite le soap trasmesse sul canale televisivo più importante del Brasile, Tv Globo. Secondo lo studio l’arrivo del segnale della Globo in alcune aree del paese è correlato ad un abbassamento dello 0,6 per cento annuale della fertilità. Come a dire che i plot degli sceneggiati e le intricate vicende dei personaggi, in genere ricchi, indipendenti e con pochi figli, avrebbero contribuito a ridurre il desiderio di procreazione delle telespettatrici brasiliane, circa 40 milioni a sera, per lo più appartenenti alla classe povera. Per non parlare dei divorzi. La diffusione del segnale televisivo è stata monitorata e messa in correlazione anche con l’aumento delle separazioni che hanno coinvolto donne nella fascia d’età che va dai 15 ai 49 anni. Dove si vedeva la Globo i divorzi aumentavano in modo sistematico dello 0,2 per cento.
Una rivoluzione silenziosa insomma che protrattasi nei decenni ha però portato a risultati consistenti. Ovvero a una trasformazione sociale profonda in un paese come il Brasile in cui la maggior parte delle donne vive ancora in condizioni di profonda arretratezza e di violenza domestica. Del resto non bisogna dimenticare che le prime telenovelas andarono in onda ai tempi della dittatura negli anni ‘70 con l’obiettivo di costruire un senso della nazione in un paese enorme e all’epoca prevalentemente analfabeta.

Le parole della preistoria

Una ricostruzione dell'uomo di Neanderthal del Neanderthal Museum in Germania

Che lingua parlava l’uomo primitivo? E quanto di questa lingua preistorica è sopravvissuto nelle nostre lingue contemporanee? A chiederselo, e soprattutto a tentare di darsi una risposta, è stata un’équipe di studiosi dell’università britannica di Reading guidati da Mark Pagel che ha messo a punto un “time traveller’s phrasebook”, una sorta di piccolo vocabolario sperimentale che permette di compiere un viaggio indietro nel tempo. Indietro fino all’epoca delle glaciazioni quando parlare significava per lo più difendere il proprio territorio e comunicare per difendere i bisogni primari. La ricerca si è focalizzata in particolare sulle lingue cosiddette indoeuropee, derivanti cioè da un antichissimo ceppo, come per esempio l’italiano e l’inglese, ed ha preso in considerazione centinaia di parole, pronomi, verbi, proposizioni. E’ così venuto fuori che proprio i pronomi personali soggetto (io, tu, noi), elemento chiave per la costruzione di qualsiasi frase, anche la più semplice, contengono al loro interno suoni che possono essere considerati “primitivi”, sperimentati cioè dall’uomo migliaia e migliaia di anni fa.
Attraverso un super-computer di ultima generazione Pagel e suoi colleghi sono stati in grado di comparare più lingue e risalire prima a 9000 anni fa, epoca cui normalmente si fa risalire la nascita del ceppo indoeuropeo, per poi riuscire a spingersi ancora oltre, fino a 30 mila anni indietro nel tempo. Con l’aiuto di sofisticati modelli matematici che hanno permesso di comparare le parole si è così riusciti a datare il pronome personale soggetto “io” che in inglese è I come antico di 15-20 mila anni. Questo dizionario del passato però può rivelarsi utilissimo anche per il futuro, almeno di qui fino al 3000 a. C quando alcune parole saranno completamente sparite dal nostro vocabolario assorbite da altre. Qualche esempio? Il verbo “throw” ovvero “lanciare” e aggettivi come “dirty”, “sporco”.  A cambiare saranno soprattutto quelle parole in cui il significato è culturalmente più soggetto a variazione mentre restie all’evoluzione rimarranno le parole base della struttura delle frasi: pronomi personali e sostantivi.

Evoluzione indesiderata. Una nuova ricerca dà ragione a Darwin

La mostra su Darwin al Palazzo delle Esposizioni di Roma
All’evoluzione non si sfugge. Neanche quando essa assume sviluppi indesiderati per proteggere dalle azioni a volte incaute dell’uomo. E’ quanto emerge da uno studio condotto da David O. Conover dell’Institute for Ocean Conservation Science della Stony Brook University negli Stati Uniti e pubblicato sull’autorevole Proceedings of the Royal Society B. Il punto di partenza della ricerca è stata l’analisi dello stato dei pesci che popolano le acque delle coste settentrionali di Long Island, non lontano da New York. In particolare sono stati presi in considerazione sei tipi diversi di Menidia Menidia, ovvero un pesce tipico di queste coste, che a causa di una pesca eccessiva e senza regole in atto da decenni  invece di crescere è diventato più piccolo.
E’ cioè successo che nel corso degli anni questi pesci hanno cominciato, come accaduto anche in altri mari del mondo, a programmarsi geneticamente in modo da essere sempre più piccoli per proteggersi dalla pesca smodata. Essere più piccoli significa infatti avere meno possibilità di essere pescati. Alla riduzione delle dimensioni sono corrisposte poi una minore competitività e una bassa fertilità. Il che apparentemente va contro la teoria di Darwin che 150 anni fa sosteneva, invece, come le specie si strutturino in modo da fortificarsi e avere la meglio sull’ambiente circostante. Ora la ricerca di Conover e della sua équipe, durata una decina di anni, apre nuove prospettive. I ricercatori statunitensi infatti hanno scoperto che questa evoluzione indesiderata, nella quale i pesci diminuiscono le proprie dimensioni, non è un meccanismo irreversibile. Nel corso delle generazioni, infatti si può osservare anche un ritorno all’evoluzione come siamo abituati a pensarla e quindi si può assistere a una crescita nelle dimensioni dei pesci che la pesca aveva spinto a rimpicciolirsi. La notizia oltre ad essere interessante per i pescatori, che potranno così tornare a sognare grandi prede da portare a casa, è di grande importanza per tutti gli studiosi dei meccanismi dell’evoluzione. Insomma, Darwin continua ad aver ragione anche quando nei secoli ci si è messa l’azione dell’uomo a spingere le specie a fare marcia indietro. Attenzione però, avvertono gli scienziati: i tempi del ritorno a una “evoluzione virtuosa” sono assai più lunghi di quelli dell’evoluzione indesiderata. Per questo è necessario organizzare la pesca in modo intelligente e con un basso impatto ambientale.

Una base ecologica per la biodiversità dell’Antartide

Stazione Antartide2

Capre e topi mettono in pericolo le isole di Darwin

Tartarughe delle Galapagos

Capre selvatiche, maiali, gatti, bovini di ogni genere sono diventati l’incubo del fantasma di Charles Darwin. Che sicuramente si rivolterebbe nella tomba vedendo cosa ne è oggi delle “sue” isole, le Galapagos, in mezzo all’Oceano Pacifico. Un laboratorio a cielo aperto, nell’odierno Ecuador, che permise al celebre naturalista britannico di formulare la teoria per la quale viene ricordato, a 200 anni dalla nascita, ovvero quella dell’evoluzione. Qui infatti sbarcò nel lontano 1835 a bordo dell’HMS Beagle, durante la circumnavigazione del continente sudamericano e qui studiò tra l’ altro le celebri tartarughe che popolano l’area. Per dovere di precisione va detto che il problema di specie non native, portate da marinai, avventurieri e navigatori, esisteva già ai tempi della visita di Darwin ma oggi nel XXI secolo ha assunto proporzioni immani.
Preoccupatissimi in proposito sono i responsabili della Fondazione Charles Darwin. Uno di loro, Felipe Cruz, evidenzia il pericolo: “le capre sono gli animali ideali per creare un paesaggio simile a quello del deserto ma per le tartarughe sono una tragedia.”
E così da tempo si sta tentando in ogni modo di preservare questo paradiso della natura. La soluzione è stata radicale ma, sostengono gli scienziati, l’unica possibile per evitare il collasso ecologico. Perciò un gruppo di cecchini scelti, via elicottero e a piedi in più di quattro anni ha ucciso 79 mila capre selvatiche. E questo solo nell’isola di Santiago, una delle 9 che compongono l’intero arcipelago delle Galapagos. Anche i gatti selvatici, comunque, danno il loro bel daffare, finora sono stati banditi con successo nell’isola di Baltra ma molte altre mancano all’appello. Quanto ai ratti, della loro pericolosità per l’equilibrio dell’arcipelago parlò lo stesso Darwin che vide sicuramente molti più pinguini e tartarughe di quelle che ci sono oggi. “Vespe, formiche e ratti-annotava il naturalista-sono molto difficili da tenere sotto controllo. I topi neri per esempio rubano le uova depositate dalle tartarughe”.
Mockingbird sull'Isola Espanola - Galapagos

E qualche problema lo sta dando adesso anche la flora. Attualmente esistono 740 specie nuove, rispetto alle 500 che Darwin ebbe modo di studiare, e si tratta di specie anche queste non native, quindi invasive. Insomma, non c’è molto tempo da perdere anche perché il Pinguino delle Galapagos così come il “mockingbird” (tordo beffeggiatore) sono già stati dichiarati seriamente in pericolo.

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