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Molto meglio dell’Arca di Noè. Secondo la rivista scientifica britannica New Scientist con il Dna si potranno fare di qui a qualche anno miracoli che vedranno come protagonisti specie considerate ormai estinte da migliaia di anni. Sarà perciò possibile creare uno zoo della preistoria, grazie alla ricostruzione della sequenza genetica di animali ormai scomparsi. Da qui l’idea di stilare una classifica, una sorta di hit parade delle specie da resuscitare. In cima alla lista, la tigre dai denti a sciabola, il dodo e anche il nostro più vicino antenato, l’uomo di Neanderthal.
Il problema è che per riportare alla vita le specie estinte è necessario che gli scienziati recuperino abbastanza Dna dal tessuto dell’animale per poi trovare una specie simile tutt’oggi esistente nella quale impiantare l’embrione in cui è stato inserito il Dna ricostruito. Il che non è così semplice.
Per l’uomo di Neanderthal non dovrebbero esserci problemi visto che la sequenza del suo Dna dovrebbe essere pubblicata proprio quest’anno, mentre si potrebbe utilizzare il leone per ricostruire la sequenza genetica della tigre dai denti a sciabola. Secondo Stephan Schuster, biologo molecolare della Pennsylvania State University la difficoltà maggiore risiederebbe nella possibilità reale di riuscire a recuperare un campione di Dna intatto. Il Dna infatti può conservarsi a lungo solo in climi molto freddi, come è il caso dei mammuth ritrovati nel ghiaccio, oppure in climi estremamente secchi o completamente bui. Anche in condizioni ideali, comunque, il Dna non sopravviverebbe per più di un milione di anni. Niente dinosauri quindi da poter resuscitare, e addio sogni alla Jurassic Park. A chiudere la lista proposta da New Scientist vi sono il glyptodon, una specie di armadillo grande quanto un’automobile, estintosi 11.000 anni fa e il rinoceronte lanoso, scomparso 10.000 anni fa, del quale esistono numerosi esemplari conservati in nel permafrost.
Una schermata del videogioco
E’ solo un gioco eppure fa faville per il nostro benessere psicofisico. E’ quanto sostiene l’équipe guidata da Emily Holmes, psichiatra dell’Università di Oxford, che ha pubblicato i risultati della ricerca sulla Public Library of Science. Il gioco in questione è Tetris e, secondo i dati evidenziati dallo studio, si è rivelato un’ottima medicina per curarsi dallo stress- post traumatico. Chissà come la prenderebbe il suo inventore, il russo Aleksej Pažitnov che nel 1985, mentre lavorava per l’Accademia delle Scienze di Mosca ebbe l’idea di creare un videogioco basato sulla logica e sul ragionamento semplicemente ispirandosi al pentamino, una figura composta da cinque quadrati identici, connessi tra di loro lungo dei lati. Ora, secondo la Holmes giocare a Tetris subito dopo un trauma, come un incidente, una rapina alla quale si è assistiti, una violenza subita, bloccherebbe l’insorgere di brutti ricordi e dei flashback ovvero la molla peggiore dello stress che tende a scattare all’infinito. Il valore del gioco risiede nel fatto di offrire ai suoi utenti una stimolazione mentale che gli scienziati chiamano stimolazione cognitiva visivo-spaziale. Una sorta, insomma, di vaccino cognitivo che impedisce l’attacco, rappresentato in questo caso dal ricordo del trauma subìto. Ma attenzione: secondo gli esperti a Tetris bisogna ricorrere al massimo nelle 6 ore successive al trauma perché è solo in quel lasso di tempo che il cervello consolida i ricordi. Se, insomma, si deve agire è necessario farlo subito. Alla base della ricerca c’è l’idea che se i ricordi sono immagini mentali visivo-spaziali, per allontanarli bisogna dare alla mente un procedimento simile, in questo caso quello offerto dal videogioco Tetris.
Ma una cosa lo studio non spiega. Le versioni classiche del Tetris hanno quasi sempre accompagnato il gioco con almeno una base musicale tipica russa, o una canzone popolare come Kalinka oppure un brano classico come la Danza della fata confetto di Čajkovskij se non addirittura Johann Sebastian Bach. Se Tetris allontana il ricordo non c’è il rischio è che la musica lo evochi?
Attenzione alla tradizione, anche se doc! A dirlo stavolta è il British Medical Journal che pubblica la ricerca di Rachel C. Vreeman e Aaron E. Carroll , professori di pediatria all’Indiana University School of Medicine di Indianapolis negli Stati Uniti.
A farne le spese sono quei luoghi comuni che col tempo hanno contribuito a formare il nostro immaginario collettivo in tema di benessere. Una terra di nessuno, a metà tra superstizione e scienza, che finalmente adesso viene sottoposta a un chiarimento lucido e senza appello. Gli esempi si sprecano e alzi la mano chi almeno una volta nella vita a questi detti non ha dato retta.
Prendiamo il luogo comune secondo il quale mangiare la sera, prima di andare a letto, faccia più ingrassare di qualsiasi altra refezione giornaliera. Per smantellare questa diffusa credenza i due ricercatori non esitano a citare nel loro articolo scientifico una ricerca fatta in Svezia su 157 uomini di cui 86 con seri problemi di obesità che mostra come non ci sia alcuna correlazione tra orario del pasto e aumento di grasso. Lo stesso dicasi per i postumi della sbornia. Al bando la convinzione che un’aspirina piuttosto che acqua o addirittura le banane siano efficaci per smaltire una serata piena di alcool. Nell’approfondita rassegna scientifica fatta dagli autori dello studio, infatti, non è stata trovata alcuna prova scientifica che confermi questo modo di pensare. Per quello che gli inglesi chiama hangover non c’è cura che abbia dimostrato do i funzionare: bisogna solo smaltire la sbornia.
Che dire di un altro luogo comune, assai popolare presso le mamme, secondo il quale troppo zucchero rende i bambini superattivi e nervosi? Niente di vero, affermano i due professori che citano un elenco di ben 12 ricerche condotte da loro colleghi sparsi in tutto il mondo in cui si smentisce categoricamente questa affermazione.
Così come assolutamente infondato è il pensiero che i suicidi aumentino durante le vacanze o che il cappello sia importantissimo per mantenere l’intero corpo caldo. Insomma la lista è lunga e a una prima lettura lascia un po’ smarriti. In fondo a queste credenze tutti si sono appigliati nella vita. Staccarsene, anche se corretto scientificamente non sarà facile.
Olimpiadi: cerimonia di chiusura
Le Olimpiadi made in Pechino 2008 sono ormai alle spalle. Tantissimi gli atleti premiati con tutti i tipi di medaglie. Solo che adesso a distanza di mesi è la Cina stessa a prendere il voto per come si è comportata durante i giochi dal punto di vista ambientale. E il voto è più che positivo. Un test passato coi fiocchi insomma se si pensa che a tirare le somme e a premiare moralmente il governo di Pechino è stata nientedimeno che l’agenzia spaziale statunitense, la Nasa. Ma come è stato possibile tecnicamente stilare la pagella? Tutto merito dei satelliti che riescono a fotografare con una nitidezza impressionante il prima e il dopo. Effettivamente, stando alle immagini, i cinesi sembrano aver rispettato tutti i buoni propositi resi noti poco prima dei giochi olimpici. Il temutissimo NO2, il biossido di azoto, un gas altamente inquinante conseguenza della combustione del carburante è sceso drasticamente al 50% in meno mentre il monossido di carbonio è sceso del 20%. Evidentemente le drastiche misure prese prima dell’inizio delle Olimpiadi a qualcosa sono servite. Tra queste un forte controllo e riduzione del traffico e divieti rigidi per quanto riguardava la costruzione di nuovi edifici.
Basta dare un’occhiata alle foto per capire l’immenso lavoro fatto dai cinesi prima e dai satelliti Terra e Aura dopo. Pechino è marrone e azzurra, ad indicare la riduzione sia del monossido di carbonio che del NO2, una vittoria non solo fotografica ma ambientale.
I dati risultanti dalle fotografie scattate dal satellite della Nasa sono stati presentati per la prima volta all’annuale congresso dell’American Geophysical Union a San Francisco e sono adesso a disposizione di tutti i ricercatori. Stavolta insomma, tra una vittoria e l’altra degli atleti olimpici, la lezione l’hanno data i cinesi.
E’ da sempre considerata la Bibbia della psichiatria mondiale. Si tratta del DSM, ovvero “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, il manuale dei disturbi mentali, un libro di riferimento per centinaia di migliaia di psichiatri sparsi in tutto il mondo e pubblicato dal 1952 dall’Associazione americana di psichiatria. La nuova versione alla quale medici di ogni parte del pianeta già da tempo stanno lavorando, pronta ad uscire nel 2011, sta già però facendo parlare di sé. Per la prima volta vengono infatti citati come casi di disturbo psichiatrico lo shopping senza freni inibitori, il rapporto ossessivo con il cibo e i problemi legati all’identità di genere. Tematiche contemporanee che solo recentemente stanno entrando negli studi medici degli psichiatri. Segno, dunque, di un profondo mutamento dei tempi o di una flessibilissima capacità della psichiatria di saper leggere tra le righe nelle pieghe più nascoste della psiche della nostra società?Se la risposta in tasca forse nessuno ce l’ha realmente, un dato, però è certo. Mentre nell’ultima edizione del manuale, uscita nel 2000, venivano citati 283 tipi diversi di disturbi psichiatrici nella prima uscita nel 1952 i disturbi erano solo un terzo. I disturbi insomma sono aumentati o è aumentata la nostra capacità di riconoscerli? Secondo lo psichiatra brasiliano Theodor Lowenkron che coordina il lavoro del manuale in Brasile il rischio è quello di una eccessiva psichiatrizzazione delle varie categorie diagnosticate. Il che in parole semplici significa che vengono definiti disturbi psichiatrici quelli che sono solo disturbi momentanei del comportamento. Ciò che insomma fa discutere ed è oggetto del vivace dibattito scatenatosi nelle ultime settimane è se non si abbia realmente bisogno di diagnosi più approfondite anche nel tempo. Appuntamento allora alla prossima Bibbia, nel 2022.
I cambiamenti climatici potrebbero aver giocato un ruolo decisivo nel collasso delle antiche civiltà . A formulare questa ipotesi una scoperta fatta da alcuni ricercatori dell’Università di Wisconsin-Madison negli Stati Uniti nella Soreq Cave, una famosissima caverna vicino a Gerusalemme conosciuta anche come Stalactite Cave Nature Reserve.
Attraverso l’analisi di alcune stalagmiti ritrovate nella caverna, infatti, si dedurrebbe un improvviso cambiamento climatico avvenuto tra il 100 a. C e il 700 d. C. Il clima, cioè, in quei secoli si fece più secco e stranamente proprio in coincidenza con la caduta di entrambi gli imperi Romano e Bizantino. Sul probabile rapporto di causa-effetto gli scienziati stanno adesso indagando. Se l’equazione fosse confermata, la ricerca sta per essere pubblicata sul Quaternary Research Journal, si aprono adesso spiragli assai interessanti sul rapporto tra fine di una civiltà e le trasformazioni del clima.
«Con la nostra ricerca stiamo risalendo indietro anno per anno per ricostruire la storia di questa caverna nei secoli- racconta a Panorama.it il responsabile del team di ricerca John Valley dell’Università di Wisconsin-Madison -in questo viaggio all’indietro diventa possibile riconoscere gli effetti esercitati sulla geologia del luogo dal clima secco e distinguerli da quelli tipici del clima più umido.
Il tipo di analisi cui le stalagmiti sono state sottoposte è simile a quello già usato in precedenza da altre équipe di ricercatori nell’America del Nord per verificare il livello delle precipitazioni delle piogge e il loro variare nel tempo. Ma la novità introdotta dal team di Valley è stata quella di utilizzare uno strumento sofisticatissimo chiamato Ion microprobe capace di dare molti clima più dettagli nella sua analisi. « Il nostro obiettivo - conclude il ricercatore - è quello di mettere insieme una registrazione dettagliata che risalga indietro nel tempo. Siamo arrivati fino a 185 mila anni. Proprio come fanno i calcolatori che elaborano modelli climatici ». Dal passato delle caverne insomma arrivano informazioni preziosissime per il futuro.
Un falco pellegrino in volo
Maschi di tutto il mondo attenzione. Il sesso debole state diventando voi, animali o esseri umani che siate poco importa. Il rischio infatti è all’orizzonte per tutti. E’ quanto denuncia una ricerca della ong britannica Chemtrust, che ha rielaborato i dati provenienti da ben 250 studi realizzati nelle più importanti università del pianeta. A causa dell’aumento esponenziale dell’inquinamento generato da uso e abuso di sostanze chimiche, infatti, i maschi di moltissime specie animali stanno vedendo ridotta la loro fertilità e rimpiccioliti i propri organi sessuali. Il che in alcune situazioni addirittura può generare casi di ermafroditismo, ovvero la presenza di organi sessuali tipici di entrambi i sessi. Quello che insomma starebbe accadendo in tutto il pianeta è un vasto fenomeno di “femminilizzazione” di numerosi vertebrati. Tra le specie più colpite i gabbiani, i falchi pellegrini, le tartarughe dei Grandi Laghi, nella regione compresa fra Usa e Canada in cui è stata trovata in grande quantità la presenza di ormoni femminili da un lato e di organi sessuali maschili rimpiccioliti dall’altro. Grave anche la situazione dei pesci dei fiumi britannici che da qualche tempo stanno sviluppando uova nei loro testicoli, sembra a causa della presenza di ormoni femminili delle pillole anticoncezionali scaricati nelle fogne e delle rane rospo di sesso maschile della Florida. Nelle zone più sfruttate dal punto di vista agricolo e, dunque, riempite di pesticidi, diventano ermafrodite nel 40% dei casi.
Noi umani non abbiamo di che sorridere. I figli di madri esposte a sostanze chimiche come gli ftalati risultano avere peni e testicoli più piccoli. Per non parlare poi delle comunità più inquinate, tra cui campeggia l’Italia, dove negli ultimi anni si sono generate più femmine che maschi. Perfino la produzione di sperma è crollata in 50 anni in venti Paesi da 150 milioni di millilitri a 60.
Un esemplare di Nuctenea umbratica
E’ un’invasione silenziosa come quella degli alieni. Solo che quando meno te lo aspetti lo spavento si può trasformare in terrore. E’ quello che pensano centinaia di cittadini britannici che negli ultimi tempi pare abbiano preso letteralmente d’assalto il forum creato dal Servizio di Riconoscimento degli insetti del Museo di Storia Naturale di Londra. Tutta colpa delle miglior specie di ragni, che da un pò di tempo, complici piante esotiche importate nel Regno Unito, si stanno trasferendo in gran massa dall’altra parte del mondo, a nord del caldo e del magnifico tepore africano cui per secoli sono stati abituati. Inevitabile lo stupore prima, la paura poi nel trovarsi di fronte ad animali dall’aspetto poco familiare, per lo più scuri e pelosi e di dimensioni rilevanti, anche di diversi cm. Ma di cui, soprattutto si ignorano pregi e difetti, ovvero rischi e pericoli che possono creare per la salute umana. Da qui l’idea di istituire il forum al quale chi si ritrova a casa una pianta con un bel ragno tropicale possa inviare immediatamente una foto. Lo scopo è quello di creare un database completo che permetta di catalogare e mettere in ordine il meglio possibile queste nuove specie, nuove per il Regno Unito. Perché mentre sorprese di questo tipo si sono sempre avute, la novità adesso è che le specie si stanno adattando. E così mentre prima morivano al primo freddo nordeuropeo adesso sopravvivono al punto di formare intere colonie. E’ il caso per esempio del ragno meglio conosciuto scientificamente come Steatoda paykulliana o dell’Argiope bruennichi. Nomi lontani quanto lontane sono le forme a cui i britannici ormai devono ormai fare l’abitudine. Su tutti aleggia però lo spettro della tanto temuta Vedova Nera, il cui morso è tutto un programma. Gli esperti però tranquillizzano. Nessuno finora nel Regno Unito è mai morto per un morso di ragno.
Giovani ballano in discoteca
Cocaina per un sesso più intenso e lungo, hashish e marijuana per aggiungere maggiore sensualità. Ecstasy per maggiore controllo della situazione. Se su tutto poi si aggiungono fiumi di alcool il gioco è presto fatto: spariscono ogni forma di paura e inibizione. E’ questa la fotografia dei giovani europei e del loro rapporto con le droghe pubblicata su BMC Health, uno studio realizzato in vari paesi del vecchio continente Italia compresa. Ad allarmare non solo l’aumento dell’uso della droga ma soprattutto le motivazioni. Un quarto delle persone intervistate consumatrici di cocaina hanno ammesso di usarla per migliorare le proprie prestazioni sessuali. “Quello che sorprende di più” spiega lo psichiatra Amador Calafat del centro Irefre che ha condotto la ricerca “è l’idea che questi giovani hanno che le droghe sono lì apposta per essere usate. E’ chiara in loro la convinzione che debbano per forza servire a qualcosa. E questo è ovviamente molto preoccupante.” I ragazzi intervistati appartengono comunque ad un target ben preciso. Sono più di un migliaio, hanno tra i 16 e i 35 anni e frequentano i locali alla moda, di Palma di Maiorca, Vienna, Atene, Lisbona, Berlino e della nostrana Venezia. Lo studio mostra una forte relazione tra il consumo abituale di droghe e la precocità sessuale. Coloro che assumono droghe in modo regolare prima dei 16 anni, infatti, sembrerebbero avere una probabilità 6 volte maggiore di essere iniziati al sesso in età precoce. Probabilità che si riduce di tre volte se ad essere presi in considerazione sono i ragazzi.
Tra i dati emersi, interessante è anche quello legato all’alcool. Il 29,6 per cento dei giovani intervistati, infatti, beve per avere più facilità nel trovare un partner.
Lo studio, oltre a dare un quadro abbastanza esauriente, apre anche ipotesi per nuove strategie di prevenzione. Sesso e droga per i giovani europei appaiono infatti più correlati di quanto si pensasse. Non è, dunque, possibile pensare di educare su un fronte e tacere sull’altro, tanto più che in un contesto del genere il rischio di rapporti senza precauzioni è molto elevato.
L’abbazia di Einsiedeln
Il passato, è noto, è da sempre uno strumento preziosissimo per comprendere il futuro. E questo è tanto più vero se in gioco ci sono i cambiamenti climatici. Lo sanno bene i monaci del monastero di Einsiedeln nelle Alpi Svizzere che spulciando nelle loro antiche carte si sono accorti di avere dentro casa un vero tesoro per gli studiosi di clima. Nell’antica biblioteca, infatti, sono stati ritrovati molti volumi scritti a mano dai monaci stessi nel XII secolo. Testi a metà tra il diario quotidiano e la cronaca spirituale con un’attenzione meticolosa e forse anche maniacale alle variazioni meteorologiche dell’intera area per decenni. Certo, si potrebbe obiettare, la zona presa in considerazione dall’analisi dei monaci è geograficamente ristretta ma i ricercatori dell’Università di Berna ritengono che si tratti lo stesso di un tesoro perché i dettagli riportati sono precisissimi e scattano una fotografia molto lucida dell’epoca. In particolare hanno suscitato un grande interesse i diari risalenti al 1683 e al 1684 di un monaco di nome Joseph Dietrich. Le sue pagine sono per l’epoca sorprendenti. Alla data 8 maggio 1684 per esempio il monaco scriveva: “Ancora un giorno caldo benché sia ancora primavera”. Mentre il 18 novembre dello stesso anno viene minuziosamente annotato: “l’inverno è già arrivato con una neve anticipata, spaventando gli animali ancora non pronti per il grande freddo”. E i dettagli si fanno più incalzanti: “la mattinata di oggi è stata bagnata dopo che ha piovuto tutta la notte. Nei punti più alti della montagna ha nevicato. A mezzogiorno poi la pioggia è cessata ed è apparso il sole. Alle tre del pomeriggio il cielo era già completamente sereno”.
“Le informazioni che si evincono dai documenti” spiega uno dei responsabili della ricerca, Christian Pfister, “sono un grande contributo per capire l’accelerazione dei fenomeni meteorologici.” Unica vera difficoltà adesso resta la lingua. I monaci nel XVII secolo scrivevano in un misto di tedesco medievale e dialetto, un vero grattacapo per una decodifica completa.