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Anche chi scampa al licenziamento patisce i danni della crisi

Stati Uniti
La crisi economica che sta attraversando l’intero mondo e anche l’Italia ha una doppia faccia, ovvero non è difficile solo per chi perde il lavoro ma anche per chi riesce a conservarlo. E mentre i giornali pubblicano decaloghi per aiutare i licenziati a sopravvivere alla crisi e rimettersi in pista, qui quello del Washington Post, c’è chi studia i rischi per chi l’ha scampata e resta in uffici dal personale assai ridotto con turni di lavoro che rischiano di allungarsi, mentre si moltiplicano le mansioni da svolgere. E non finisce qui.
Anche l’azienda che ha “ridimensionamento il personale”, infatti, subisce un contraccolpo nel senso che i suoi dipendenti sono meno motivati a svolgere le mansioni assegnate e, conseguentemente, il livello della produttività scende.
Questi, in termini generali, sono gli esiti di una ricerca condotta da David Edwards, manager strategico della Drake International, azienda di consulenza nel campo delle risorse umane, secondo cui ridurre il personale demotiva i lavoratori e determina un calo del rendimento dell’azienda.
Lo studio ha interessato un totale di 6.300 dirigenti di imprese che avevano sperimentato una riduzione del personale.
Secondo i loro dati è emerso che il 40 per cento dei dipendenti manifestavano una forte demotivazione e, contemporaneamente, dopo i licenziamenti, gli stessi datori di lavoro, confessavano di non essere all’altezza della corretta gestione della crisi.
“La riduzione dell’organico – spiega Edwards – avrebbe dovuto rappresentare, nelle intenzioni, un rimedio per uscire dalla crisi economica migliorando la produttività e riducendo inefficienze e costi ma l’analisi finale diceva tutt’altro. È emerso, infatti, che solo il 21 per cento delle imprese aveva registrato un aumento della produttività, mentre per il restante 79 per cento la crescita risultava stagnante.”
Secondo Edwards tra le cause della perdita di redditività c’è anche da considerare il fatto che non viene svolta una adeguata riqualificazione: solo il 14 per cento dei dipendenti frequenta un corso di formazione, mentre per colmare i vuoti si chiede agli impiegati di lavorare di più.
Il sondaggio svolto rivela inoltre che, in molti casi, i dirigenti hanno tagliato il personale senza svolgere prima un’adeguata pianificazione che ha significato, nel 45 per cento dei posti “soppressi”, la necessità di provvedere a nuove assunzioni.

Per il rischio cardiovascolare misuratevi il girocollo

Problemi di cuore
Dopo il girovita sembra che anche la circonferenza del collo fornisca preziosi elementi per determinare il rischio cardiovascolare. Questa affermazione è il risultato di una ricerca i cui esiti sono stati recentemente discussi in occasione della conferenza annuale dell’American Heart Association che si è svolta a Palm Harbor in Florida (USA).

I ricercatori che hanno svolto lo studio hanno spiegato che a fare la differenza per quanto riguarda la predizione di possibili eventi cardiovascolari sarebbero i centimetri in più della circonferenza del collo. Lo studio, effettuato su 3.300 persone con un’età media attorno ai 50 anni e una circonferenza media del collo di 40 cm per gli uomini e 32 cm per le donne, ha dimostrato che maggiore è la circonferenza del collo, maggiori sono i rischi di soffrire di colesterolo. Bastano 3 cm in più.
Secondo le ricerche degli scienziati, infatti, gli uomini avrebbero una media di 2,2 milligrammi/dl in meno di colesterolo HDL nel sangue e le donne una media di 2,7 mg/dl in meno. Questi valori si tradurrebbero in un rischio più alto di andare incontro a eventi cardiaci in quanto il colesterolo HDL, definito anche come “colesterolo buono”, esercita un effetto protettivo sull’organismo dato che  indirizza il colesterolo dai tessuti al fegato, dove viene metabolizzato.
Inoltre, una circonferenza del collo più ampia starebbe a indicare i livelli di glucosio nel sangue che risultano essere più alti di 3 mg/dl negli uomini e di 2,1 mg/dl nelle donne ogni 3 centimetri di circonferenza in più.
Queste misurazioni potrebbero essere considerate di poco valore ma in realtà, stando a quanto i ricercatori hanno spiegato, sono precisi indicatori della percentuale di grasso corporeo che si trova nella parte superiore del corpo, e che, come sappiamo, è strettamente collegata all’incidenza di disturbi cardiovascolari.

Settimana della prevenzione andrologica: informazione e visite gratuite

La settimana dal 23 al 28 marzo è dedicata alla prevenzione andrologica, ovvero a contrastare l’insorgenza del tumore alla prostata. L’iniziativa, promossa dalla Società italiana di andrologia (SIA), permetterà di svolgere visite gratuite in 253 dei centri specializzati, pubblici o privati, che hanno aderito al Progetto e dislocati in tutta Italia.
Sarà sufficiente richiedere agli sportelli CUP (Centro unico di prenotazione) un appuntamento per screening andrologico. Per individuare il centro più vicino si può contattare il numero verde 800.999.277 o il visitare il sito della SIA alla sezione dedicata alla settimana di prevenzione.
“Attraverso la Settimana di prevenzione andrologica – spiega Ciro Basile Fasolo, coordinatore della Commissione della Settimana della prevenzione andrologica – vogliamo favorire la diagnosi precoce e la cura di problemi legati alla sfera sessuale e spesso sottovalutati, quali, per esempio, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce, la disfunzione erettile o le infezioni sessuali, oltre a informare la popolazione sui fattori che possono mettere a rischio la salute del maschio”.
Sono gli uomini intorno ai 50 anni e oltre a correre il maggior rischio d’insorgenza di neoplasia prostatica e, oltre all’età, altri fattori predisponenti sono una dieta ricca di grassi saturi e una familiarità per la malattia.
In particolare quest’anno si parlerà di salute, sessualità e alimentazione per sottolineare con maggiore forza l’assoluta importanza di un’alimentazione e uno stile di vita corretti.
L’obesità, infatti, fa aumentare il rischio di ammalarsi di cancro e, inoltre, può seriamente compromettere nell’uomo funzionalità sessuale.  L’alimentazione – spiega Vincenzo Gentile, presidente SIA – è un elemento chiave della salute insieme a uno stile di vita sano. Vanno preferiti alimenti freschi, ricchi di antiossidanti, e ridurre al minimo il consumo di grassi animali”. La dieta deve quindi essere varia ed equilibrata, evitando pasti troppo abbondanti e cibi piccanti. Importante, poi, moderare l’alcol e non bere superalcolici.

La vecchiaia? Comincia a 27 anni

Vecchi a 27 anni
No, non è la trama dell’ultimo film di Brad Pitt, che nasce vecchio e ringiovanisce col tempo. Quella che sembra una contraddizione in termini è il risultato di uno studio che avrebbe scoperto che all’età di ventisette anni possiamo già considerarci vecchi. Certo, non si intende “vecchi” nel senso che non siamo più in grado di attraversare la strada da soli o di non ricordarci che cosa abbiamo mangiato la sera prima, ma comunque molti effetti ben noti dell’invecchiamento iniziano a fare capolino.
La sorprendente affermazione è stata fatta da un gruppo di scienziati del Dipartimento di Psicologia dell’Università della Virginia che hanno svolto uno studio basato su un campione di 2.000 persone sane (uomini e donne uniformemente divisi) di età compresa tra i 18 e i 60 anni e di livello culturale medio-alto.
Durante lo studio, pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging, i ricercatori hanno valutato il comportamento dei partecipanti nell’arco di sette anni impegnandoli a svolgere varie tipologie di test: risoluzione di puzzle visivi, prove di ragionamento e di visualizzazione spaziale, prove di vocabolario, risposte a quiz e test di velocità di pensiero.
La particolarità che è emersa esaminando i risultati dei test è stata che in nove prove su dodici il picco massimo di prestazione è stato raggiunto da soggetti di età media di 22 anni, mentre, appena con cinque anni in più, ovvero a 27 anni, le performance erano decisamente peggiori.
“Il declino naturale di molte nostre abilità cognitive potrebbe avere inizio molto prima di quello che generalmente ci aspettiamo”, ha dichiara Rebecca Wood, a capo dell’associazione inglese Alzheimer’s Research Trust, che ha sottolineato l’importanza di contrastare il declino cognitivo con l’ausilio di giochi di abilità e cruciverba già a partire dai 30 anni.
Ma tranquilli: non c’è da disperarsi. Secondo i ricercatori, infatti, anche se molte abilità mentali si perdono man mano che gli anni avanzano, molte altre risultano invece dare i loro migliori risultati a partire dai 60 anni di età.
Qualche esempio? I test studiati per valutare la padronanza del vocabolario e quelli di cultura generale dove è la saggezza la carta vincente.

Magrezza e disturbi alimentari: sono i rischi per le donne-soldato

Donne soldato

Le donne-soldato impiegate in zone di guerra sono esposte a un rischio molto elevato di incorrere in disturbi del comportamento alimentare e, rispetto alle loro colleghe che lavorano nell’esercito e alle civili, sono predisposte a un dimagrimento molto più significativo.
A lanciare questo allarme è uno studio longitudinale condotto dai ricercatori del Naval Health Research Center di San Diego (California) che hanno riferito gli esiti della ricerca sulla rivista American Journal of Epidemiology.
Lo studio ha monitorato i partecipanti per un periodo di tre anni (2001-2003) a cui è seguito un follow-up dal 2004-2006 basato su dei questionari indirizzati a 48.378 soggetti. Gli autori, nello specifico, sono andati a indagare nei partecipanti l’insorgenza di disordini alimentari nelle donne o negli uomini dopo aver valutato caratteristiche demografiche, militari e di comportamento.
Sono stati esaminati decine di migliaia di soldati dell’US Army (12.641 donne e 33.578 uomini) stanziati in Iraq e in Afghanistan sui quali i ricercatori sono andati a verificare l’ipotesi clinica, già formulata da tempo, che il forte stress subito a seguito della permanenza in zone di guerra giochi un ruolo determinante sia nell’incidenza sia nello sviluppo di disturbi del comportamento alimentare.
I risultati dell’indagine hanno infatti dimostrato che le donne-soldato che si trovano in zone di guerra vanno incontro a un rischio di 1,78 volte più alto di soffrire di disturbi del comportamento alimentare e di 2,35 più alto del normale di subire forti dimagrimenti, ovvero più del 10% del loro normale peso.

Rimbambiti dai social network? Forse sì

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Messaggio urgente per tutti coloro che non possono più fare a meno di Facebook, Twitter e Bebo: passare troppe ore su questi social network farebbe regredire il cervello a uno stadio infantile.
A lanciare l’allarme sulla testata inglese The Guardian, una rinomata scienziata britannica, Susan Greenfield, che ha stilato un rapporto alla Camera dei Lord del governo inglese in cui descrive i possibili rischi derivanti dall’uso forsennato dei social network. Secondo la neurologa tali network metterebbero il cervello in stretto contatto con una realtà virtuale decisamente scollegata da quella che è la normale dimensione reale. Una realtà fittizia dove si è continuamente esposti a stimoli sensoriali, ritmi esasperatamente veloci, perdita delle proprie inibizioni, acquisizione di maggior sicurezza della propria identità.

Tutto questo insieme di elementi creerebbe nel cervello una sorta di cortocircuito tra quella che è appunto una realtà esclusivamente virtuale e la normale socialità che segue principi e dinamiche completamente diverse. Il risultato? Problemi come deficit di attenzione, perdita di identità sociale e manie di sensazionalismo. “L’uso eccessivo dei social network può far perdere la propria identità sociale – spiega la neurologa  Susan Greenfield – provocando un disorientamento tra ciò che è reale e ciò che appartiene alla realtà virtuale”. In più il popolo di Facebook rischia di perdere le capacità empatiche nei confronti dell’altro e di diventare più insicuro.

Per tutti questi motivi, conclude Greenfield, “sarebbe utile verificare a fondo quale sia il legame tra l’avvento della cultura della socialità tecnologica e il consumo triplicato di farmaci contro i deficit dell’attenzione a cui si è assistito nell’ultimo decennio”.

Svelato il mistero del raffreddore

Allergie
Uno dei mali più comuni nei mesi freddi è il raffreddore. Tutti ne conoscono i sintomi: gola infiammata, testa come in un pallone, naso che sgocciola in continuazione. Eppure, pur essendo un malanno che si risolve nel giro di pochi giorni, non si è ancora trovato il modo di sconfiggerlo, e, nel caso il virus degeneri, possono svilupparsi serie complicazioni come asma (soprattutto nei più giovani) o infezioni ai polmoni e alle orecchie.
Scienziati dell’Università del Maryland a Baltimora in collaborazione con colleghi della University of Wisconsin-Madison e del J. Craig Venter Institute si sono avvicinati alla risoluzione del problema. Sono infatti riusciti a ricostruire l’albero genealogico del virus responsabile del raffreddore, il rhinovirus, identificandone 99 ceppi noti e hanno scoperto che ne esistono anche altri. In più, i ricercatori hanno osservato che i rhinovirus umani sono organizzati in 15 gruppi derivanti da antichi progenitori. È questo il motivo per cui curare il raffreddore con un unico farmaco non è un approccio di sicura efficaci. I ricercatori puntano invece sulla possibilità “di sviluppare diversi farmaci antivirali che abbiano come target specifiche regioni genetiche di determinati gruppi - come spiega Stephen B. Liggett dell’Università del Maryland, uno degli autori dello studio apparso sulle pagine di Science -. La scelta di quale farmaco dare a un paziente dipenderebbe, quindi, dalla composizione genetica dell’infezione da rhinovirus che lo ha colpito”.
Liggett e colleghi hanno dunque completato la sequenza genomica di tutte le specie conosciute di rhinovirus confrontandole tra loro e comparandone le diverse caratteristiche. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che anche virus distanti tra loro possono dar vita, ricombinandosi, a nuovi ceppi. Proprio questa ricombinazione potrebbe essere la ragione della rapida proliferazione di nuove varianti nel periodo invernale.
Sulla base di queste considerazioni sarà possibile dare risposta a domande del tipo: come mutano questi virus passando da persona a persona? Quali di questi sono associati all’asma?

Dai Peso al Peso, una campagna per la lotta a sovrappeso e obesità

Obesità, trovato un nuovo responsabile
È partita da qualche giorno “Dai peso al peso”, un’iniziativa che proseguirà fino al 12 giugno, voluta dall’Istituto Superiore di Sanità, l’IRCCS San Raffaele Pisana, la Società dell’Obesità e Acaya Formazione & Salute. Si tratta di un grande progetto nazionale in partnership con Abbott e in collaborazione con Coop.
Nei mesi di durata dell’iniziativa, in oltre 50 centri IperCoop distribuiti sull’intero territorio nazionale, tutte le persone tra i 18 e i 75 anni in sovrappeso evidente o sospetto potranno usufruire di un servizio per il controllo dei valori ematologici, misurazione della pressione arteriosa, calcolo dell’indice di massa corporea, valutazione della distribuzione di grasso rispetto alla massa magra e misurazione della circonferenza addominale. L’obiettivo del progetto è in primo luogo valutare i principali fattori di rischio dovuti all’eccesso di peso, secondariamente permettere alle persone di acquisire consapevolezza del problema. In più fornisce gli strumenti atti a educarsi a un corretto stile di vita abbassando così i rischi derivanti da forti oscillazioni di peso.
In tutto il mondo sovrappeso e obesità sono ormai una vera e propria emergenza con forti ricadute in termini sanitari e socio-economici. In Italia ogni giorno muoiono 156 persone per problemi legati all’eccesso di peso, una vera e propria epidemia: più di un italiano su 3 è in sovrappeso e gli obesi sono oltre 4 milioni.
“Sovrappeso e obesità derivano essenzialmente da uno squilibrio tra assunzione di cibo e attività fisica – commenta Giuseppe Rosano, direttore del Centro Ricerca Clinica del San Raffaele di Roma –. Le persone più a rischio sono quelle tra i 55 e i 64 anni di norma sedentarie con picchi tra gli ansiosi-depressivi e i bambini che sostano di fronte alla tv per più di 8 ore al giorno e con almeno un genitore obeso”.
Ma invertire la rotta si può grazie a un approccio integrato basato sulle tre “A”: attività fisica, alimentazione controllata, aiuto medico. Con dei piccoli accorgimenti si possono ottenere benefici immediati per la salute.

Le prime iniziative si terranno a Ravenna, Roma e Torino venerdì 13 e sabato 14 febbraio. Per il calendario degli eventi e maggiori informazioni sulla propria città, si può chiamare il numero verde: 800.928892.

Quando lo stress ti cambia i connotati

Stress
Se la genetica gioca un ruolo determinante nel processo di invecchiamento del nostro corpo, una recente ricerca svolta dall’American Society of Plastic Surgeons, pone l’accento su come anche una forte pressione dovuta all’esposizione a fattori stressanti possa cambiare addirittura l’espressione del volto.
Sappiamo bene, infatti, che essere sottoposti a eventi stressanti non giova affatto alla nostra psiche, il punto è che a farne le spese non è solo la nostra mente ma anche il fisico. Sotto accusa episodi di per sé già connotati come fortemente stressanti: divorzi, lutti, alcol, abuso di farmaci (antidepressivi e similari).
Lo studio, pubblicato sulla rivista Plastic and Reconstructive Surgery, ha esaminato quanto lo stress sia responsabile dell’invecchiamento del volto di una persona andando ad analizzare le visibili differenze nei lineamenti del viso di un campione di 186 gemelli in precedenza identici nell’aspetto. I ricercatori hanno riscontrato che i soggetti esaminati per lo studio che nel corso della loro vita avevano subito un divorzio dimostravano in media due anni in più rispetto ai loro fratelli gemelli single, sposati o persino vedovi. A giocare un ruolo importante nell’invecchiamento dei tratti somatici del volto anche il ricorso abituale a farmaci antidepressivi e le forti oscillazioni di peso.
“Questa ricerca è importante per due ragioni – spiega il dottor Guyoron del Dipartimento di chirurgia plastica dell’University Hospitals Case Medical Center di Cleveland in Ohio (Stati Uniti) –“prima di tutto perché abbiamo scoperto un numero di nuovi fattori che contribuiscono all’invecchiamento, secondariamente, le nostre scoperte supportano l’idea che i filler al viso ringiovaniscono l’espressione del volto”.
Stando infatti alle recenti statistiche della American Society of Plastic Surgeons nel 2007 sono state effettuate più di 1,5 milioni di procedure di riempimento delle rughe.

Vuoi dimagrire con poco sforzo? Ridi a crepapelle

Ridere fa dimagrire

Che ridere facesse bene ce ne eravamo già accorti tutti, ma che facesse anche dimagrire pare un’interessante novità. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori britannici che hanno condotto uno studio coordinato dalla neuroscienziata Helen Pilcher e commissionato dal canale digitale UKTV Gold.
La ricerca ha evidenziato che per eliminare i chili di troppo e i fastidiosi “cuscinetti” di adipe è sufficiente ridere per almeno un’ora al giorno. Sembra infatti che ridere per un’ora consenta al nostro organismo di bruciare le stesse calorie che si consumerebbero dopo un’attività fisica della durata di trenta minuti. “Ridere – spiega Helen Pilcher – mette in moto il nostro organismo sottoponendolo a una mini lezione di aerobica”.
Se poi si ha la costanza di abbandonarsi a un’ora al giorno di risate a crepapelle per la durata di un intero anno, alla fine si potrà contare un totale di cinque chili in meno sulla nostra bilancia che equivarrebbero a una taglia in meno. Niente di più facile da fare soprattutto per tutti coloro che per pigrizia evitano scientemente di andare in palestra o di fare moto.
Ma cosa avviene quando ridiamo di gusto? Innanzitutto i muscoli addominali sono contratti perché devono svolgere un duro lavoro per riuscire a gestire il ‘peso’ delle risate e, contemporaneamente, il petto è in movimento. Ma non finisce qui. Anche ben quindici muscoli facciali si attivano permettendo alla pelle di distendersi risultando così più luminosa.
“Non stiamo certo sostenendo – precisa la neuroscienziata – che occorre passare l’intera giornata davanti a sitcom a caccia di risate, ma è evidente che ridere possa aiutarci a restare in forma, oltre a renderci sereni e spensierati”. Se poi abbiniamo alla risata un regime alimentare più sano, l’ilarità può contribuire a un miglioramento del nostro corpo dato che un’ora di risate corrisponde a una perdita di circa 100 calorie che equivalgono a un piccolo pacchetto di patatine o a un pezzettino di cioccolata.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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