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Scienziati dopati: uno su cinque assume sostanze stimolanti

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Si dice doping e subito si pensa agli sportivi che assumono sostanze più o meno legali per aumentare le proprie prestazioni fisiche. A nessuno verrebbe in mente, però, che la pratica sia altrettanto diffusa anche nei più austeri laboratori e centri di ricerca. Sembrerà strano, ma è così: anche gli scienziati iniziano a “doparsi” per migliorare la concentrazione ed essere più “lucidi”, o per combattere i disturbi del sonno in un periodo di particolare sovraccarico lavorativo. Il tutto in un ambiente - quello della ricerca - che sta diventando sempre più competitivo e stressante.
Una conferma di questa tendenza arriva da un recente sondaggio della rivista Nature, secondo cui 1 scienziato su 5 assume frequentemente (e senza alcuna prescrizione medica) farmaci come il Provigil, il Ritalin o il propranololo, indicati rispettivamente per il trattamento della narcolessia, i disturbi da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, il miglioramento dell’efficienza cardiovascolare.
Il test è stato condotto su un campione casuale di 1400 scienziati provenienti da circa 60 paesi. Certo, non è il massimo dell’attendibilità, ma sta comunque sollevando un polverone nella comunità scientifica mondiale: “La crescita dell’utilizzo di stimolanti cognitivi pone una serie di questioni etiche che non possono essere ignorate - spiegano i neuroscienziati Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir dell’Università Cambridge - Sul mercato esistono diversi farmaci per migliorare la memoria e la concentrazione, per tenere sotto controllo i comportamenti impulsivi e il rischio di prendere decisioni. E molti altri sono in corso di realizzazione”.
Per aggirare le visite mediche e i controlli delle farmacie, spesso l’acquisto avviene direttamente online, con poche garanzie, tra l’altro, sulla reale efficacia e senza una piena consapevolezza delle controindicazioni e dei potenziali rischi dati dall’abuso.

Il sito delle spiate che danno fastidio ai potenti

Wikileaks
Al suo debutto online, il settimanale Time ha usato parole grosse: “Potrà diventare importante per il giornalismo così come il Freedom Information Act”, ovvero la norma di riferimento per la libertà di espressione negli Stati Uniti. E, in questi primi anni di vita Wikileaks certamente ha mantenuto le promesse iniziali, facendo parlare di sé in diverse occasioni, non ultima la pubblicazione del regolamento segreto di Guantanamo. Oltre a migliaia di altre denunce circostanziate su magagne di istituzioni e colossi del business di mezzo mondo. Il tutto in maniera anonima (leaks vuol dire appunto “spiate”) per garantire maggiore trasparenza e libertà di espressione, senza paura di ritorsioni. Tanto che, qualche settimana fa una banca svizzera del gruppo Julius Baer ha provato a mettere il bastone tra le ruote di Wikileaks, citandola in giudizio per diffamazione. Dopo la decisione di un giudice californiano il sito è stato oscurato per qualche giorno, ma poi la sentenza è stata revocata.
L’esperimento ormai inizia a dare fastidio sul serio. Soprattutto perché riesce a ospitare contenuti che nessun testata giornalistica o blog personale potrebbe mai pubblicare, senza essere immediatamente querelato per diffamazione. Certo, l’anonimato online è un tema molto caldo, che da sempre spacca gli utenti della rete: c’è chi lo difende a tutti i costi, ritenendolo un toccasana per la libertà di espressione (soprattutto nei paesi in cui la censura è all’ordine del giorno), e chi invece ne teme le possibili derive offensive e diffamatorie. Ma al di là di simili successi, il wiki si sta dimostrando una tecnologia ormai sempre più solida, in grado di cambiare molti rapporti di forza in rete (e non solo). Così come scrivevano già nel 2006 gli autori di “Wikinomics“, volume che indaga le profonde rotture provocate dal software collaborativo. Non solo nel campo della conoscenza (Wikipedia) e dell’informazione (Wikileaks), ma anche in settori come l’economia. In molte grandi imprese il wiki è ormai all’ordine del giorno, per la condivisione del know-how aziendale e la progettazione collaborativa. Ma c’è anche chi prova ad andare oltre: Dealipedia è un nuovo progetto basato su piattaforma wiki che punta a raccogliere tutte le informazioni (solitamente riservate e scarsamente divulgate) su acquisizioni, investimenti, fusioni. Lo scopo? Dar vita al più grande database di dati sul tema, ma anche rivelare quanto avviene dietro le quinte del mondo business. E, magari, tra non molto un titolo in borsa crollerà proprio per una rivelazione di Dealipedia.

One Laptop per Child, la storia di un percorso a ostacoli

www.laptop.org
28 gennaio 2005, World Forum di Davos: Nicholas Negroponte presenta al mondo One Laptop per Child, ambizioso programma di superamento del divario digitale attraverso la dotazione di un computer a basso costo per ogni bambino del pianeta. Il progetto viene acclamato da tutti, trovando nell’allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan uno dei maggiori sostenitori. Sull’onda dell’entusiasmo, anche Negroponte si sbilancia, affermando che di lì a due anni il laptop da 100 dollari sarebbe stato il computer più venduto al mondo.

Il laptop a 360 gradi


Forse non si aspettava nessuno dei problemi che di lì a poco sarebbero arrivati, con governi inadempienti, colossi commerciali in concorrenza e critiche provenienti addirittura dal mondo no-profit. Tre anni di passione, in cui molte cose sono cambiate rispetto al progetto iniziale. Non è cambiata, però, la grinta con cui Negroponte continua ad andare diritto per la sua strada, ripetendo che il suo è solo un progetto educativo: non è in lotta con nessuno, se non con la povertà e la necessità di superare quanto prima il digital divide.

Critiche dall’Africa
Subito dopo Davos, partono i primi accordi con i più grandi paesi in via di sviluppo: Brasile, Argentina, Nigeria, Pakistan, Thailandia, Libia prenotano migliaia di laptop. Ma agli accordi non seguiranno mai i fatti. Non potendo contare su una produzione di massa elevata, i prezzi del portatile raddoppiano. Di conseguenza, un po’ tutti i paesi iniziano a defilarsi. Nel frattempo, le critiche più feroci arrivano proprio da alcune organizzazioni che considerano il suo progetto troppo americano-centrico. Al Forum della Società dell’Informazione di Tunisi del 2005 Marthe Dansokho e Mohammed Diop, due funzionari del Camerun e del Mali, ricordano che le priorità dell’Africa sono ben altre: l’acqua e le scuole. Diop ci va giù ancora più pesante, alimentando il sospetto che dietro all’iniziativa si nasconda un tentativo di sfruttare i paesi in via di sviluppo. Tutte critiche da cui Negroponte si è sempre difeso ribadendo di non avere nessun interesse commerciale, ma solo umanitari ed educativi. E per offrire una riprova, abbandona la strategia iniziale degli accordi con i governi e lancia Give One Get One, campagna di donazione che oggi sembra dare frutti migliori.

La campagna Give One Get One


La guerra dei Pc low-cost
Se fino al 2005 nessuno sembrava più di tanto interessato, con l’annuncio di Negroponte molti colossi dell’informatica iniziano a vedere nel laptop da 100$ una minaccia per i loro business. Da partner dell’iniziativa, Intel diventa uno dei principali concorrenti con Classmate, pc low-cost da 250 dollari, presto lanciato in diversi mercati emergenti (tra cui la Libia, che così si ritira da OLPC). Da Asus arriva invece EeePc, laptop dalle dimensioni ridotte e dai prezzi contenuti (299 euro). Ma la minaccia più seria arriva dall’India, dove Novatium mette in vendita un pc iper-economico, sotto la soglia dei 100 dollari. Dal canto suo, Negroponte non si dice più di tanto allarmato da tutta questa concorrenza: l’importante è che tutti abbiano un Pc con cui crescere e apprendere.
http://flickr.com/photos/airgap/2085579381/

Negroponte in Italia: il mio laptop porta l’istruzione ai bambini del mondo

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65 anni, ideatore del Mit MediaLab di Boston da poco abbandonato per una scommessa non da poco: sconfiggere il digital divide nel mondo. Nicholas Negroponte è da sempre alle prese con sfide difficili. E tale è il suo laptop da 100 dollari (ora si chiama XO-1) che vorrebbe vedere nelle mani di ogni bambino del pianeta. E che in questi giorni sbarca ufficialmente in Italia, con una presentazione pubblica a Firenze a cui parteciperà lo stesso Negroponte venerdì 7 marzo.

One Laptop per Child arriva in Italia. Che reazione si aspetta dal nostro paese? E cosa possono fare le istituzioni italiane per supportare il suo progetto?
Al momento stiamo esplorando i gemellaggi tra città e scuole. L’idea è di far acquistare alle scuole elementari italiane un certo numero di laptop e al tempo stesso finanziare un numero equivalente di laptop per i bambini di una o due città in Africa. In questo modo si riesce a connettere le culture. Al momento, Firenze è stata la prima a muoversi. Speriamo che presto seguiranno anche altre città.

Lo scopo di 150 milioni di utenti nel mondo entro la fine del 2008 sembra irraggiungibile. Fino allo scorso gennaio, sono stati distribuiti solo 602.000 laptop…
Certo, siamo in ritardo, ma possiamo ancora farcela a distribuirne 150 milioni entro la fine del 2009. Non importa che siano per forza i nostri laptop, basta che si riesca a mettere in connessione i bambini di tutto il mondo. Olpc è un programma umanitario, non una compagnia commerciale.

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Stringere accordi direttamente con i governi dei paesi in via di sviluppo non si è rivelato molto proficuo. Quali strategie di diffusione ha in mente per il futuro?
Non abbiamo abbandonato la strategia degli accordi diretti. L’abbiamo però diversificata, allontanandoci dai sei paesi più grandi e ricchi (Brasile, Argentina, Nigeria, Pakistan, Thailandia, Libia). Ora ci concentriamo su paesi più piccoli, come il Perù e l’Uruguay. Allo stesso tempo, stiamo sperimentando il progetto Give One Get One in tutto il mondo. Abbiamo già distribuito circa 170.000 laptop.

Dall’Africa sono giunte alcune voci contrarie al suo progetto: ci sono altre e più drammatiche questioni da risolvere prima dei computer. Cosa ne pensa?
Basta sostituire la parola “laptop” con “istruzione” e questi argomenti non hanno più senso.

Il programma Give One Get One prevede che per ogni laptop acquistato nel mondo occidentale ne venga regalato uno ai paesi in via di sviluppo. Crede che Xo possa attrarre anche i ragazzi occidentali, abituati a Pc e periferiche molto sofisticate?
Sì, non è stato progettato per i bambini del mondo sviluppato, ma ha comunque un forte appeal, soprattutto per le caratteristiche collaborative del suo hardware. Altro dato davvero unico è il software e l’hardware per processare i suoni.

Lei parla del suo laptop come delle macchine che insegnano ad apprendere. Ci può fare un esempio?
Il nostro laptop è in grado di lavorare su diversi fronti. La sua architettura riflette il pensiero costruttivista di “imparare facendo”. Le porte audio, ad esempio, offrono input di ogni tipo: in questo modo i bambini possono costruire periferiche ed utilizzare strumenti di test e misurazione.

Crede davvero che la Rete potrà cambiare il mondo? O quantomeno renderlo un posto migliore?
Sì. Internet offre alle diverse culture la possibilità di entrare in contatto e imparare l’una dall’altra. I bambini ormai sono inevitabilmente globali. E’ importante che già da piccoli capiscano che non si conosce qualcosa, se prima non la si affronta da diversi punti di vista.

A complicarvi la vita, è arrivata la concorrenza di giganti come Microsoft e Intel, che hanno preso a distribuire laptop e software low-cost nei paesi in via di sviluppo.
Microsoft non è in competizione, ma sta collaborando con Olpc. I recenti annunci vanno proprio in questa direzione: hanno sviluppato una versione di Windows per i laptop XO. La stanno testando e sembra funzionare proprio bene. Intel, invece, è ora in competizione con noi, nonostante all’inizio fosse un nostro partner. E questa è stato proprio una brutta mossa. Olpc era nel mezzo di una guerra proxy tra Amd e Intel. Ma ora Intel sembra che sia in concorrenza con i suoi stessi clienti.
VIDEO: Negroponte su One Laptop per Child

L’Italia nella sporca dozzina dello spam

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E’ il 2004 e un Bill Gates più ottimista del solito annuncia al World Economic Forum di Davos la morte dello spam: “Tra due anni sarà un problema risolto”. Mai profezia tecnologica fu meno azzeccata. Quattro anni dopo la spazzatura elettronica prolifera incontrastata in ogni angolo di Internet. Più che l’eccezione è ormai la regola con cui siamo costretti a convivere in tutte le nostre attività online. Basti pensare che 9 mail su 10 sono posta indesiderata. Pillole ormonali, diplomi di master, erbe miracolose, conti in banca bloccati: dietro a una fantasia così fervida si nasconde un vero business che alimenta un’economia sommersa sempre più florida. E’ per questo che a fronte di filtri sempre più intelligenti e mirati, gli spammer non fanno che rincarare la dose ed escogitare nuove trappole per aggirarli. In questa battaglia, un un ruolo da protagonista (in negativo) lo sta assumendo anche l’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Sophos, software-house specializzata in sicurezza informatica, nella sporca dozzina dei paesi con il maggior numero di messaggi indesiderati ha fatto il suo ingresso anche il nostro paese, da cui parte più del 3,5 per cento di tutte le informazioni-spazzatura. Certo, siamo ancora un bel po’ distanti da Stati Uniti (21 per cento) e Russia (8,3), ma è quanto mai importante tenere alta la guardia. Anche perché questi dati non vogliono assolutamente dire che in Italia si concentra un alto numero di spammer. Significano, piuttosto, che i nostri pc sono facile preda di attacchi: “Il balzo in avanti in classifica conferma che sono purtroppo ancora numerosissimi i computer italiani sprovvisti di protezione che consentono agli hacker di infiltrarvisi e di trasformarli in zombie da cui inviare spam e malware”, conferma Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia.
E’ per questo che, al di là degli opportuni (e sempre insufficienti) filtri anti-spam, la vera arma per vincere la guerra contro lo spam è culturale e sociale al tempo stesso. Cominciando, ad esempio, a non cliccare su link di cui non conosciamo la provenienza. E partecipando in maniera più convinta ai filtri collaborativi offerti dalla maggior parte dei servizi del web 2.0 con le funzionalità “report spam” o “report abuse” con cui si può segnalare in un click la sorgente da cui partono le informazioni-spazzatura. E così evitare che infestino anche altri utenti.
VIDEO: L’anti-spam collettivo di Gmail


Come notificare lo spam su YouTube

Arriva la penna intelligente che scrive, memorizza e registra anche l’audio

Livescribe
Addio a carta e penna? Da tempo i tecno-entusiasti più convinti stanno annunciando la scomparsa di una tecnologia millenaria come la scrittura a mano. Eppure, molto probabilmente, riuscirà a resistere anche all’urto dirompente di computer e telefonini. Così come è già accaduto con i libri a stampa.
Una riprova ci arriva da Pulse Smartpen, una penna intelligente realizzata da Livescribe e che sarà lanciata sul mercato a marzo. Ha la forma di una normale penna, ma sarebbe più corretto chiamarla una “piattaforma di mobile computing“. Permette di prendere appunti e, contemporaneamente, di registrare l’audio presente in sala, con un’alta fedeltà e cancellando i rumori di fondo. Considerarla una semplice penna-registratore sarebbe però riduttivo. Pulse è infatti dotata di un software di riconoscimento che permette di esportare su Pc non solo il file audio, ma anche il testo scritto a mano come se fosse un normale file Word. E, così, effettuare ricerche e modifiche, o condividerlo via mail.
Inoltre, grazie a un sensore infrarossi integrato, Pulse riesce a sincronizzare il canale audio con quello testuale. Un esempio? La penna può dirci cosa stavamo scrivendo nell’attimo esatto in cui veniva pronunciata una determinata parola in sala. Basta “cliccare” con la penna su una parte di testo e si potrà ascoltare l’audio corrispondente. In questo modo, non si rischia di perdere nemmeno una parola. Il che può tornare particolarmente utile agli studenti che prendono appunti.
I prezzi della smartpen sembrano più che accessibili: il modello da 1 Gb (100 ore di audio e 16.000 pagine di testo) costa 149 dollari (circa 100 euro), mentre quello da 2 Gb 199 dollari (circa 135 euro). Entrambi i modelli possono già essere pre-ordinati qui.
Qui una demo interattiva.
GUARDA IL VIDEO

Quando la statistica aiuta a vincere nello sport

http://flickr.com/photos/jamie-williams-photo/1430883676/
L’allenatore è seduto alla panchina, ma invece di urlare e sbracciarsi per incitare la squadra, consulta le statistiche generate da un software: analizza le prestazioni di ogni singolo giocatore e confronta i dati con quelli dei match precedenti. Grazie ai dati sfornati in tempo reale decide quando è il momento di cambiare modulo o effettuare un cambio.
Per ora uno scenario simile è pura fantascienza, abituati come siamo agli allenatori tutto intuito e spirito di gruppo. Ma presto potrebbe diventare realtà, grazie agli avanzamenti della statistica applicata allo sport, disciplina che negli Stati Uniti si sta conquistando sempre più spazio. Secondo Technology Review, dietro al successo dei New England Patriots, squadra di football che è arrivata per quattro volte in finale negli ultimi sette anni, ci sarebbe proprio un uso intensivo dei dati statistici. Utilizzati non solo per stabilire qual è la migliore formazione da mandare in campo, ma anche per rendere meno rischiosi gli investimenti di mercato (per scegliere, ad esempio, il miglior giocatore al minor prezzo esistente sul mercato). “E’ ciò che un’azienda chiamerebbe gestione delle risorse umane. E’ la cosa più intelligente da fare per qualsiasi sport”, spiega Tom Davenport, docente di informatica e autore di Competing on Analytics: The New Science of Winning (Competere con la statistica: la nuova scienza della vittoria).
Se nel football si tratta di una novità che permette di ottenere ancora un vantaggio competitivo, nel baseball è invece la regola da anni. Basti dare un’occhiata a Football Outsiders, sito che dal 1996 monitora tutte le partite della Major League, pubblicando dati e confronti approfonditi su ogni aspetto quantificabile. Di riflesso, i management delle squadre stanno già cambiando: oltre ad avere intuito e capacità organizzative, gli allenatori ora devono saperne anche di statistica.

Arriva Metaplace il mondo virtuale creato dagli utenti

Metaplace
Uno dei maggiori ostacoli per la crescita di Second Life è sicuramente la scarsa integrazione con il web. Il metaverso dei Linden Lab rappresenta un bel giardino tridimensionale, colorato e divertente, ma è ancora del tutto isolato rispetto al resto della rete. E quando si prova a creare dei ponti, il dialogo è per lo più macchinoso e ridotto all’osso.
Dagli Stati Uniti arriva ora un progetto di ambiente in 3D che punta invece tutto sul web e la sua apertura. Si chiama Metaplace e intende dar vita a una felice unione tra la personalizzazione dell’esperienza in rete e le potenzialità interattive dei mondi virtuali. Ogni utente potrà trasformarsi in un programmatore e costruire un micromondo personalizzato (”appartamento” nel gergo del progetto) in pochissimi minuti. Così come è già possibile fare con le pagine web e i blog. Con l’aggiunta, però, dell’immersività dei mondi virtuali. Il tutto potrà girare sin da subito all’interno delle normali pagine web, senza dover scaricare un programma a parte.
Spiegano gli ideatori: “Il nostro motto è: costruisci quello che vuoi. Fino ad ora i mondi virtuali hanno funzionato come i servizi online precedenti all’esplosione di internet. Gli utenti non possono fare molto per cambiare la loro esperienza”.
Metaplace, invece, intende innescare lo stesso circuito felice che ha permesso al web di crescere, a partire dall’intuizione del fondatore Tim-Berners-Lee di uno spazio aperto e “riscrivibile“, in cui chiunque è in grado di costruire un nuovo “nodo” della rete.
Grazie all’adozione di standard aperti di programmazione, anche intorno a Metaplace dovrebbero fiorire molteplici micromondi costruiti dal basso a partire da modelli personalizzabili, che comunicano tra loro e con il resto del web. Al di sopra di ogni “appartamento” non ci sarà nessuna società privata, ma solo il suo ideatore/demiurgo: starà a lui, e solo a lui, decidere quali leggi e limiti adottare all’interno del proprio mondo.
GUARDA IL VIDEO: Una demo di Metaplace

Su Hubdub si accettano scommesse sui temi caldi delle news

foto Hubdub
Hillary piangerà di nuovo prima del 12 febbraio ?”. “Il Kosovo si dichiarerà indipendente entro l’11 febbraio?“. “Angelina Jolie è incinta?“. “Google comprerà il New York Times entro la fine del 2008?“. Sono alcune delle sfide lanciate su Hubdub, sito fresco di lancio che sta attirando l’attenzione di tutti per la sua originale formula di “scommesse generate dal basso”. Chiunque può sottoporne una, e su qualsiasi tema d’attualità: dallo spettacolo alla politica, ma anche economia, esteri, scienze, sport. Una volta completata l’iscrizione, si possono effettuare le puntate e competere con gli altri membri, oltre a seguire l’evoluzione delle sfide attraverso un totalizzatore e le ultime notizie pubblicate in rete. Intrattenimento, gioco, si, ma fino a un certo punto. Come spiega Techcrunch “il processo trasforma gli utenti da consumatori passivi dell’informazione in partecipanti attivi”. E soprattutto, permette di socializzare e divertirsi a partire dai temi più forti del momento.
Per ora il sito è solo in fase beta. Gli utenti, cioè, simulano le scommesse attraverso hubdollari virtuali: al momento dell’iscrizione se ne ricevono mille e poi, via via che si vincono le sfide, il credito cresce. Ma il meccanismo è lo stesso delle scommesse vere e proprie: investendo, ad esempio, 100 hubdollari su chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, se ne ricevono 180 puntando su Hillary e 333 puntando su Obama.
Nelle intenzioni degli ideatori c’è sicuramente l’idea di dar vita a un modello di business sostenibile, magari trasformandolo in una sorta di “fantanews” a 360 gradi, offrendo premi messi a disposizione dagli sponsor agli scommettitori più bravi.

Un breve video di presentazione (in inglese)

L’elettrostimolatore dei campioni alla portata di tutti

Alberto Tomba li ha utilizzati per prepararsi alle Olimpiadi invernali del 1888 e del 1992. E con lui anche il fondista Christian Zorzi e la campionessa di nuoto Viola Valli. Da tempo si trovano nelle palestre dei grandi team di calcio (tra cui Ajax e Juventus). E ora sono pronti a sbarcare anche nel mercato consumer. Stiamo parlando degli elettrostimolatori, i nuovi oggetti del desiderio degli sportivi più appassionati. Niente a che vedere con gli ingombranti e poco efficaci strumenti visti nelle televendite in tv. Si tratta di gadget professionali, che promettono performance elevate anche a chi fa dello sport un semplice hobby e, magari, proprio per questo motivo non dispone di molto tempo per allenarsi.

Tra quelli in commercio, uno dei più avanzati è sicuramente Sport della Compex. Piccolo come un cellulare, aiuta a ricostruire e potenziare i tessuti muscolari, riducendo al tempo stesso il rischio di infortuni: con una stimolazione di pochi secondi permette di ottenere gli stessi risultati di chilometri di corsa o di molti sollevamenti di pesi. L’azienda produttrice parla di risultati davvero significativi: +35% di massa muscolare per chi non fa sport abitualmente; +50% per chi lo fa di frequente; +80% per i body-builder. E questo perché Sport agisce in maniera diffusa su tutte le fibre muscolari, che diventano più recettivi ai segnali inviati dal cervello.
Chi lo ha provato dice che la stimolazione provoca un leggero dolore. Soprattutto all’inizio. Ma non è elettro-shock. E poi, più lo si utilizza, più ci si abitua.

Il futuro di Facebook

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