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Il boom del Godcasting

Una religione sempre a portata di auricolare. È il fenomeno del “Godcasting”, evoluzione spirituale del più noto podcasting, la pratica di scaricare da Internet file audio e ascoltarli col lettore mp3. Quando si incontrano giovani e adulti con gli auricolari per strada, in metropolitana o in fila a uno sportello, insomma, non è detto che stiano ascoltando gli ultimi successi musicali: potrebbero avere anche l’ultima omelia in cattedrale, meditazioni bibliche, oppure, se di altra fede, un mantra buddista o un’invocazione ad Allah.

Radio Vaticana è stata una delle prime emittenti a credere nel nuovo trend. “Per una radio” spiega il responsabile del Web team dell’emittente pontificia Pietro Cocco “l’uso del podcast dà il vantaggio di sfruttare una diffusione capillare: una rivoluzione per la divulgazione dei temi religiosi sul web. Noi abbiamo puntato all’obiettivo di una maggiore fruibilità”.

Radio Vaticana, che attualmente offre 11 canali di podcast in altrettante lingue, punta ad ampliare l’offerta a tutte le 39 lingue utilizzate nei programmi e a diversificare disponibilità e accesso ai contenuti, comprese le preghiere del Rosario o della Compieta, o trasmissioni come Radioquaresima.
Decine sono i siti cattolici che offrono servizi analoghi. È il caso, ad esempio, di Praystation Portable Podcast (nome evidentemente mutuato dalla playstation) da cui scaricare Lodi e Vespri della Liturgia delle ore. Il sito floscarmeli.org consente il download di intere udienze generale di Papa Benedetto XVI. Che, avendo per le mani un iPod, regalatogli dai dipendenti di Radio Vaticana, ha  commentato, con accenti wojtyliani: “Non abbiate paura delle tecnologie, apritevi alla rete”.

Il bello di Internet


Internet consente di veicolare un numero enorme di informazioni e di comunicare da un capo all’altro del mondo. Peccato che vi sia una controindicazione. La spiega a teatro, in due battute fulminanti, il comico Corrado Guzzanti. Guarda il video su Youtube.

I rischi del download illegale

Il logo di uno dei più celebri programmi di interscambio online (Flickr - Onion83)

Non si illudano gli aficionados del P2P illegale: scaricare gratuitamente mp3, film e software protetti da copyright, è ancora attività a rischio. Ce lo hanno confermato, all’indomani della storica  sentenza (n. 149/07) della Cassazione che ha assolto due ragazzi del Politecnico di Torino, quasi tutti gli avvocati che abbiamo consultato. La Corte, ci hanno detto, fa chiarezza – dal punto di vista penale - su un’ipotesi di reato avvenuto nel 1999, prima dell’entrata in vigore della cd Legge Urbani, che ha modificato in senso restrittivo (per i downloader) la normativa n. 633/41 sul diritto d’autore. Non costituisce in sostanza un precedente. Vale per il passato.

Scaricare e (a maggior ragione) uplodare è attività illegale, secondo l’interpretazione giurisprudenziale prevalente, anche quando non vi sia palese scopo di lucro (per farne commercio). Basta che vi sia l’intenzione, secondo la legge Urbani, di «trarne profitto». Una dicitura giuridica che, secondo l’interpretazione sostenuta dalle major, significa sostanzialmente una cosa: downloadare e uploadare file illegali – anche a uso esclusivamente personale – configura un profitto individuale: il risparmio sul prezzo di acquisto del prodotto. Ed è quindi punibile ai sensi degli articoli 171 bis e ter della legge sul copyright modificata con decreto Urbani.

Certo, la questione, oltre che giurispridenziale, è politica. O meglio, è legata alla lettera della normativa, ma – caso per caso – i giudici sono chiamati anche a inquadrare la logica del legislatore, in un contesto in rapida trasformazione tecnologica, dove le due lobby, quella del «copyleft» e quella delle major, si fanno sentire eccome. Anche a colpi di pareri giurisprudenziali. Leggetevi, ad esempio, l’opinione dell’ Avv. Carlo Blengino, su

Altalex.com, il portale dove vengono pubblicate tutte le sentenze che fanno giurisprudenza. Come si vede, la questione è aperta. Il dibattito giurisprudenziale è in corso. Nessuno può cantare vittoria: né le major né i partigiani del copyleft, tra cui spiccano l’ex ministro Roberto Maroni e il cantautore Antonello Venditti.

Al di là del dibattito giurisprudenziale, per ora in Italia chi scarica e mette a disposizione file protetti da copyright, rischia poco. Le cause penali sono ancora troppo poche per definire un’interpretazione giurisprudenziale dominante. I server su cui si appoggiano i file scambiati con il P2P sono spesso localizzati all’estero. Chi si sobbarca costi di questa natura quando a commettere il reato sono semplici navigatori, dalle mura domestiche? E - anche secondo le major – le difficoltà tecniche a rintracciare (e poi fare causa) i downloader illegali rendono le azioni rare e, certamente, antieconomiche. Dal punto di vista penale, però, sembra assodato che l’attività di semplice download sia perseguibile, con una sanzione amministrativa (152 euro per file illegale), mentre

quella di file-sharing (cioé quella che fanno tutti i downloader online, attraverso una serie di programmi P2P come Emule o Xtorrent) è di fatto attività punita penalmente, con sanzioni che vanno dai 6 mesi ai tre anni, qualora vi siano intenzioni di trarne profitto. Affrontare la questione esclusivamente sul piano legale è però riduttivo. Perché la giurisprudenza sta muovendo soltanto i primi passi su un terreno, quello tecnologico, che corre assai più delle leggi. Intanto, sul piano del diritto civile, coloro che si sentono danneggiati possono chiedere i danni. Anche agli studenti di Torino.

FONTI

  • Legge sul diritto d’autore
  • Gli articoli chiave
  • La sentenza della Terza Corte di Cassazione
  • Decreto Urbani
  • Punto informatico.it
  • Il parere dell’avvocato copyleft
  • Think Different: vota Bill Gates

    La foto segnaletica del fondatore della Microsoft quando fu arrestato dalla polizia di Albuquerque, New Mexico, nel 1977

    Steve Jobs (Mac) contro Bill Gates (Pc). Il libertario contro l’uomo d’ordine. L’esteta contro il vampiro dell’information technology. L’uomo d’arte contro il nerd monopolista. L’immaginario è questo. Che piaccia o meno. Come ai tempi dell’Italia divisa tra coppiani laici e colti e bartaliani cattolici e un po’ zotici, i fan dei due king dell’IT continuano a innalzare steccati, nutrendo uno scontro, tutto immaginario, che ricorda vagamente quello tra curve avversarie.

    A guardare più in profondità, ci si accorge che in realtà le cose non stanno proprio così. Un po’ perché, lungi dall’essere un uomo in odore di santità, anche Jobs, classe 1948 come il suo rivale, ha i suoi scheletri negli armadi, tra cui le sterminate iPod City, 200 mila abitanti, dove gli operai cinesi sono costretti a produrre e assemblare - per qualche dollaro al giorno e in condizioni da far vibrare i polsi - gli oggetti più cool del momento. Scrive Leander Kahney, firma di punta di Wired: “Gates sta distribuendole sue fortune con lo stesso gusto con cui le ha accumulate: milioni di dollari in beneficienza per alleviare i problemi sanitari del pianeta”. Al contrario, l’unica attività sociale che abbia compiuto il numero uno della Mac (il 67esimo uomo più ricco d’America secondo Forbes) è quella di aver sostenuto la campagna di Johnny Kerry nella campagna presidenziale del 2004. Un po’ poco per un uomo che della filosofia Think Different e della lotta contro il razzismo ha fatto un marchio di successo. Un marchio, appunto: per incrementare le vendite dei suoi gadget. Le grandi ricchezze - dice Leander Kahney - non fanno i grandi uomini.

    Lo scontro tra Bill Gates e Steve Jobs in un video satirico su Youtube

    Il futuro di Facebook

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