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Una giovane di Napoli ha intenzione di fare causa a Facebook. Il motivo? Violazione della privacy. La ragazza, infatti, si sente danneggiata perché è stata appena lasciata dal fidanzato, che ha trovato sul popolare social network alcune foto di lei abbracciata a un altro. Da qui una crisi irreversibile, che ha fatto ‘scoppiare’ la coppia e l’ha portata a rivolgersi ad Aidacon, Associazione Italiana a Difesa dell’Ambiente e del Consumatore. Nelle stesse ore, invece, si è saputo che l’infermiera dell’ospedale di Udine che ha diffuso sempre su Facebook foto di alcuni pazienti è indagata dalla Procura della città friulana.
Indubbiamente la questione privacy rischia di diventare la spina nel fianco dei social network. Oggi milioni di individui possono condividere contenuti e risorse, ma mancano adeguate tutele per tutti coloro che in questa libertà digitale vedono un pericolo per il proprio diritto alla riservatezza.
Forse è il caso che ognuno di noi inizi un percorso di autotutela che – per quanto non infallibile – porti a una maggior consapevolezza nell’uso del web 2.0.
Una prima regola: non pubblicare nulla (testi, foto, video) che possa diventare fonte di imbarazzo. Non solo nell’immediato, ma anche (o soprattutto) tra qualche anno. Molto semplice, ma funziona. Sarebbe interessante far emergere altre regole utili, magari proprio dai vostri commenti.
Se volevamo un gesto eclatante, eccolo servito. In Inghilterra YouTube ha deciso infatti di bloccare l’accesso a decine di migliaia di videoclip, dopo il fallimento delle trattative per la gestione del diritto d’autore. I video ufficiali caricati da major ed etichette indipendenti verranno oscurati entro un paio di giorni, rendendoli irraggiungibili a chi si connette dalla Gran Bretagna.
Il motivo? Protestare contro l’atteggiamento di Prs for Music, l’ente che si occupa della raccolta delle royalty per conto degli associati. La conferma è arrivata dallo stesso management europeo del portale di video-sharing, che ha definito “proibitiva” la somma richiesta dall’ente inglese al momento di rinnovare l’accordo.
Da qui la scelta di protestare in modo vibrato contro Prs for Music, accusato di aver mandato a monte le contrattazioni. A pagarne le conseguenze saranno i 35 milioni di utenti inglesi, che in capo a pochi giorni saranno messi nelle condizioni di non poter più trovare video e contenuti uploadati dalle case discografiche. Niente cambierà, invece, per video e performance live riprese e caricate dagli utenti, che ad ogni buon conto costituiscono ancora la maggior parte dei contenuti musicali presenti sul portale di casa Google.
Ma i problemi non finiscono qui. Prs for Music continua a non voler dare a YouTube la lista di artisti che rientrerebbero nella nuova bozza d’accordo. Inoltre, in una nota, l’ente che rappresenta musicisti, editori e autori inglesi ha motivato l’aumento della cifra chiesta a YouTube sulla base del crescente numero di visitatori del sito.
Un ragionamento su cui varrebbe la pena riflettere e che onestamente non ci convince: Prs for Music sostiene che se YouTube paga una cifra concordata per un certo numero di video, e poi quegli stessi video vengono cliccati molte più volte del previsto, si finisce col sottopagare gli artisti. Da qui la volontà/necessità di alzare la posta, chiedendo una cifra che tenga conto della differenza tra visite presunte ed effettive.

Qualità e ordine rendono la vita più semplice. Specie online, dove ogni giorno ognuno di noi rischia di essere soffocato da una quantità enorme di informazioni. Una delle prime sfide da affrontare è imparare a gestire il proprio account e-mail in modo produttivo, così da risparmiare tempo, guadagnare in efficienza ed evitare di passare mattinate o pomeriggi interi incollati allo schermo.
Provo quindi a compilare una personale guida di sopravvivenza a Gmail.
Premessa
Ho aperto un account Gmail per gestire 4 indirizzi di posta elettronica (tre di lavoro, uno personale), che si traducono minimo in un centinaio di e-mail al giorno. Un servizio web-based mi dà inoltre la possibilità di controllare la posta anche da postazioni diverse dalla mia.
Etichette, etichette, etichette …
Primo obiettivo: fare ordine usando le etichette. Le ho organizzate su due livelli: uno con i nomi di tutti i miei clienti e delle riviste per cui scrivo. Questo mi consente di dividere i messaggi per “canale” e, all’occorrenza, recuperarli tutti con un semplice click.
Secondo obiettivo: usare le etichette per attribuire ai messaggi un diverso livello di urgenza (sullo stile del metodo Triage).
“Urgente”: da smistate prima possibile, ma non immediatamente (c’è chi suggerisce la sigla ASAP, “As Soon As Possibile”).
“Dopo”: da aprire tranquillamente a fine giornata, verso le 19.
“Ok”: tutte le e-mail di cui non mi devo più preoccupare.
Accanto a queste ci sono i messaggi urgentissimi per cui non uso nemmeno etichette, perché vanno gestiti immediatamente.
Una sessione sull’account Gmail si traduce in: smistare le mail urgentissime, applicare le etichette alle altre, chiudere. Dieci minuti al massimo.
… ma anche “etichetta”
Il secondo passo è stato modificare il mio atteggiamento (ma anche quello degli altri) nei confronti della posta elettronica.
- Non controllo la posta come prima azione del mattino: mi distrae.
- Il primo controllo, salvo casi più unici che rari, avviene alle 10. Poi a intervalli regolari di tre ore. Non controllo la posta dopo le 19 e nei weekend.
- Non alimento discussioni inutili, fatte di “grazie”, “prego” e altri convenevoli.
- Quando possibile, uso Skype per effettuare task semi-automatici (es: l’invio urgente di un allegato, di un link o un messaggio brevissimo per cui scrivere una mail sarebbe esagerato).
- Per le emergenze uso (e convinco a usare) il cellulare. Scrivere una mail a una persona e pretendere una risposta entro 5 minuti è sbagliato e fuorviante. Quindi se c’è bisogno di un’informazione in automatico, chiamo o mi faccio chiamare.
- Uso in modo a dir poco drastico il comando “segnala come spam”. Gli uffici stampa che mandano comunicati a pioggia, giusto per fare un esempio, o che mi scrivono segnalandomi “l’ultima festa dei Vampiri di Milano” sono avvisati. ;)
- La chat è disattivata.
Primi risultati: notevole risparmio di tempo, miglior gestione delle informazioni, più ordine, meno stress. Ovviamente è un metodo motlo artigianale, basato sulle mie esigenze. Sono curioso di sapere se esistono strategie di sopravvivenza analoghe alla mia, magari tra chi usa Outlook, Outlook Express o Thunderbird.
Non è la prima volta che Skype finisce nel mirino di autorità e istituzioni. L’impossibilità di intercettare le chiamate VoIP è vista come una pericolosa seccatura, nonché come un concreto vantaggio nelle mani ora della criminalità organizzata, ora del terrorismo internazionale.
In questo senso, le recenti dichiarazioni del ministro Maroni, disposto a richiedere l’intervento dell’Unione europea, non sono nuove.
Nel gennaio del 2006, a puntare il dito contro Skype e altre piattaforme VoIP era stato il Communication Research Network, gruppo di lavoro fondato presso il Mit di Boston, che comprende imprenditori, esperti, policy makers ed esponenti del mondo accademico. La tesi era la simile a quella usata dal Viminale in questi giorni, ma in qualche modo più ingenua: le tecnologie proprietarie e le comunicazioni criptate, si disse, possono fornire a cybercriminali e malintenzionati una piattaforma sicura per lo spamming oppure attaccare i siti web. Da qui la necessità, sempre secondo il Communication Research Network, di mettere mano ai vari Skype e Vonage e renderli più “trasparenti”, almeno per l’occhio vigile delle cyber-polizie.
L’anno seguente, Joerg Ziercke – presidente dell’ufficio di Polizia federale tedesca – ha rilanciato: Skype crea grosse difficoltà nella lotta contro il terrorismo internazionale, disse, poiché il sistema di cifratura non è pubblico. Da qui la volontà di creare una task force con il preciso compito di mettere a punto una sorta di “spyware di stato” in grado di intercettare telefonate e chat e supportare le indagini tradizionali.
In entrambi i casi, ci siamo chiesti: tra il bisogno di tutelare la sicurezza nazionale e quello di difendere la privacy e i diritti dei cittadini, chi deve avere la meglio? Tuttavia, le dichiarazioni del Communication Research Network e della Bundespolizei tedesca generarono una serie abbastanza contenuta di risposte e prese di posizione.
Niente a che vedere con il polverone nato in un altro momento, quando si è saputo che Skype, assieme alla consociata Tom Online, controllava e “filtrava” il traffico degli utenti VoIP in Cina: la polemica divampò per giorni e lo stesso Niklas Zennstrom (fondatore assieme a Janus Friis) dovette intervenire per placare gli animi. Skype è obbligata a conformarsi alle leggi locali, disse da Londra, e quindi questa era l’unica strada percorribile in Cina. Paese che tra l’altro rappresentava all’epoca uno dei tre mercati principali di Skype, assieme a Usa e Germania.
Ora, se Skype un giorno dovesse consegnare agli inquirenti i codici necessari a decriptare i contenuti VoIP, molto probabilmente perderebbe in termini di credibilità e fiducia da parte degli utenti stessi. E fin qui siamo tutti più o meno d’accordo. Tuttavia l’arcano rimane: perché se la Cina “sorveglia” Skype subito si agita lo spettro della censura, mentre se è il civilissimo Occidente a proporre una cosa simile non ci indigniamo allo stesso modo?
Non avrà ancora una sua collocazione nell’universo dei media sociali, ma una cosa è certa: Twitter è irresistibile. Consente di aggiornare in modo rapido il proprio status, viene utilizzato per segnalare link interessanti, permette di seguire in diretta fatti di cronaca, finendo col battere sul tempo gli stessi media mainstream. Fondato nel marzo 2006 come semplice progetto di ricerca, in quasi tre anni ha ottenuto una fama mondiale, mentre l’interesse nei suoi confronti non accenna a calare.
Tanto che, da sabato scorso, alla popolare piattaforma di microblogging si è iscritto un utente che certamente non passerà inosservato: il XIV Dalai Lama e Premio Nobel per la Pace Tenzin Gyatso. Si, perché l’account @OHHDL non è altro che l’acronimo di “The Office of His Holiness The Dalai Lama”, dipartimento che si occupa di gestire il rapporto con i mass media e le Relazioni Pubbliche del leader spirituale tibetano.
La scelta arriva in un momento di crescente attenzione di istituzioni e personaggi pubblici per il 2.0: il presidente degli Stati Uniti Barack Obama lo ha utilizzato per costruire buona parte del suo consenso (senza dimenticare che gran parte della raccolta fondi è passata proprio per il web), mentre il Congresso americano o il Vaticano hanno appena inaugurato i loro canali ufficiali su YouTube.
Il Dalai Lama - arrivato oggi a Roma per ottenere la cittadinanza onoraria - è già presente da tempo su MySpace (dove la voce “Occupation” riporta la dicitura “Spiritual Leader”) mentre su Facebook si può scegliere tra l’applicazione “Quotes” – che integra a rotazione sul proprio profilo una delle sue frasi celebri – e la pagina “Personaggio pubblico”, che ha già superato i 120 mila fan.
Su Twitter, i “cinguetti” sono iniziati solo da 48 ore scarse e finora sono stati postati una cinquantina di messaggi, rigorosamente entro i 140 caratteri. Tuttavia @OHHDL è già seguito da oltre 17 mila persone. Finora si è occupato delle lezioni e dei prossimi incontri pubblici di Tenzin Gyatso, ha postato qualche link al sito ufficiale www.dalailama.com, ma ha avuto modo anche di riflettere genericamente sulla censura a Internet da parte del governo cinese.
Insomma, è ovvio che si stanno prendendo le misure del nuovo mezzo, cercando di orientarsi e capirne le potenzialità. Ci vorrà un po’ di tempo prima di entrare a regime. Certo è che Twitter consentirà una maggiore interattività rispetto ad altre piattaforme (pensiamo ai video della Santa Sede: centinaia di migliaia di visite, ma in proporzione pochi commenti) e un confronto diretto, orizzontale e immediato con i followers. A questo si aggiunga la possibilità di fare “news making” in tempo reale: particolare non trascurabile, se pensiamo a tutte le storiche battaglie e all’impegno profuso sul fronte dei diritti umani in Tibet.
YouTube ora fa sul serio. Dopo aver archiviato un 2008 vissuto non certo da protagonista, il portale video di Google sta costruendo la sua riscossa. Il terreno fertile per generare ricavi in modo credibile e continuativo c’è: 300 milioni di utenti al mese e un interesse planetario da parte di navigatori, aziende e istituzioni pubbliche.
Ora si tratta solo di trovare la giusta strategia per mettere a valore questo enorme potenziale, opportunità che Google non vuole (e non può) lasciarsi scappare, se non altro perché il gioiellino del video-sharing gli è costato qualcosa come 1,3 miliardi di euro.
Il “new deal”di YouTube inizia da un più solido rapporto con le istituzioni politiche, come a voler ottenere un crisma di ufficialità. Così, se fino a qualche mese fa politici e deputati americani caricavano in modo semi-artigianale i loro filmati (peraltro in piena sintonia con il motto “Broadcast Yourself”), adesso hanno a loro disposizione due canali ufficiali – uno per la Camera dei Rappresentanti e uno per il Senato – e uno staff che li aiuterà a coordinare lo sbarco sul 2.0.
Sarà anche merito di Barack Obama e della sua storica campagna elettorale; certo è che nessuna istituzione politica di rilievo ora può permettersi di trascurare questo trend. Dell’appeal di YouTube se n’è accorta anche la Santa Sede (non certo una Ferrari quanto a modernità), che si sta costruendo un canale tutto suo da usare come nuovo pulpito digitale.
Negli ultimi mesi c’è stata una ridda di nuove feature, che se da un lato fanno pensare a un rilancio della piattaforma, dall’altro sottolineano una maggior maturità e consapevolezza della stessa azienda di Mountain View, che ora punta anche a razionalizzare gli asset.
Google Video chiuderà nel giro di qualche mese, vista l’evidente ridondanza in termini di servizio offerto. Intanto YouTube sperimenta il download dei video e i sottotitoli. Poi ci sono gli overlay pubblicitari, forse un po’ fastidiosi ma perfettamente rispondenti alla necessità di monetizzare gli user generated content, che ad oggi rappresentano oltre la metà dei contenuti presenti. C’è spazio anche per “click-to-buy”, iniziativa legata all’e-commerce che coinvolge nomi di primo piano come Amazon e iTunes.
Poi c’è una gestione più attenta del diritto d’autore e dei contenuti “forti”. Messa da parte l’improvvisazione della prima fase, fonte di non poche preoccupazioni, si silenziano i video che violano il copyright e si procede a spron battuto verso nuovi accordi con le major e le emittenti televisive. D’altra parte si bloccano i filmati ritenuti sconvenienti. Basterà tutto questo per fare del 2009 l’anno del cambiamento?
A meno di clamorose iniziative dell’ultim’ora, l’edizione 2009 del Consumer Electronic Show di Las Vegas verrà ricordata per due elementi. Il primo è la crisi economica che ha tagliato budget, espositori e numero di visitatori. Il secondo è l’annuncio del matrimonio – tecnologico e contenutistico - tra Internet e televisione.
Produttori come LG Electronics, Samsung e Toshiba hanno infatti presentato ufficialmente, dopo le indiscrezioni dello scorso anno, nuovi modelli di tv color Lcd e plasma dotati di memoria, processore e caratterizzati dalla possibilità di accedere – seppure in forma limitata – al web.
Quanto ai contenuti, la stessa LG Electronics ha annunciato una partnership con Netflix, sito web di distribuzione contenuti video online, per mettere a disposizione i circa 12 mila titoli (tra film e serie tv) del servizio Netflix Watch Instantly. Il web odierno è però sempre più legato alla socialità e alla condivisione di esperienze personali e collettive, e non solo la piattaforma più immediata per la fruizione di contenuti. In questo ambito arriva la notizia forse più interessante, se non altro per le implicazioni tecnologiche e sociali che potrà riservarci nel prossimo futuro.
Yahoo! e Intel, come già anticipato lo scorso Agosto, hanno unito le forze per dar vita a The Widget Channel, framework multimediale che consentirà ai possessori di un televisore con processore IntelMedia CE 3100 un’interazione di tipo “internettaro”. E tutto grazie a un set di mini-applicazioni Java o Xml pensato per rendere l’esperienza tv qualcosa di molto simile al 2.0. Grazie ai widget di Yahoo! sarà così possibile ottenere in tempo reale informazioni finanziarie, consultare il meteo oppure darsi al photo sharing. L’elenco di attività possibili è destinato a diventare lunghissimo, come già oggi accade per computer e dispositivi mobili: l’unico limite di queste applicazioni è infatti la fantasia degli sviluppatori esterni, cui presto sarà fornito il Widget Development Kit.
MySpace, dal canto suo, tenta il salto di qualità e sbarca in tv con un suo widget che porta l’esperienza del social network in palinsesto. Loggandosi tramite MySpaceID, sarà infatti possibile gestire la propria socialità 2.0, interagire con gli amici, spedire messaggi, ricevere notifiche, chattare, aggiornare il proprio status. Ma non solo, perché poi gli utilizzi “indiretti” possono essere molti: come ad esempio, aggiornare i propri contatti sul risultato di un’importante match sportivo, oppure segnalare via instant messaging un film o di un programma televisivo ritenuto interessante.
In tutta questa ridda di cambiamenti (forse la parola più giusta è mutazioni), i programmi televisivi rimangono un po’ sullo sfondo, quasi fossero un semplice complemento d’arredo del super-media Internet, l’enorme involucro/incubatoio che ormai fagocita tutto, dalle nostre esperienze personali fino a Law & Order.
Da un punto di vista pratico, MySpace avrà la possibilità di recuperare parte del ritardo accumulato nei confronti di Facebook, raggiungendo un pubblico più ampio e configurandosi come “media domestico”, liberandosi quindi dalla fastidiosa etichetta di spauracchio delle famiglie americane, preoccupate riguardo ai rischi corsi da adolescenti sempre più “disinibiti” e soli davanti al personal computer.
Inoltre, l’iniziativa conferma la voglia del social network di fare il media portal. Non è un caso se l’azienda, in una nota ufficiale, ha sottolineato le opportunità commerciali connesse alla commercializzazione del nuovo widget: dall’apertura al mercato televisivo in senso proprio fino ai lettori Dvd, dalla produzione di set-top-box fino ad altre apparecchiature per la connessione alla Rete. L’IPTv o il video-on-demand di MySpace, insomma, potrebbero essere dietro l’angolo.
Molte persone, un’unica voce. Ha del rivoluzionario il motto di MixedInk, piattaforma social che permette a gruppi di persone di organizzare idee, esperienze e opinioni in un unico testo. La versione pubblica del nuovo servizio ha debuttato ieri dopo una lunga fase di gestazione. L’omonima azienda, infatti, è stata fondata nell’aprile 2007 allo scopo di creare un’applicazione web-based per la scrittura collaborativa.
Un’idea quanto mai semplice, che si potrebbe descrivere come la sintesi di un wiki e di un sistema di rating alla Digg. Ma i quattro ideatori di MixedInk la stanno pensando in grande. Lo si capisce dall’iniziativa collaterale lanciata in concomitanza con il debutto della piattaforma: una partnership con il sito di informazione Slate.com per coinvolgere utenti, appassionati e lettori nella realizzazione a più mani del discorso inaugurale del presidente neoeletto Barack Obama.
Intanto MixedInk va a collocarsi in un segmento fortemente presidiato da nomi ben più blasonati. Basti pensare a Google Docs, ma anche a Zoho, suite per la produttività della californiana AdventNet oggi utilizzata da circa 8 mila aziende nel mondo. A queste si affianca la soluzione proposta proprio ieri da Apple con il nuovo iWork.com, beta pubblica per la pubblicazione online di documenti di testo, fogli di calcolo e presentazioni. Poi, a seguire, una miriade di nomi tra cui Huddle, che combina il project management online a funzioni tipiche del social network, il più classico Weboffice oppure l’avveniristico mondo virtuale di Qwaq.
Come potersi affermare, quindi, in un mercato apparentemente saturo? Innanzitutto, visto che i principali servizi sono ottimizzati per gruppi relativamente piccoli, MixedInk promette di allargare la base dei collaboratori a un numero più consistente di persone. Poi, ispirandosi a un sistema di voti, ribalta il concetto di collaborazione online. Gli utenti, infatti, invece di continuare a mettere le mani sullo stesso documento (fonte questa di un’enormità di problemi in termini di ordine e pulizia del lavoro) sottopongono una propria bozza che viene letteralmente messa ai voti. Da qui la realizzazione di una classifica in base alla preferenze che è innanzitutto un esercizio di democrazia applicato al lavoro d’ufficio.
Al momento MixedInk ha rilasciato due versioni del programma. La prima è gratuita e gratuita, ma è all’ambiente delle medie e grandi imprese che MixedInk punta con maggiore decisione, dove il cloud computing è ormai sulla bocca di tutti: per loro sono previste una formula premium a pagamento e la possibilità di integrare il tool nel sito aziendale.
L’imperativo è svecchiarsi e recuperare in fretta il terreno perduto negli ultimi anni. Excite tira dritto su questa strada e oggi lancia Bookmarks, piattaforma di social bookmarking che consente agli iscritti di salvare, votare e condividere pagine web all’interno della community.
La struttura è delle più semplici: Excite Bookmarks è un semplice servizio di navigazione che conserva le anteprime delle pagine salvate, affiancato da uno strumento di rating alla Digg tramite il quale i contenuti vengono riordinati in base alla popolarità e alle scelte degli utenti.
In home page, sulla destra, è presente un barra di ricerca per parole chiave, mentre all’onnipresente tag cloud spetta il compito di restituire, visualizzandoli, i termini più utilizzati.
Infine, abbozzando l’effetto-syndication, è possibile sottoscrivere gli Rss di uno o più utenti, in modo da leggere i flussi di news tramite reader o integrarli nella home page Excite Mix. Un servizio quest’ultimo che ricorda molto da vicino (forse troppo) Netvibes, anche se ha il pregio di essere graficamente più ordinato e fruibile.
La montagna ha partorito un topolino? Quasi impossibile rispondere di no. Le somiglianze con i più conosciuti, quotati e utilizzati Delicious o StumbleUpon sono evidenti e, a ben vedere, non vengono aggiunte funzionalità originali. Niente insomma che ci faccia gridare alla netx big thing in tema di social bookmarking.
E sul suo futuro pesano molte altre incognite. Nulla infatti viene ancora detto riguardo alla possibilità di aggregare Excite Bookmarks in piattaforme stile FriendFeed, scelta che in futuro potrebbe rivelarsi importantissima per aumentarne la diffusione.
Inoltre, particolare non trascurabile, Delicious, Digg, Yahoo! Buzz e altri sono decisamente più comodi da usare perché editori online e content provider a vario titolo (giornali, webzine, siti e blog) molto spesso includono l’apposito comando in calce a post e articoli. Nel caso di Excite Bookmarks, per salvare una pagina occorre passare necessariamente per l’home page. Siamo quindi di fronte a un’utile piattaforma aggiuntiva per i 7 milioni di utenti Excite (un milione nella sola Italia, secondo i dati forniti dall’azienda) ma i cui destini sono ancora tutti da scrivere.
Certo è che l’impegno per un rilancio in tempi brevi è evidente. Dopotutto Excite è uno dei primi grandi nomi del web, attivo come motore di ricerca già quando le dot.com erano in piena ascesa. La crisi - economica e di identità - è iniziata con l’affermarsi di Altavista e Google: da qui una via crucis fatta di continui passaggi di proprietà e dolorose ristrutturazioni. Dalle trattative (fallite) con Yahoo! alla disavventura di Excite@Home; dall’acquisizione da parte di AT&T alla spartizione tra iWon (che negli States detiene il marchio) e Excite Europe. Poi Tiscali, Ask.com e ora, dall’ottobre 2007, GoAdv, media-company operante nel campo del marketing digitale che controlla anche il network di siti verticali Better Deals.
L’azienda assicura che Bookmarks è solo il primo passo di una strategia volta a rimettere in carreggiata i portali del gruppo e i servizi correlati. La sfida è lanciata, quindi, ma non sembra delle più agevoli.
L’informazione via web è sempre più importante. Un ulteriore riconoscimento arriva dal comitato organizzatore del Premio Pulitzer, che in queste ore ha reso nota la decisione di aprirsi al mondo dell’online.
A partire dall’edizione 2009, infatti, saranno permesse le candidature di quotidiani e testate esclusivamente digitali, che potranno iscriversi in tutte le 14 categorie del più importante riconoscimento giornalistico del mondo. Tre i requisiti da rispettare per non essere esclusi dalla competizione organizzata dalla Columbia University: verranno ammesse solo realtà statunitensi che pubblicano a cadenza almeno settimanale e sono dedicate principalmente alla produzione di news originali. Come di consueto, invece, non potranno iscriversi siti web di magazine, periodici, radio ed emittenti televisive.
Il Pulitzer non è nuovo a decisioni di questo tipo. Nel 2006 gli organizzatori avevano operato una prima, timida apertura con l’inclusione dei soli siti web dei quotidiani. Alle testate esclusivamente digitali invece non era permesso iscriversi, se non nelle categorie dedicate alle breaking news e alle foto di cronaca.
Da oggi il Pulitzer invece muove un ulteriore passo verso la Rete e le sue dinamiche, facendo esplicito riferimento non solo a testi pubblicati online, ma anche a grafica interattiva e web video. Ironia della sorte, la decisione arriva in un momento non certo roseo per i media tradizionali. Negli Stati Uniti, la fabbrica delle news sta vivendo una profonda crisi di ricavi, audience e modelli di business, con lettori e advertising che snobbano i quotidiani e preferiscono l’informazione del web.
Intanto, mentre la notizia sta facendo il giro del mondo, non manca chi ne evidenzia le ambiguità di fondo. Tra questi TechCrunch, che punta l’indice contro due passaggi poco chiari del nuovo regolamento. Il blog della Silicon Valley rileva infatti che la definizione di “giornale online” è talmente generica da includere, per assurdo, il microblogging. E, a dire il vero, la possibilità di fare cronaca usando Twitter e altre piattaforme social non è proprio campata in aria, vista l’ottima copertura offerta in occasione dei recenti attentati di Mumbai.
A parte questa boutade di Arrington e soci, è prevista l’esclusione di tutti quegli articoli che, dopo una prima pubblicazione, sono stati modificati o aggiornati. TechCrunch sostiene che così si perde uno dei principali vantaggi dell’online: la possibilità di produrre contenuti che variano e si aggiornano nel tempo. Al contrario – e con un minimo di buon senso – è ovvio che il comitato organizzatore ha voluto evitare polemiche con web editor e testate online in concorso, da oggi obbligate – pena l’esclusione – a scrivere articoli fatti e finiti, sempre se vogliono partecipare.
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