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Google sempre più vicino ai media sociali

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Anche Google sembra non resistere al fascino del 2.0. A suggerircelo sono tanti piccoli particolari che, messi assieme, ricostruiscono un complesso cammino verso la piena condivisione di contenuti tra utenti.

Due settimane fa ha introdotto un nuovo servizio che indicizza i profili pubblici e consente di effettuare ricerche al loro interno permettendoci, ad esempio, di restringere il campo a una data area geografica oppure di inserire il nome di un’azienda per trovare chi ci lavora o ci ha lavorato.

Non che la ricerca dei profili faccia impazzire, anzi. Le prestazioni non sono eccezionali, ma di certo rappresenta un primo, importante passo verso la costruzione di una community online, di cui anche i Google Groups possono costituire uno degli embrioni.

Oggi però l’azienda di Mountain View è tornata alla carica, dando dimostrazione di non volersi fermare. È bastato un breve passaparola su Twitter (tanto per dire quali posso essere gli utilizzi inaspettati del micro-messaging) per far circolare la notizia che Google sta costruendo, mattone dopo mattone, la sua rete sociale. Sì perché gli utenti si sono accorti, quasi per caso, che è possibile importare nel proprio profilo le foto caricate su Picasa Web Album, sito di condivisione foto offerto dalla stessa Google, ma anche su portali esterni come Flickr.

Ogni profilo pubblico diventa così un contenitore che riunisce gli Rss di siti e blog, il micro-messaging di Twitter o Jaiku, il social bookmarking di Google Reader, i video di YouTube e le mappe. A questo si aggiungano poi le nuove funzioni di videochat implementate su Gmail o la trentina scarsa di servizi on line proposti dal sito principale ed ecco confezionato il salto quantico verso social networking e digital lifestreaming.

A ben vedere, il percorso evolutivo che si sta profilando è diverso rispetto a quello seguito negli ultimi anni dai social media. Il 2.0 ha visto dapprima un proliferare di piattaforme differenti, con la conseguente necessità di associarle all’interno di un unico contenitore. Qui il contenitore c’era già – il motore di ricerca – ed è bastato dare un verso alle decine di prodotti sfornati dai Google Labs.

Ma la rincorsa a FriendFeed non riguarda solo la Grande G. Nei giorni scorsi la presentazione della nuova suite Windows Live – ormai un aggregatore di user generated content – ha fatto capire che anche Microsoft vuole recuperare (e in fretta) il terreno perduto su questo fronte. Sulla stessa scia si muove Yahoo!, sempre più impegnata a realizzare – anche grazie al nuovo profilo personale - una piattaforma open che consenta agli utenti di gestire attività, contatti, informazioni personali e condivisione di contenuti.

Google ora studia dove colpisce l’influenza

Il logo di Google
Pochi giorni dopo aver donato 14 milioni di dollari per la ricerca su Sars, aviaria, malaria e Hiv, Google.org è di nuovo in prima linea sul fronte salute. Stavolta però non si tratta di infezioni gravi o virus mortali, ma della più comune (e, statisticamente, meno pericolosa) influenza.

La divisione “socialmente responsabile” di Mountain View ha infatti annunciato in queste ore il lancio di un nuovo servizio on line, Google Flu Trends, che consentirà attraverso un apposito portale di monitorare situazione ed evolversi del virus dell’influenza negli Stati Uniti.

Realizzato in collaborazione con Center for Disease Control and Prevention (Cdc), una delle principali e più attive unità dello U.S. Department of Health and Human Services, il progetto promette di mantenere aggiornata la popolazione e sarebbe in grado di anticipare di due settimane i tradizionali sistemi di controllo utilizzati dagli organismi sanitari nazionali.

Come? L’intuizione alla base è molto semplice: dato che sempre più persone si rivolgono a Google alla ricerca di informazioni sul proprio stato di salute, basta sapere “leggere” in modo nuovo le parole immesse. Un software sviluppato ad hoc si occuperà di tracciare tutte le query contenenti termini medici o comunque collegabili all’influenza, aggregandole tra loro e registrandone il luogo di provenienza. Da queste prime informazioni sarà possibile ricostruire su base giornaliera l’attività del virus, localizzarne l’incidenza ed evidenziare su una mappa eventuali aree critiche.

Google Flu Trends è solo il primo passo intrapreso da Google in questa direzione. Gli esperti del Cdc hanno infatti già dichiarato che presto lo stesso modello verrà applicato ad altri virus o infezioni. Intanto il progetto ha qualche zona d’ombra: il nuovo software sa come comportarsi di fronte ai cosiddetti “malati immaginari”? O i fanatici del farmaco? E le mamme iperprotettive? Evidentemente no, non si potrà mai capire chi fa sul serio e chi invece si preoccupa in modo irragionevole, nè se questi comportamenti hanno effetti rilevanti da un punto di vista statistico. Queste domande potranno anche sembrare banali, ma dopotutto viviamo nella società della medicina facile. Sarebbe utile capire se Google Flu Trends può diventare un ottimo strumento preventivo o, alla lunga, un’ulteriore fonte di allarmismo.

Eric Schmidt: “Resto a Google”

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È stato uno dei suoi principali sostenitori, lo ha votato alle Presidenziali della scorsa settimana, ma non intende entrare a far parte del suo staff. Non che Barack Obama glielo abbia chiesto ufficialmente, ma Eric Schmidt – attuale amministratore delegato di Google – ci tiene a marcare le differenze.

“Amo lavorare a Google – ha detto ai giornalisti – e sono molto felice di rimanervi.” Una frase che mette il punto alle indiscrezioni nate nei giorni scorsi dopo la sua partecipazione a una riunione informale, presieduta dal neoeletto presidente degli Stati Uniti, in cui si è discusso di crisi finanziaria e sviluppo economico. Il numero tre di Google ha dichiarato di aver percepito in Obama il desiderio di intervenire in fretta per arginare il problema e che nei prossimi mesi si aspetta dal nuovo presidente un atteggiamento attento, improntato all’ascolto e propositivo. 

Ha anche aggiunto che ne condivide la posizione sul ruolo delle cosiddette green tech (tecnologie non inquinanti) nel ridare impulso alla stagnante economia americana, creando eventualmente nuove opportunità di business e nuovi posti di lavoro in un Paese dove la disoccupazione sta diventando una piaga sociale.

Dopo gli endorsement di Vint Cerf e dello stesso Schmidt a favore del candidato democratico, in molti avevano pensato a un ruolo più attivo di Google (o anche solo di alcuni suoi dirigenti) nel complesso scenario della politica americana, un ambiente dove interessi collettivi e lobby, ragion di Stato e potere industriale spesso si incontrano fino a confondersi.

Non sarà così, non in questa forma almeno. Schmidt tornerà a occuparsi di advertising online e degli altri mille business in cui opera Google, e Obama proverà a realizzare il cambiamento promesso in campagna elettorale. A ognuno il suo, insomma. Almeno per il momento.

Il Web 2.0 secondo Al Gore

Al Gore

Tecnologie pulite, start-up e crisi economica, Facebook che acquista Twitter, MySpace che costruisce un lettore già definito iPod killer, cloud computing. Queste le parole chiave dell’edizione 2008 di Web 2.0 Summit, almeno a una prima veloce lettura. A unire i singoli argomenti è senz’altro l’idea di un Web maturo che si interfaccia col mondo cogliendone sfumature e problematiche. 

Web meets World” era il tema scelto dagli organizzatori, paventando in qualche modo una sorta di coesistenza (se non di fusione) tra due mondi –l’online e l’offline – che tutto sommato finora si sono mossi parallelamente, ognuno con le sue pratiche e le sue regole.

Lo scenario è cambiato e anche piuttosto in fretta. L’ecosistema 2.0 è intervenuto rivoluzionando filiere produttive, sistemi di scambio e condivisione sociale, modi di costruire rapporti collettivi. Si parte dalle elezioni Presidenziali e si finisce con il blog di un’associazione o di un comitato: nel mezzo un arcobaleno di soluzioni e progetti che riscrivono il senso stesso del Web nel mondo e trasformano la Rete e i media sociali da semplici piattaforme tecnologiche a strumenti concreti di intervento nel reale.

In molti si sono accorti di questa rivoluzione (in atto non da oggi, a voler essere precisi) ed è normale che, mentre il 2.0 attecchisce, si perfeziona, entra in relazione con l’esterno ci sia chi vuole accreditarsi nel ruolo di traghettatore ufficiale. O anche solo di testimonial ufficiale del cambiamento.

È il caso di Al Gore, che venerdì ha chiuso i lavori parlando di ruolo del web nel creare una nuova coscienza collettiva, emergenza ambientale, riscaldamento globale e futuro eco-sostenibile. Temi importantissimi e “di moda”, che hanno finito per strappare a Tim O’Reilly – uno degli organizzatori – una battuta a metà tra la presa in giro bonaria e il caustico: “Chi poteva immaginare che lei fosse anche il guru del Web 2.0, oltre che del global warming?”

Al Gore è un uomo poliedrico. Numero due alla Casa Bianca durante la presidenza di Bill Clinton, premio Oscar con il suo “An inconvenient Truth”, premio Nobel per la Pace nel 2007, imprenditore, scrittore, presidente di Current TV. È anche membro del Consiglio di amministrazione di Apple e senior advisor di Google. 

Avrebbe potuto limitarsi a parlare in qualità di uomo pubblico, condividendo con la platea il suo pensiero o quello delle aziende per cui lavora. Ha scelto di andare oltre, optando per il ruolo di ambasciatore (autoeletto) del 2.0 e utilizzando questo pulpito per mandare precisi segnali alla nuova classe dirigente americana, Barack Obama in testa. A San Francisco ha detto che la Rete può essere un ottimo strumento per combattere l’innalzamento delle temperature, senza però fornire esempi pratici. Ha fuso assieme politica, ambiente e hi-tech invitando a investire nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Ha parlato di automobili elettriche. Ha detto che il Web non è una questione per appassionati ma nasconde un preciso scopo sociale.

Ha parlato di Reti e mondo reale, interpretando alla perfezione il senso ultimo del Summit e tracciando allo stesso tempo prospettive e rotta futura di un meeting che, d’ora in avanti, non è difficile immaginare sempre più interessato a dare il suo contributo alla costruzione di una Società 2.0. Pazienza se nel farlo ha interpretato ancora una volta il ruolo del predicatore.   

Il microblogging sfida la crisi

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“What are you doing?” Il microblogging si declina in poco più di un migliaio di servizi, quasi tutti a loro modo cloni del più famoso Twitter. Eppure la domanda di base rimane sempre la stessa – cosa stai facendo? – e riduce la quotidianità a un flusso di messaggi da 140 caratteri, scritti via web o sms.

A rigor di logica, l’interesse per questo tipo di interazione collettiva dovrebbe essere minimo, o comunque limitato a una sfera della comunicazione molto istintiva. Due anni fa, con il debutto di Twitter e nel pieno dell’entusiasmo per i blog, pochi avrebbero scommesso su un tale successo. In seguito, dopo il lancio di aggregatori di lifestream come FriendFeed e la progressiva diffusione di strumenti di “status update” su Gmail, Facebook o LinkedIn, alcuni hanno paventato il rischio che Twitter e gli altri venissero cannibalizzati da una serie di piattaforme superiori per platea e perfettamente in grado di sostituirli quanto a funzionalità.

Ultimo dubbio, l’assenza di un modello di business. Il management ha sempre detto di voler puntare in primo luogo sulla crescita della community e non sui ricavi, alimentando con le loro dichiarazioni i dubbi di chi continuava a considerare il microblogging un semplice vezzo.

Poi tutto è cambiato. Il microblogging è cresciuto in modo esponenziale e si è evoluto lungo almeno tre dimensioni differenti. Primo, la base utenti si è allargata a dismisura e la notorietà è arrivata anche grazie a involontari testimonial come Britney Spears, iscrittasi a Twitter poche settimane fa per dialogare con i suoi fan. 

Secondo. Piattaforme, contenuti e modalità di fruizione si sono evoluti e differenziati. Hictu consente di inserire file audio o video; Pownce potenzia il funzionamento di Twitter allargandolo a social networking, condivisione di file e segnalazione di eventi importanti. Poi ci sono Identi.ca (rilasciato su licenza open source GPL) e Jaiku, entrato nell’orbita di Google; Plurk, “diario sociale” che inserisce la nostra vita in una timeline pubblica e la incrocia con quella dei nostri contatti; Tumblr, il più intimista; BeeMood, italianissimo. 

Terzo elemento, la compatiblità tra microblogging e mondo del business, con Yammer che ha vinto l’edizione 2008 di TechCrunch50 presentandosi come un Twitter per le aziende che vogliono parlare con partner, clienti e addetti ai lavori, sfruttando e – perché no? – inventando nuove forme di comunicazione professionale.

Uno scenario complesso, insomma, e in continua evoluzione, che si espande – anche da un punto di vista economico – e va in controtendenza con la crisi attuale. Ne parla ReadWriteWeb, che sottolinea come Twitter, Yammer e altri stiano procedendo ad assumere a tutto spiano. Un’altra fonte di informazioni è Microblogging.it, in prima linea a far luce su un fenomeno ad oggi sottovalutato, almeno per quanto riguarda i numeri.

Il report “State of the Blogosphere” di Technorati non include infatti il microblogging nella sua analisi. Ne emerge un’istantanea imperfetta che parla di un rallentamento dell’attività dei blog tradizionali ma non sa spiegarlo fino in fondo. Una lacuna non da poco: l’esplosione del microblogging fa pensare che conversazione on line e condivisione di pareri e opinioni nascano e si sviluppino sempre più al di fuori della blogosfera. La frenesia di Twitter e soci sul mercato pare suggerire che anche il mercato abbia intuito il cambiamento in atto. Che sia giunto il momento di parlare di “twit-sfera”?     

MySpace porta la pubblicità sui video online

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Per una certezza restano mille incognite. Si può riassumere così il senso dell’accordo annunciato oggi tra MySpace e Auditude, start-up operante nel campo dell’online advertising. Le due aziende hanno infatti reso noto il prossimo inserimento di messaggi pubblicitari all’interno dei video presenti sul portale di casa News Corp. In tutto si parla di oltre 250 milioni di file per un totale di quasi 17 milioni di ore di programmazione, tra cui video musicali del network di Mtv o frammenti di show televisivi di Comedy Central, a vario titolo citate nell’accordo.

La stragrande maggioranza di questi video viene caricata sul portale e condivisa tra gli utenti violando il copyright; un problema di proporzioni imponenti che ha portato a lamentele e ripetute denunce da parte di emittenti televisive e media company. 

La tecnologia sviluppata da Auditude servirà (almeno nelle intenzioni) ad appianare la questione, riconoscendo sì l’impotenza di fondo nell’arginare il fenomeno, ma soprattutto cercando di trasformare un potenziale danno per i broadcaster in una fonte di guadagni

Il software classificherà i video caricati dagli utenti: una volta individuati spezzoni e frammenti di show televisivi, film e programmi musicali, provvederà a inserire una sorta di “pubblicità contestuale”, ossia collegata al tipo di contenuto e di target interessato. Come servizio aggiuntivo, MySpace e Auditude hanno pensato a “Attribution Overlay”, serie di messaggi interattivi in sovrimpressione che forniscono all’utente titolo e informazioni relative ai video che sta guardando e collegano tramite link a pagine e portali e-commerce dove poter acquistare un dvd o un brano musicale online.

MySpace si porta in vantaggio rispetto a portali di video-sharing come YouTube, ancora impegnati a capire come garantirsi ricavi stabili nel tempo e soprattutto a combattere l’inserimento di contenuti protetti da diritto d’autore, visto che rimuoverli a posteriori non sempre si è dimostrata una mossa efficace, se non altro in termini di immagine.

Rimangono però alcuni interrogativi sui possibili scenari futuri. Intanto ci vorrà un po’ prima che le soluzioni proposte da Auditude diano i loro frutti e, nel frattempo, bisogna vedere cosa ne pensano quelle emittenti televisive per ora non incluse nell’accordo. Secondo, già ci si interroga se la partnership prevede qualche forma di esclusiva che precluda l’utilizzo delle soluzioni Auditude ad altri portali e social network. Terzo, non è stato reso noto né il tipo di coinvolgimento dei broadcaster, né la percentuale di guadagni che spetterebbe loro. 

Infine resta il nodo degli user generated content “veri”, ossia al riparo dal rischio di violazione del diritto d’autore. Saranno compresi nell’accordo? E secondo quali modalità? Molti inserzionisti potrebbero non vedere di buon occhio la propria pubblicità associata a video amatoriali, di qualità scadente o in grado, con il loro contenuto, compromettere l’immagine aziendale. Dubbi a cui oggi pare non seguire nessuna risposta.     

Stanford: boom di corsi via BitTorrent

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Provate a dire a quelli della Stanford University che il file sharing equivale a pirateria. Da circa un mese l’università di Palo Alto, uno dei più conosciuti atenei al mondo, sta infatti distribuendo online corsi, appunti, dispense e lezioni via BitTorrent. Il materiale è gratuito, libero e soprattutto uguale a quello usato dai studenti regolarmente iscritti. In più viene rilasciato sotto licenza Creative Commons, in modo da incoraggiare l’uso, la citazione e la condivisione purché non a fini di lucro. 

Il progetto si chiama Stanford Engineering Everywhere (SEE) ed è stato finanziato da Sequoia Capital nell’ambito di un’iniziativa più ampia: usare le nuove tecnologie e il 2.0 per diffondere la conoscenza. L’utente ha bisogno solo di una connessione a Internet, non deve registrarsi e può usufruire del materiale didattico offerto dall’università, che nel frattempo si appoggia anche a YouTube, Facebook e iTunes per far circolare le informazioni e garantire l’interazione tra studenti e appassionati. 

Se vogliamo, gli unici punti deboli sono il non potersi laureare in questa maniera (non sono infatti previsti crediti formativi, nè esami), così come il fatto di non avere alcun tipo di scambio con il corpo docente. Due fattori che però non hanno scoraggiato gli oltre 200 mila appassionati da tutto il mondo finora collegatisi al sito di SEE per avere maggiori informazioni su come aderire al progetto.

La maggior parte delle visite è venuta (oltre che dagli States) da Canada, Brasile, Cina, Italia e Inghilterra, a dimostrare l’interesse riscosso dall’iniziativa a tutte le latitudini. Numeri a parte, Stanford Engineering Everywhere rappresenta un significativo passo in avanti nel concetto di e-learning, soprattutto dal punto di vista del metodo. Un esempio cui altre università potrebbero guardare con un certo interesse. 

La crisi colpisce anche eBay

Il marchio di eBay

C’è una prima volta per tutti, anche se c’è da star sicuri che di questa prima volta eBay avrebbe fatto volentieri a meno. Ieri il più grande mercato online al mondo, per bocca del suo amministratore delegato John Donahoe, ha fatto sapere che i profitti dell’azienda sono in calo.

La notizia, indubbiamente motivata dalla crisi economica che sta attanagliando mezzo mondo, ha fatto scalpore perché una cosa del genere non era mai accaduta in tredici anni. Fondata nel 1995, la casa d’aste ha sempre fatto registrare risultati positivi, contribuendo all’affermarsi dell’e-commerce nel mondo e diventando, a modo suo, sinonimo di shopping online.

L’empasse di eBay non riguarda solo il mercato americano e preoccupa analisti e tutti coloro che si interessano a vario titolo di commercio digitale, perché implica una flessione generale dell’intero comparto. I dati forniti dall’azienda sono eloquenti: negli ultimi tre mesi la crescita si è fermata al 12%: meno della metà rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando invece aveva fatto registrare un lusinghiero 30%.

Gli effetti di questa flessione si sentiranno da qui alla fine dell’anno. Il gruppo californiano – cui fanno parte anche Skype e PayPal – ha comunque confermato i dati emersi dei giorni scorsi e riguardanti un giro d’affari compreso tra 2,02 e 2,17 miliardi di dollari, leggermente più basso rispetto al 2007. Nonostante i risultati di PayPal (crescita del 27% dei ricavi nell’ultimo trimestre) il periodo natalizio sarà il più difficile dell’anno, e l’apporto economico dato dalla corsa al regalo “last minute” potrebbe non essere sufficiente per fronteggiare la crisi. Il rallentamento delle vendite, il minor valore medio dei prodotti scambiati e la crescente concorrenza hanno portato anche al recente licenziamento di un migliaio di dipendenti, circa il 10% della forza lavoro.

Facebook e MySpace: gara a due per il social network mobile

Tastiera di cellulare

Non importa se ci si collega da personal computer o utilizzando uno smartphone di ultima generazione: il mondo dei social network è sempre più legato a MySpace e Facebook, attorno a cui converge la maggioranza degli utenti. Non senza un certo rischio per i concorrenti, che devono lottare contro due giganti ormai irraggiungibili sia dal punto di vista del numero di iscritti che da quello economico.

Le ultime rilevazioni arrivano da uno studio di ABI Research realizzato su un campione di 500 utenti abituali di social network. Ne è emerso che il 46% si collega alle reti sociali utilizzando il proprio cellulare e ben il 70% naviga su MySpace o Facebook. Il distacco dagli altri è poi abissale: nessuna delle altre piattaforme supera il 15% della cosiddetta utenza mobile.

Ma cosa fanno gli utenti quando si connettono a Facebook e soci via telefonino? Secondo ABI Research le principali attività sono leggere e commentare i messaggi scritti dai propri amici virtuali (50%) e aggiornare il proprio status online (45%).

Quanto alla concorrenza, il rischio duopolio c’è e i numeri lo dimostrano. Tuttavia una possibile via d’uscita potrebbe arrivare dal progressivo sviluppo di servizi basati sulla posizione geografica dell’utente. Un campo di applicazione in cui, secondo la rivista online Arstechnica, MySpace e Facebook paiono un po’ a disagio e che potrebbe diventare per i vari Yelp e Brightkite la strada maestra per consolidare la propria posizione.

YouTube svolta e si butta nell’e-commerce

ecommerce

Metti caso che YouTube voglia proporsi come piattaforma per lo shopping online. Magari coinvolgendo grandi nomi come Amazon.com o iTunes. Il risultato sarebbe la più grande vetrina online per la vendita indiretta di prodotti per l’intrattenimento, rafforzata dai circa 330 milioni di visitatori che abitualmente animano il portale di condivisione video, acquisito da Google nel 2006 per ben 1,65 miliardi di dollari.

Ebbene, la notizia è stata annunciata dal blog ufficiale del motore di ricerca. Si chiama “click-to-buy” e costituisce il primo passo di un cammino che porterà YouTube nel mondo dell’e-commerce tramite la vendita di canzoni, film e telefilm, videogiochi, libri e biglietti per concerti.

Il funzionamento è molto semplice: accanto ad alcuni video gli utenti potranno trovare uno o più tasti che li collegheranno direttamente ai negozi online convenzionati. Così sarà possibile acquistare un album o cercare le date del tour di un gruppo subito dopo averne visto l’ultimo video, così come passare direttamente dalla demo di un videogioco alla pagina dove viene venduto. A chiudere il cerchio, un semplice sistema di divisione dei ricavi tra i partner dell’iniziativa e lo stesso YouTube.

La scelta di ampliare i confini operativi della sua creatura non arriva in un momento qualsiasi. Gli inserzionisti chiedono insistentemente di aumentare i ricavi del più popolare portale video al mondo, finora penalizzato da una bassissima capacità di monetizzare i contenuti pubblicati. In più, lo scorso giugno, lo stesso Eric Schmidt – Amministratore delegato di Google – aveva ammesso in un’intervista al New Yorker di non sapere come far soldi con YouTube.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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