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Ad assestare il colpo forse definitivo al mito dell’uomo tutto muscoli e aggressività, utili (nelle ingenue intenzioni) a sbaragliare la concorrenza in vista del dominio sociale e della preda femminile, provvede ora l’antropologia culturale. Una ricerca coordinata da Stephen Beckerman, professore della Penn State University, pubblicata dalla rivista dell’Accademia delle scienze statunitense, conferma che una simile figura maschile sopravvive tutt’al più sugli schermi cinematografici. Nella realtà viene messa ampiamente in discussione anche al di fuori del contesto ideologico occidentale che l’ha sgretolata ormai da decenni.
La ricerca, condotta tra i Waorani, indigeni che vivono nelle foreste dell’Ecuador, ha infatti accertato che i guerrieri più aggressivi presentano indici di successo riproduttivo inferiori a quelli dei loro simili meno bellicosi: non solo la violenza non procura loro più donne e più figli, ma è anche più probabile che questi ultimi non sopravvivano abbastanza per raggiungere a loro volta l’età riproduttiva. Il risultato appare significativo soprattutto se confrontato con quanto sostenuto nel 1988 dall’antropologo Napoleon Chagnon a proposito degli Yanomamo del Venezuela, tra i quali gli uomini che partecipano a un omicidio avrebbero invece più mogli e figli di coloro che non si affermano diventando assassini.
Ricostruendo le storie di 95 guerrieri Waorani, sia vivi che deceduti, i ricercatori hanno dunque cercato di decifrare il fondamento di una ferocia che non sembra affatto procurare evidenti vantaggi. Se è vero che in entrambe le etnie la furia viene scatenata dalla vendetta, i più pacifici Yanomamo di tanto in tanto si prendono una pausa da dedicare alle necessità delle mogli e dei figli, mentre per i Waorani il casus belli può anche essere una vicenda che risale all’epoca dei nonni e, soprattutto prima dell’attività civilizzatrice svolta presso di loro dai missionari, dopo il primo contatto pacifico nel 1958, la risolutezza nell’uccidere chi portava una minaccia dall’esterno, per esempio alle risorse alimentari, veniva riservata anche a rappresentanti della loro stessa popolazione. Agli Yanomamo anche le guerre più prolungate non hanno invece impedito di crescere e moltiplicarsi per due secoli, prima degli studi di Chagnon.
Brain Training
Giochi che aiutano a tenere in forma il cervello rinforzando la memoria e generando nei consumatori la piacevole sensazione di essere mentalmente più giovani di quanto farebbe pensare la data di nascita. Da tempo non sono più una novità, ma l’effettiva utilità di questi prodotti viene messa seriamente in discussione da un autorevole documento congiunto diffuso a cura dello statunitense Stanford Center on Longevity e del Max-Planck-Institut di sviluppo umano di Berlino, elaborato dopo un anno di discussioni fra 30 dei più autorevoli neuroscienziati del mondo.
La paura della perdita di memoria, del deperimento mentale e dell’Alzheimer stanno facendo la fortuna delle aziende che producono simili rimedi, senza avvertire gli acquirenti che in realtà non esiste alcuna soluzione magica per salvarsi dal declino cognitivo, nemmeno cercandola tra gli integratori alimentari. Pertanto la pubblicità che ne sostiene il mercato, e della quale ci si dovrebbe fidare solo quando sia stata verificata da ricerche indipendenti condotte da più esperti, si lancia qualche volta in affermazioni ragionevoli, ma molte altre in affermazioni scientificamente indimostrate o palesemente false e fuorvianti. Infatti, se in qualche caso è vero che simili giochi possono aiutare a memorizzare liste di parole, andrebbe anche sottolineato che tale abilità non viene trasferita automaticamente nella vita quotidiana, e probabilmente non sarà di alcuna utilità per ricordare l’orario di un appuntamento o il luogo in cui sono state lasciate le chiavi dell’auto. Inoltre, eventuali miglioramenti a breve termine della prestanza mentale consentiti da questi prodotti, che dispongono di molte alternative meno dispendiose per ottenere lo stesso scopo, non sono affatto una garanzia contro l’entità del declino cognitivo che potrebbe verificarsi nel corso degli anni e dei decenni successivi.
Gli studiosi sostengono che partecipare alla vita della propria comunità, dedicarsi alle proprie passioni o imparare l’italiano (la nostra lingua nel documento riceve l’onore di essere considerata complessa e stimolante), è un toccasana per la mente, capace di produrre risultati socialmente significativi. Ed è stato dimostrato che lo stesso esercizio fisico fa bene non solo al corpo, ma anche all’attenzione, al ragionamento e alla memoria.
Batteri al microscopio
Un mal comune condiviso dagli esseri umani e dai microrganismi è lo stress, i cui effetti sui secondi sono molto meno evidenti, tanto che per diffonderne la conoscenza è stato organizzato un convegno internazionale a cura della Federazione europea di biotecnologia, che si è appena tenuto a Semmering, in Austria, dove, provenienti da 24 Paesi, si sono radunati 140 scienziati, convinti che il mezzo gaudio della situazione andrà a tutto vantaggio degli esseri umani. L’influsso di fattori di stress come le elevate temperature e l’azione degli acidi, comporta per i microrganismi un’attività ridotta o una crescita più lenta, tuttavia i biotecnologi sono in grado di manipolare tali fattori in grande quantità, e anche nella direzione opposta, ovvero per rendere più resistenti e produttivi questi minuscoli esseri viventi, in vista del loro impiego nella ricerca farmacologica. Tra le istituzioni che hanno partecipato al convegno vi è stata infatti l’Università di Scienze Applicate di Vienna, presso la quale sarà condotto a termine entro il 2010, dopo essere stato avviato nel 2005, il progetto di ricerca Optipro, il cui obiettivo è lo sviluppo di metodi innovativi per una produzione più efficace ed economica di proteine. Esse rientrano tra i più importanti principi attivi dei farmaci e vengono normalmente create in colture di cellule animali, oppure ricorrendo a microrganismi come batteri e cellule di lievito. Opportunamente “stressati” attraverso differenti soluzioni saline, i microrganismi in questione serviranno specificamente alla realizzazione di proteine ricombinanti, di grande utilità alle aziende farmaceutiche per approntare nuovi medicinali in tempi rapidi. Simili proteine saranno ottenute attraverso l’introduzione di un gene in un organismo ospite, che le metterà a disposizione con la sua crescita, portata avanti in un fermentatore industriale.
Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, 340 milioni di persone nel mondo soffrono ogni anno di un episodio di depressione maggiore, patologia che, in base ai criteri stabiliti dal DSM IV, viene diagnosticata quando ricorrano da non meno di due settimane almeno cinque di un insieme di sintomi che comprende: alterazioni dell’appetito e del sonno; diminuzione di interesse per le attività svolte normalmente; sensazione di spossatezza che non sia provocata da sforzi fisici; agitazione o rallentamento psicomotorio; riduzione delle capacità di attenzione, concentrazione e memoria; diminuzione dell’autostima e sensi di colpa infondati; reiterati pensieri di morte e suicidio, con o senza un progetto concreto per metterlo in atto. Circa il 20 per cento dei soggetti colpiti da un tale cataclisma non rispondono al trattamento farmacologico combinato con quello psicoterapeutico, con conseguente incremento delle loro probabilità di rientrare nel 15 per cento di pazienti che, secondo le statistiche, si “liberano” del disturbo con il suicidio. Per prevenire questo triste esito, sulla scia di approcci terapeutici come la stimolazione del nervo vago e quella cerebrale profonda, si aggiunge ora, mentre viene chiarito il legame tra depressione e rischio cardiovascolare, una nuova forma di stimolazione appena presentata a San Diego, nel corso dell’ultimo convegno annuale dell’associazione americana dei neurochirurghi, da Emad N. Eskandar, docente della Harvard Medical School. Risultati incoraggianti sembrano infatti provenire dall’intervento sulla corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra dei malati, grazie a elettrodi che sono stati applicati in anestesia epidurale su 12 di loro attraverso una piccola craniotomia.
Panorama.it fa il punto sulla patologia e commenta questa tecnica con il professor Filippo Bogetto, ordinario di psichiatria e direttore del Dipartimento di Neuroscienze all’Università di Torino, primario presso l’ospedale Molinette del capoluogo piemontese, dove due anni fa ha fatto parte dell’équipe di psichiatri e neurochirurghi che hanno effettuato in Italia il primo intervento di stimolazione del nervo vago per il trattamento della depressione maggiore farmaco-resistente.
Professor Bogetto, quanti italiani fanno i conti con la depressione maggiore?
Circa tre milioni. E’ una patologia che in genere ha un andamento episodico, di sei, otto mesi, ed è caratterizzata da un’insorgenza non improvvisa ma comunque rapida, nell’arco di 20 o 30 giorni, durante i quali si manifestano sintomi come la diminuzione del sonno e dell’appetito.
Nella depressione, come spesso si pensa, si cade dopo aver fronteggiato troppe circostanze avverse?
Gli eventi negativi fanno la loro parte, ma tutte le forme di depressione devono in realtà trovare un terreno geneticamente predisposto, in cui il trasportatore di un mediatore cerebrale, la serotonina, dispone di una configurazione meno efficiente. Non è un caso che ci siano persone che affrontano molte avversità e non diventano depresse.
In che ambito rientra il procedimento appena presentato negli Stati Uniti?
In quello della neurochirurgia funzionale, che fa uso di tecniche stereotassiche: a differenza della neurochirurgia tradizionale, che interveniva sulla patologia con la lobotomia prefrontale e ha una cattiva fama in psichiatria, si prende la mira per creare un’adeguata stimolazione del cervello. E’ una frontiera importante della ricerca, ma non va dimenticato che esiste ancora un margine di intervento psicofarmacologico e con psicoterapie, come quella cognitivo-comportamentale, anche nel 20 per cento dei casi di depressione maggiore farmaco-resistente, dei quali non più del 10 per cento tende alla cronicizzazione. Simili tecniche potranno essere efficaci per casi specifici molto resistenti, ma in che misura non lo sa ancora nessuno.
Esistono altre alternative alle terapie farmacologiche?
In Italia la tecnica principe è l’elettroshock, che ha una cattiva reputazione ereditata dall’epoca in cui se ne faceva uso a scopo punitivo nei manicomi, mentre deve essere impiegata con le corrette anestesie, per evitare di scatenare nel paziente una crisi epilettiforme grave. L’applicazione del pace-maker al nervo vago, stimolato perifericamente, è la tecnica meno invasiva, e abbiamo riscontrato che dà risultati discreti. Ma ci attendiamo ulteriori passi avanti dalla stessa psicofarmacologia clinica, che ha messo a disposizione il primo antidepressivo nel 1957, cioè da poco più di un cinquantennio, che non è molto.
Crisi economica, lavoro precario, che viene perso o mai trovato: c’è chi sostiene che i consulti psichiatrici siano in aumento.
E’ un tema controverso, bisogna disporre di analisi rigorose per confermarlo. Del resto esistono anche dati antichi che dimostrano che una situazione di crisi non meno grave, come la guerra, può ridurre le manifestazioni neurotiche, benché non si tratti certo di una tendenza generale che ne faccia qualcosa di positivo per la salute mentale.
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Numerosi studi avevano già associato la depressione a un chiaro incremento del rischio cardiovascolare, ma restava da accertare esattamente in che modo si realizzi questo legame. A contribuire alla sua delucidazione provvede ora uno studio prossimo alla pubblicazione sul numero di maggio della rivista Psychosomatic Medicine, che è stato coordinato presso il Rush University Medical Center di Chicago da Lynda Powell, a capo del dipartimento di medicina preventiva. Attraverso l’analisi di 409 donne di mezza età in transizione menopausale, quasi equamente divise fra bianche e afroamericane, è stato infatti dimostrato che i sintomi depressivi sono evidentemente collegati all’accumulo di grasso viscerale, la tipologia distribuita tra gli organi interni all’altezza del girovita e nota da tempo quale fattore di rischio non solo per le patologie cardiovascolari, ma anche per il diabete. Benché proprio la misura del girovita sia spesso utilizzata come un indice per stabilire la quantità di grasso viscerale, soprattutto in questo caso si tratta di una valutazione imprecisa, in quanto include il grasso sottocutaneo, che è risultato estraneo alla depressione. I ricercatori, servendosi dunque della tomografia computerizzata, hanno scoperto una spiccata correlazione tra depressione e grasso viscerale specialmente nelle donne obese o in sovrappeso, senza rilevanti differenze prodotte dalla loro appartenenza etnica e da variabili come il livello di attività fisica. Lynda Powell ipotizza che la depressione sia in grado di innescare l’accumulo di grasso viscerale per mezzo di alcuni mutamenti chimici nel corpo, quali la produzione di cortisolo e di alcuni composti infiammatori, ma saranno indispensabili altre ricerche per confermare una simile ipotesi e definire con precisione questo meccanismo.
Vaccino antinfluenzale
La questione di un vaccino antinfluenzale universale era dibattuta già prima che tornasse prepotentemente alla ribalta con l’irruzione della febbre suina, così come reiterato è l’annuncio che un simile rimedio potrebbe essere a portata di mano. Ad alimentare le speranze è stato da ultimo uno studio condotto presso la statunitense Saint Louis University da Robert Belshe, direttore del Centro di ricerca per lo sviluppo dei vaccini, i cui risultati, presentati nel corso di un convegno recentemente tenutosi a Baltimora, sono stati definiti un primo passo significativo in direzione di un vaccino universale efficace nella protezione dalle pandemie influenzali. In un periodo di sei mesi, 377 adulti in salute hanno ricevuto tre iniezioni di un vaccino costituito da proteine provenienti da virus influenzali del ceppo A e B, noto con l’acronimo inglese BIPCV (Bivalent Influenza Peptide Conjugate Vaccine), che a basse dosi si è rivelato sicuro e ben tollerato, oltre ad aver evocato un’incoraggiante risposta immunitaria. L’aggiunta di un vaccino influenzale universale a uno di tipo stagionale come quelli approntati ogni anno dalle aziende farmaceutiche in base alle previsioni dei ricercatori sui ceppi influenzali che circoleranno, contribuirebbe a una migliore prevenzione. Tuttavia, per giungere a un vaccino che salvi effettivamente gli esseri umani da una pandemia influenzale mortale, sono necessarie ulteriori ricerche non solo secondo lo stesso Belshe, ma anche a detta di un luminare della biologia molecolare come il belga Walter Fiers, in quanto determinante per lo sviluppo di un vaccino universale è stabilire cosa abbiano in comune i diversi ceppi influenzali, affinché la sua azione non venga vanificata dalle mutazioni virali e dall’interscambio di geni tra ceppi animali e umani.
Ricorrendo a una lugubre espressione divenuta celebre dopo l’11 settembre, Richard Teeuw, geologo a capo di un gruppo di ricercatori della britannica Università di Portsmouth, sostiene che il problema non è sapere se la minaccia da lui individuata colpirà, ma quando. In questo caso non si tratta di terrorismo di inaudita ferocia, ma di una catastrofe naturale non meno impressionante, lo tsunami. Nel cui mirino si trovano ora i Caraibi. Le indagini geomorofologiche condotte sull’isola di Dominica e confermate dalle immagini tridimensionali ottenute con Google Earth, hanno infatti condotto alla scoperta che il fianco nord del vulcano Morne aux Diables mostra segni di cedimento, dopo il quale franerebbero in mare da uno a quattro milioni di tonnellate di roccia, generando uno tsunami con onde alte fra tre e cinque metri. L’isola sotto osservazione possiede la più elevata concentrazione al mondo di vulcani potenzialmente attivi, in un’area esposta regolarmente agli uragani ed episodicamente a un’intensa attività sismica, fenomeni in grado di innescare il disastro, in tempi tuttavia estremamente imprevedibili, variabili tra una settimana e un secolo. Se si verificherà l’ipotesi migliore, Teeuw prevede di tornare sul posto la prossima estate e nel 2010 per valutare meglio l’entità del rischio, andando alla ricerca sui fondali marini delle tracce di uno tsunami che potrebbe avere avuto luogo molte migliaia di anni fa, secondo una dinamica simile a quella che rischia ora di ripetersi. Sembra probabile che a fare le spese di un nuovo e infausto evento siano soprattutto 30mila tra residenti e turisti nell’arcipelago di Guadalupa (situato circa 50 km a nord della Dominica), sulle cui spiagge le onde dello tsunami si abbatterebbero nel giro di pochi minuti, senza alcuna barriera corallina ad assorbirne almeno in parte l’energia e con scarse possibilità di avvertire tempestivamente i malcapitati di turno.
Gli uomini che non disdegnano il sesso con le lolite sono avvertiti: quando si ritroveranno nei guai fino al collo, non potranno invocare il bicchiere in più come scusa per “giustificare” il fatto che sotto l’effetto dell’alcol la ragazza fosse loro sembrata più adulta di quanto poi risultato all’anagrafe. Uno studio di prossima pubblicazione sul British Journal of Psychology, chiarisce infatti che l’alcol non influisce sulla percezione degli anni della donna che un uomo che ha bevuto (anche molto) si trova di fronte. Vincent Egan, esperto di psicologia forense della britannica Università di Leicester, con la collaborazione di Giray Cordan, psicologo dell’Università di Exeter, ha chiesto a 240 tra uomini e donne, reclutati in alcuni pub, di giudicare il fascino emanato da dieci volti femminili maturi e dieci al di sotto della maggiore età, con e senza trucco, che scorrevano di fronte a loro grazie a un’elaborazione grafica prodotta da un software che di volta in volta era in grado di modificarne i connotati. Dall’esperimento è scaturito, abbastanza prevedibilmente, che tanto gli uomini quanto le donne considerano più attraente un viso femminile giovanile rispetto a uno che mostra chiaramente i segni del tempo ma, soprattutto in quest’ultimo caso, i chili di trucco necessari per occultarli, uniti al consumo di alcol da parte di chiunque la osservi, contribuiscono a fare ritenere sessualmente più interessante una donna che abbia superato da un pezzo l’adolescenza. Davanti a una ragazza minorenne, invece, gli alcolici bevuti da un uomo durante la serata non hanno alcun effetto sull’età presunta che egli le attribuisce, così come il fatto che sia truccata o meno non fa una differenza determinante nello stabilire la rilevanza della tentazione da lei rappresentata.
Benché tutti i partecipanti allo studio, in linea con quanto scoperto da precedenti ricerche, abbiano mediamente sovrastimato di due anni e mezzo l’età delle facce passate in rassegna (tendenza indipendente dal consumo di alcol), gli psicologi sostengono che esistono molti indizi che una persona sia meno giovane di quanto appaia, come la corporatura e la voce, perciò in qualsiasi occasione sociale, gli uomini che incontrano una donna sono potenzialmente capaci di intuire se sia minorenne, benché talvolta convenga loro scordarselo. Ulteriori studi dovranno accertare se queste dinamiche siano valide anche in night club e discoteche, dove le particolari condizioni dell’illuminazione potrebbero alterare il giudizio, permettendo così a un uomo che finisca in tribunale di provare a salvarsi in corner.
L’elica del Dna
Scoperto quattro anni fa, il grafene è un materiale ultrasottile, spesso un solo atomo di carbonio, che ha già mostrato di possedere numerose potenzialità, ora notevolmente ampliate dagli studi in corso presso la Kansas State University, dove un gruppo di ricercatori coordinati da Vikas Berry, professore di ingegneria chimica, sta collaborando con scienziati della Harvard Medical School per mettere a punto con il materiale in questione un sensore elettrico di Dna, differente dalla maggior parte di dispositivi simili, che sono invece di tipo ottico. La caratteristica più significativa del grafene, che gli studiosi sono in grado di osservare e manipolare servendosi di un microscopio a forza atomica, è rappresentata dal fatto che gli elettroni possono scorrervi senza interruzioni a velocità prossime a quelle della luce e a temperatura ambiente (mentre normalmente per mettere in moto un processo del genere sarebbero necessarie temperature prossime allo zero Kelvin, vale a dire circa 450 gradi al di sotto dello zero Fahrenheit). Velocità che tuttavia si modifica se gli elettroni stessi vengono a contatto con il Dna. Questa variazione può essere rilevata esattamente misurando la conduttività elettrica, e gli studiosi ritengono che in tal modo sarà possibile riconoscere le cellule tumorali nel sangue.
Unendo ulteriormente due ambiti della ricerca finora per lo più isolati, come la scienza dei materiali e la biologia, secondo Berry si dischiuderanno orizzonti scientifici che egli non esita a definire immensi e che vanno oltre l’impiego del grafene allo stato puro, grazie alla scoperta, avvenuta usando dapprima un tipo di batterio comunemente presente nel riso, che esso rimane vivo per 12 ore se avvolto in anticorpi legati a questo materiale. Ricorrendo pertanto a un batterio capace di produrre elettroni, come il Geobacter, una volta racchiuso nel grafene esso potrà generare elettricità, alimentando batterie ad alta capacità.
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Foglie di Cannabis Sativa
Appartenendo entrambe alla specie Cannabis sativa, la canapa e la marijuana si differenziano per i maggiori livelli di concentrazione del principio psicoattivo (il tetraidrocannabinolo), che fanno della seconda uno stupefacente. La distinzione non è sempre agevole, come è dimostrato dal fatto che solo tre anni fa due ricercatori statunitensi, presso l’Università del Minnesota, sono riusciti per primi a mettere a punto una tecnica fondata su marcatori genetici per separare inequivocabilmente le piante di canapa da quelle di marijuana. Il dettaglio deve essere sembrato trascurabile a Peter Walker, direttore del Centro di ricerca per i materiali da costruzione innovativi della britannica Università di Bath, convinto che un’edilizia eco-sostenibile passerà per la costruzione di case in canapa, le cui fibre saranno adeguatamente stabilizzate con un collante a base di calce. In vista del suo impiego in Gran Bretagna, un progetto di ricerca triennale verificherà le caratteristiche di questo nuovo e leggero materiale composito, soprattutto in termini di resistenza e durata, oltre che di efficienza energetica degli edifici che ne saranno ricavati. Le piante di canapa durante la loro crescita immagazzinano anidride carbonica, garantendo al materiale in questione un’impronta di carbonio assente, grazie alla combinazione con quella modesta della calce, che dispone inoltre di proprietà isolanti molto efficaci. Secondo Walker, la coltivazione della canapa recherà vantaggi economici e sociali alle economie rurali, aprendo nuovi mercati per agricoltori e aziende. Basterà infatti un’area simile a quella di un campo da rugby per fare crescere in quattro mesi abbastanza canapa per costruire la tipica casa con tre camere da letto, non meno solida di una tradizionale. Ammesso che il proprietario non provi a fumarsela.
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