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La memoria funziona meglio col maltempo

Pioggia a Napoli
Una recente ricerca, apparsa sul Journal of Experimental Social Psychology, afferma che è stato scientificamente provato che il cattivo umore contribuisce a stimolare la memoria. Nello specifico i ricercatori della University of New South Wales a Sydney, Australia, hanno scoperto che è soprattutto uno stato d’animo grigio ad acuire la capacità di osservazione e quella di riuscire a ricordare i dettagli delle cose. Per comprendere il meccanismo secondo il quale l’umore è in grado di influenzare la memoria, il team di studiosi ha sfruttato la componente meteoropatica che è presente in ciascuno di noi.Gli scienziati hanno messo sul bancone di un negozio dieci oggetti tra cui un finto cannocchiale, un autobus giocattolo e un salvadanaio e hanno poi chiesto ai partecipanti allo studio di cercare di ricordare cosa avessero visto una volta usciti dal negozio. Il risultato dell’esperimento ha mostrato esiti curiosi in quanto gli intervistati hanno dimostrato di ricordare un maggior numero di oggetti nei giorni in cui il tempo era freddo, piovoso e ventoso.

Ma che spiegazione scientifica può essere data a risultati del genere? Sembrerebbe che le avverse condizioni climatiche responsabili dell’umor nero agiscano in modo da temprare la memoria. Al contrario, nei giorni di bel tempo, i soggetti partecipanti allo studio non mostravano di avere la stessa capacità di ricordare quanto visto in precedenza.
“I clienti del negozio che avevano uno stato d’animo negativo – conferma il responsabile dello studio Joseph Forgas – hanno evidenziato una maggiore memoria e una migliore capacità di discriminazione”. Questo spiegherebbe perché il cattivo umore induca a essere più vigili e a focalizzare maggiormente l’attenzione sull’ambiente circostante. Il buonumore, invece, farebbe crescere lo stato d’animo di fiducia verso l’ambiente circostante e, di conseguenza, produrrebbe un abbassamento della soglia di attenzione. “Questa scoperta – conclude Forgas – suggerisce che gli effetti dell’umore potrebbero essere applicati in alcuni settori (come quello giuridico, forense o clinico) nei quali la memoria è fondamentale”.

Sindrome del bradipo. Così la fatica altrui diventa la nostra

Maratona

Quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno detto: “Mi sento stanco solo a guardarti”? Sembrerebbe un modo di dire, ma ora, stando a quanto riferiscono i ricercatori del Laboratorio di elettrofisiologia cognitiva dell’Università Bicocca di Milano, in questa frase sembra esserci una validità scientifica.
Lo studio, condotto in collaborazione con l’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr di Milano-Segrate e pubblicato sull’ultimo numero della rivista Plos One, descrive come ci si possa realmente stancare soltanto guardando altre persone che si cimentano in sforzi fisici.
Gli studiosi hanno valutato le registrazioni dei potenziali bioelettrici – che indicano come si svolge l’attività cerebrale – di studenti universitari di sesso sia maschile sia femminile mentre osservavano delle diapositive di persone diverse per sesso e per età impegnate in azioni dinamiche: performance atletiche, corsa, tuffi, salti eccetera. Inoltre, gli studenti hanno dovuto compiere un raffronto con altri individui ritratti, invece, in pose statiche: ragazzi che si cimentano con gli scacchi o persone che fumano una sigaretta.
“Dopo 350 millisecondi dalla presentazione dell’immagine – spiega Alice Mado Proverbio, coordinatrice dello studio –, abbiamo notato, soprattutto nel cervello maschile, un’intensa attività dei neuroni che normalmente codificano l’azione in misura molto maggiore durante l’osservazione delle immagini dinamiche rispetto a quelle statiche. Nel cervello femminile è emerso, invece, un interesse generalizzato verso tutte le figure umane e un minore effetto di differenza tra immagini denotanti sforzo muscolare intenso piuttosto che debole”.
Questa differenza di percezione in base al sesso è stata spiegata in parte dai ricercatori con un’origine biologica: essendo gli uomini dotati di un apparato muscolare più forte probabilmente possono rispecchiarsi più facilmente in modelli di persone che compiono degli sforzi muscolari.
In più, l’eventualità di attivare la corteccia motoria e premotoria responsabile dei nostri stessi movimenti semplicemente osservando altre azioni umane, può dar ragione, secondo gli studiosi, anche del perché sia così interessante osservare gli altri che si muovono. Un semplice meccanismo che scatta, per esempio, ogniqualvolta si guarda una partita di calcio.

Curarsi sul web: occhio alle truffe

Curarsi sul web
Non sempre il web è la corretta risposta a tutto. Il Nuffield Council on Bioethics, un organismo indipendente inglese che esamina questioni etiche nel campo della medicina e della biologia, ha affermato che occorre una miglior definizione di regole e maggior attenzione negli acquisti sul web sia di farmaci sia di esami diagnostici.
Se è vero che Internet ha rappresentato e rappresenta una rivoluzione per la medicina e la salute, è anche vero che stanno cominciando a verificarsi i primi problemi: vendita di farmaci senza alcun tipo di controllo, diffusione di informazioni non sempre verificate e corrette, promozione, da parte di alcune aziende, di esami diagnostici che espongono a inutili pericoli e di incerta efficacia. Questi sono solo alcuni dei rischi che si corrono ad affidarsi alla salute via web senza mettere in atto delle precauzioni e dei filtri.
Insomma, il web può avere un knock on effect sul sistema sanitario, ovvero delle “conseguenze indirette che derivano da certi comportamenti”: costi più alti e maggior necessità di interventi sanitari.
In merito alla vendita di farmaci in Internet va detto che nelle ‘web farmacie’ può davvero trovarsi di tutto e può accadere che qualcuno finisca per assumere un farmaco sbagliato che può procurare danni per la salute invece che benefici. Allo stesso modo bisogna prestare attenzione all’offerta di risonanze magnetiche e tomografie computerizzate promosse con l’intento di diagnosticare precocemente tumori e disturbi cardiaci. In quest’ultimo caso si corre il rischio di effettuare esami non sempre necessari e dunque di sottoporre l’organismo a inutili e pericolose radiazioni.
Secondo i risultati di un sondaggio svolto fra medici generalisti inglesi, uno su quattro dei pazienti curatisi tramite il web ha sviluppato reazioni avverse ai farmaci acquistati in rete.
“Fare a meno del medico – commenta Christopher Hood della Oxford University – può essere, a volte, una buona cosa perché abitua a ‘prendersi cura’ della propria salute, ma non c’è, però, un controllo sufficiente di tutte queste nuove possibilità offerte dal web e, a volte, troppe informazioni fanno più male che bene”.
I medici di base hanno il compito di illustrare ai pazienti che si servono di internet per reperire informazioni da un lato i rischi che si corrono, e, dall’altro, qual è il modo corretto di navigazione per il giusto reperimento di informazioni corrette e utili per la salute.

Le infezioni croniche sono tra i principali responsabili di tumori

laboratorio
Gli agenti infettivi sono responsabili di molti tumori maligni accertati in numerose parti del mondo. Questo, in sintesi, il concetto chiave emerso da 36 esperti internazionali che si sono riuniti presso l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) a Lione per valutare le potenzialità cancerogene degli agenti biologici già precedentemente individuati come cancerogeni per gli esseri umani.
Gli esperti provenienti da 16 Paesi di tutti i continenti hanno lavorato anche all’identificazione di altri tumori insieme ai meccanismi di carcinogenesi (processo che trasforma cellule normali in cellule cancerose).
Una sintesi dei primi esiti del lavoro del gruppo dello IARC è stata da poco pubblicata sulla rivista Lancet Oncology.
Dai resoconti emersi nel corso del working group si parla di una percentuale del 26 per cento di tumori maligni dovuti ad agenti infettivi nei Paesi in via di sviluppo contro solo un 8 per cento nei Paesi industrializzati. Il totale, riferendosi all’anno 2002, dei tumori maligni derivanti da infezioni è stimabile in 1,9 milioni di casi che equivalgono al 17 per cento di tutto l’insieme dei tumori maligni.
Tra gli agenti infettivi responsabili della malattia tumorale vanno citati il virus dell’epatite B, il virus dell’epatite C, il virus Epstein-Barr, il KSHV (Kaposi sarcoma associated herpes virus), HIV-1, il papilloma virus e l’Helicobacter pylori.
Per quanto riguarda i virus delle epatiti B e C è stato rilevato che essi infettano rispettivamente 300 milioni di persone e 170 milioni di persone in tutto il mondo concentrate, soprattutto, fra il continente asiatico e quello africano. In particolare questi virus danno luogo a infezioni croniche responsabili, nella maggior parte dei casi, dell’insorgenza di tumori epatocellulari e sembra anche dei linfomi non-Hodgkin. Questi sono solo alcuni esempi del potere di alcuni virus così aggressivi da dare origine in primis a infezioni croniche, e poi a malattie tumorali maligne.

“La percentuale complessiva nelle varie parti del mondo di tumori maligni causati da agenti infettivi  è stata valutata fra il 15 e il 20 per cento – spiega Antonino Carbone, direttore del Dipartimento di patologia diagnostica e laboratorio della Fondazione IRCCS Istituto nazionale dei tumori –. La percentuale di infezione correlata al cancro è più alta nei Paesi in via di sviluppo a causa della più alta prevalenza di infezione primaria con gli agenti infettivi coinvolti (es. HBV, HP, HPV e HIV) e assenza di programmi di screening per lesioni precancerose HPV-correlate. L’identificazione di nuove sedi anatomiche di cancro attribuita a questi agenti biologici significa che un numero sempre maggiore di tumori maligni è potenzialmente prevenibile”.

Una sola goccia di sangue per seguire l’evoluzione del cancro

Goccia di sangue
Una recente scoperta americana annuncia promettenti esiti da un test sul sangue che sembra in grado di rivelare l’efficacia di una terapia contro il cancro.
Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine in California (USA), che ha messo a punto una macchina in grado di separare le proteine legate al cancro tramite l’impiego di cariche elettriche.
Grazie all’uso di reagenti che consentono di differenziare i diversi tipi di cancro e a specifiche analisi di laboratorio, gli studiosi affermano che possono individuarsi in un piccolissimo campione biologico come una goccia di sangue i livelli delle proteine legate al cancro. In più possono anche essere osservate le variazioni dovute agli interventi terapeutici.
Entrando più nello specifico, i ricercatori spiegano che questa tecnica permette di monitorare i vari livelli di attività dei geni cancerogeni all’interno dei linfomi umani e di distinguere i diversi tipi di questi ultimi.
Questa tecnica lavora molto bene sulle cavie da laboratorio sia per i linfomi sia per le cellule tumorali in generale. Il sistema è stato battezzato col nome nanofluidic proteomic immunoassay (NIA).
“Questa tecnologia ci permette di analizzare le proteine associate al cancro in scala ridottissima. Non solo si individuano i livelli di proteina nell’ordine dei psicogrammi, un trilionesimo di grammo, ma si osservano anche i più piccoli cambiamenti che avvengono nella proteina”, spiega Dean Feisher, uno degli scienziati che hanno preso parte allo studio.
Questo tipo di test consente di diagnosticare precocemente il tumore e di monitorare il decorso della malattia senza l’ausilio di interventi chirurgici invasivi come la biopsia. “Attualmente è necessaria l’anestesia totale e il prelievo di grandi quantità di tessuti – afferma Alice Fan, coordinatrice dello studio – mentre adesso, grazie a questo nuovo test, basta un ago per prelevare le poche cellule necessarie consentendo ai medici di ripetere le analisi con maggiore frequenza”.
Allo stato attuale delle cose questa tecnica si è rivelata valida negli studi sui tumori del sangue ma gli esperti stanno lavorando per svolgere test anche su altre forme di tumori maligni.

Più salute alle gambe: visite gratuite ad aprile e maggio

Gambe

La Società italiana di flebolinfologia (Silf) in collaborazione con l’Associazione internazionale “Donna Salute – Salute Donna” e Federfarma promuovono una campagna di conoscenza dell’insufficienza venosa che mira anche a individuare efficaci strategie terapeutiche e diagnosi precoce.
L’iniziativa consentirà per tutto aprile e maggio di effettuare visite gratuite nei centri flebologici di dieci città italiane: Bari, Cagliari, Catania, Ferrara, Firenze, Genova Milano, Napoli, Padova e Roma. Le prenotazioni possono essere effettuate chiamando il numero verde 800.198.078 attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18.
Nei Paesi industrializzati oltre il 55 per cento delle donne contro il 30 per cento degli uomini soffre di insufficienza venosa. Il 50% di chi ha una predisposizione genetica lamenta disturbi contro il 40 per cento di chi non ha familiarità per la malattia. Inoltre, anche il 50 per cento di chi è in sovrappeso accusa il problema rispetto al 30 per cento di chi è normopeso. Il disturbo interessa il 35 per cento delle donne che hanno avuto più gravidanze contro il 15 per cento di chi non ha avuto figli e il 60 per cento delle donne oltre i 60 anni contro il 35 per cento degli uomini.
L’insufficienza venosa è un problema circolatorio che determina un ristagno del sangue nelle gambe rendendo difficoltosa la sua risalita dal basso all’alto. Il risultato? Le caviglie che si gonfiano, si avverte un dolore diffuso e una fastidiosa sensazione di pesantezza e si ha prurito.
In alcuni casi possono verificarsi crampi notturni e dilatazione dei capillari. Nei casi più gravi sono interessati da dilatazione interi tratti venosi e possono osservarsi anche dei noduli. “Il vero problema – spiega Vincenzo Gasbarro, chirurgo vascolare all’Università di Ferrara, presidente della Silf e coordinatore scientifico della campagna – è che le donne sottovalutano l’insufficienza venosa non dando peso ai campanelli di allarme come pesantezza, gonfiore alle caviglie e prurito, varici o vene varicose. Solo una su tre sa di essere malata e viene curata. Questo fino all’estate. Poi, in questa stagione, le visite flebologiche si intensificano a causa dei disturbi resi più evidenti dal caldo. Si inizia il trattamento, ma a fine estate ci si sente meglio e si rimette tutto nel cassetto. Un comportamento che provoca un continuo peggioramento della malattia”.

Una polipillola per salvare il cuore

Farmaci

Una pillola rivoluzionaria che racchiude in un’unica soluzione tutti i farmaci necessari per la cura di patologie cardiovascolari e dunque potenzialmente in grado di salvare migliaia di vite.
Lo studio, pubblicato su The Lancet, e condotto in 50 Centri indiani da scienziati della McMaster University di Hamilton in Canada, ha coinvolto 2.053 individui sani su cui sono stati studiati gli effetti dalla somministrazione della polipillola.
I componenti della polipillola sperimentata sono tre antipertensivi a basse dosi, acido acetilsalicilico e un anticolesterolo della famiglia delle statine, la simvastatina.
Sono stati scelti dei principi attivi generici perché essi associano una dimostrata efficacia a un basso costo. I partecipanti alla sperimentazione sono state persone di 45-80 anni senza precedenti cardiovasculopatie ma con almeno un fattore di rischio: diabete di tipo 2, pressione oltre i 140/90 mmHg, obesità centrale, colesterolemia LDL alta o HDL bassa, fumatori negli ultimi cinque anni.
Il gruppo trattato con la polipillola è stato confrontato con altri otto, relativi a soli acido acetilsalicilico o idroclorotiazide o simvastatina, o altre combinazioni a due, tre, o quattro farmaci, e si è valutato l’effetto sui vari parametri e il potenziale effetto di riduzione di eventi cardiovascolari.
Dopo tre mesi dall’inizio della terapia, nei pazienti trattati con la polipillola sia la pressione massima sia la minima subivano una diminuzione equivalente a quella ottenuta da ciascun farmaco da solo. In più, gli effetti collaterali erano simili a quelli delle singole medicine.
Il nuovo farmaco potrebbe quindi essere prescritto a tutti gli uomini sopra e i 50 e le donne sopra i 60 anni senza che ci siano condizioni di rischio pregresse.
I ricercatori affermano, però, che serviranno almeno 5 anni prima che la polipillola sia effettivamente disponibile sul mercato.

Quando l’ufficio fa ammalare

Impiegato al lavoro

Sono circa 390 mila, secondo i dati della Camera di Commercio su dati dell’Istat e del Registro delle imprese, i milanesi che soffrono di problemi di salute causati dal lavoro d’ufficio (una sintesi dello studio si può scaricare qui). Il lavoro d’ufficio è causa di numerosi disturbi anche perché oggi, a differenza di quanto accadeva nei secoli scorsi, è lì che trascorriamo la maggior parte della nostra giornata.
Sono circa 140 mila gli intervistati che hanno dichiarato di avere problemi di salute seri e continuativi. E, sui 390 mila totali, oltre la metà ha riferito di problemi alla vista e agli occhi (216 mila) e, circa 83 mila, di soffrire di disturbi muscolo-scheletrici (DMS).
Si è stimato che circa una persona su quattro che lavora con videoterminali soffra di DMS. Si tratta di disturbi dovuti allo stare seduti troppo a lungo adottando posture scorrette o causati dall’erroneo posizionamento di schermo, tastiere e mouse e dalla mancanza di accessori come poggiapiedi, poggiapolsi eccetera.
Inoltre, a influire su queste patologie a carico dell’apparato muscolo-scheletrico, va menzionato sicuramente lo stress che porta ad assumere posture scorrette, irrigidimenti e tensioni. Sono le donne le più colpite da questi disturbi.
Oltre alla colonna vertebrale le attività d’ufficio coinvolgono anche altre componenti articolari, muscolari e tendinee e, in particolare, l’articolazione del polso e la muscolatura del collo. Di conseguenza si registrano cervicalgie, lombalgie e dolori alle spalle.
Infine, più di 35 mila persone hanno dolori e problemi alle mani (sindrome del tunnel carpale) e circa 20 mila raccontano di soffrire spesso di mal di testa.
Le soluzioni? Mettere in atto misure di sicurezza e di salubrità dell’ambiente di lavoro, come per esempio posizionare il piano di lavoro a un’altezza tale da appoggiare i gomiti e gli avambracci mantenendo i muscoli delle spalle rilassati (l’altezza giusta è tra 70 e 80 cm).
Le dimensioni ideali di un tavolo da ufficio sono di circa 150-160 cm di lunghezza, almeno 80 cm di profondità e le distanze devono essere tali da garantire la giusta distanza del lavoratore dal monitor del computer. Anche la sedia deve essere regolabile in altezza (tra 40 e 55 cm), dotata di ruote e schienale e basamento del sedile imbottiti.

La tintarella che fa bene: previene la trombosi

Abbronzatura pericolosa?

Lo studio non è ancora giunto a risultati definitivi, nel senso che non sono ancora chiare le ragioni per cui esporsi al sole diminuisca l’incidenza di eventi trombotici. Gli studiosi hanno preso in esame una popolazione costituita da 40.000 donne svedesi (1.000 per anno e di età compresa fra i 25 e i 64 anni) monitorate per dodici anni (dagli inizi degli anni Novanta in poi). Ciò che si è riscontrato, nell’esposizione al sole, e complessivamente negli effetti sullo stato di salute, è che si sono verificati solo un totale di 312 casi di trombosi.

All’analisi puntuale dei dati è emersa una diretta correlazione tra esposizione al sole e diminuzione di formazione di trombi.
Ma quale è la ragione? “Prendendo il sole si evita la carenza di vitamina D che il corpo può trovarsi a fronteggiare in inverno – spiega Pelle G. Lindqvist, coordinatore dello studio –. Rimane poco chiaro il legame tra vitamina D e trombosi. Dovremo fare altri studi, ma il messaggio è: sì alla tintarella, e seppure con cautela bisogna esporsi al sole nelle ore calde perché è in quel momento che c’è produzione di vitamina D, non nel pomeriggio”.

Così il denaro droga la mente

Banconote euro

Il denaro è come una droga per il cervello umano. Secondo i risultati di una ricerca condotta recentemente da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bonn e del California Institute of Technology e da poco apparsa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, sembra che anche il solo pensiero di guadagnare di più vada a stimolare i centri cerebrali responsabili del piacere.
Un’affermazione del genere non è certo cosa nuova ma, stando a quanto raccontano gli scienziati che hanno svolto lo studio, la particolarità della ricerca risiede nel fatto che l’effetto dipendenza si manifesta a prescindere da quello che è il potere di acquisto del denaro.
La zona del cervello interessata è la corteccia prefrontale ventromediale, ovvero quella deputata alle funzioni cognitive superiori.
Ma che cosa significa questo? I risultati dello studio danno una risposta descrivendo come il cervello dell’uomo sia suscettibile, per sua natura, all’illusione della ricchezza molto più che ai reali benefici che possono derivarne.
Il team di ricercatori, in collaborazione con un team di economisti, hanno registrato in un gruppo di soggetti volontari, l’attività cerebrale durante lo svolgimento di una serie di test volti a valutare la percezione di differenti aumenti di salario in base a scenari economici più o meno favorevoli.
Il risultato delle scansioni cerebrali ha dimostrato che tutti i soggetti partecipanti attivavano maggiormente la corteccia prefrontale vetromediale quando veniva loro proposto un aumento anche quando questo non era particolarmente vantaggioso.

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