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Dalla Francia un clamoroso stop alla legge anti-pirateria

Per la prima volta Internet ha ottenuto il riconoscimento di libero mezzo di espressione dell’uomo. Per farlo il Consiglio Costituzionale francese si è appellato alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, dove si parla della tutela di libertà di espressione e comunicazione. Una libertà che l’articolo 5 della legge anti-pirateria voluta dal presidente Sarkozy, la HADOPI (Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur Internet), violava apertamente.

pirate bay logo.png
La normativa infatti introduceva l’obbligo per i provider di chiudere l’accesso a Internet a quegli utenti, che fossero stati trovati a scaricare illegalmente file nelle reti p2p, per almeno tre volte. Questo provvedimento, qualora fosse stato messo in pratica, avrebbe costituito una restrizione al diritto di esprimersi e comunicare liberamente. Il Consiglio ha quindi equiparato l’accesso a Internet a un diritto di espressione dell’uomo.

Non solo, rifacendosi sempre alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, (art. 9) in cui si parla della presunzione di innocenza di un individuo fino a quando non ne sia dimostrata la colpevolezza, il Consiglio ha concluso che togliere preventivamente l’accesso a Internet significherebbe riconoscere la colpevolezza del soggetto prima che un tribunale l’abbia effettivamente comprovata. Senza dimenticare poi il problema dell’effettiva responsabilità del titolare dell’abbonamento a Internet nella presunta violazione (un’altra persona avrebbe potuto utilizzare la connessione al posto suo). Pertanto l’autorità francese ha deciso che la legge HADOPI si fermerà all’invio di un avviso.

Dai primi commenti diffusi in rete, il pronunciamento del Consiglio Costituzionale francese potrebbe diventare un punto di riferimento mondiale nell’orientamento della normativa sul copyright e la pirateria.

Banda larga per tutti entro il 2012

Il Rapporto Caio ha smosso le acque e dopo la denuncia di una rete Adsl inadeguata e meno capillare di quanto fino a oggi abbia fatto credere Telecom Italia, arriva dal Governo una proposta concreta di sviluppo della banda larga nel nostro Paese.
Ieri il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani ha dichiarato che entro il 2012 tutti i cittadini italiani potranno avere accesso alll’Internet veloce (almeno 2 Mbps) grazie a un investimento di 1,5 miliardi di euro. Di questi, 800 milioni di euro erano già stati stanziati dalla precedente finanziaria per estendere la copertura della banda larga alle zone ancora digital divise, poi ci sono i fondi europei che dovrebbero coprire buona parte del rimanente. Resterebbero fuori circa 210 milioni di euro su cui non si esclude un intervento di investitori privati.

Con questo il Governo realizzerebbe il primo obiettivo indicato nel famoso Rapporto Caio divulgato in rete nelle scorse settimane, (che contiene un’analisi dello stato attuale delle infrastrutture di rete Internet in Italia).

Il grosso dell’investimento però, come spiega il consulente governativo Francesco Caio, nel suo studio, sta nel piano da 10 miliardi di euro per realizzare una rete in fibra ottica di nuova generazione capace di portare la fibra fin dentro le case degli italiani. Su questo punto Paolo Romani, nelle dichiarazioni riportate dalle agenzie di stampa, si è per forza di cose mostrato più prudente, visto la ricaduta che una cifra tale avrebbe sul Pil del Paese.

Il New Yorker disegna la copertina con l’iPhone

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La tecnologia penetra sempre di più nella nostra vita e l’iPhone, da simbolo dell’hi-tech di nuova generazione, si sta evolvendo in strumento sempre più versatile, grazie anche a quella miniera di applicazioni (circa 30.000) costituita dall’Apple Store.
Così negli uffici del The New Yorker, il settimanale simbolo dell’America un po’ snob, è stata utilizzata un’applicazione di “finger painting” dal costo di 4,99 dollari, come Brushes, per disegnare interamente in digitale la copertina del prossimo numero che sarà in edicola il 1 giugno.
Jorge Colombo, l’autore della copertina, a quanto riporta il The New Yorker, è rimasto per quasi un’ora a disegnare sull’iPhone in Times Square, di fronte al Wax Museum di Madame Tussaud. Per chi volesse vedere come ha eseguito la realizzazione c’è un video sul sito del magazine americano.

Google Street View: dalla Germania al Regno Unito è un coro di no

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Alla fine Paul McCartney l’ha spuntata e le foto con panoramiche a 360 gradi della sua lussuosa abitazione londinese in St John’s Wood, sono state rimosse da Street View. abbey road big.jpgL’ex Beatles infatti si era accorto che su Google Street View erano finite una sequenza di fotografie della dimora dove tra l’altro compose una delle sue più belle canzoni, Hey Jude, e aveva scritto a Google, considerando quella foto come una violazione della privacy e un potenziale attentato alla sua sicurezza personale.

Spostandoci in Germania, pochi giorni fa invece, riportava il New York Times, l’autorità nazionale tedesca per la protezione dei dati personali ha minacciato Google di possibili sanzioni, se quest’ultima non adeguerà Street View alle norme sulla privacy più restrittive, previste dal governo tedesco (che vieta le fotografie a persone o alle loro proprietà senza il consenso degli interessati).
Ora la questione non è nuova e anche Google in questi mesi sembra andarci con i piedi di piombo (tanto che in Germania il servizio non è ancora stato ufficialmente lanciato): Google Street View si basa sulla ripresa di sequenze fotografiche fatte a livello della strada in cui risultano inclusi edifici, automobili con relative targhe e anche persone. Finora la società di Mountain View si è dichiarata disponibile a garantire l’anonimato, ad esempio offuscando i volti delle persone o delle targhe delle automobili, ma è difficile pensare che riesca a farlo di default per tutte le foto. Per gli edifici c’è anche un problema di sicurezza, perché le foto tridimensionali di Street View potrebbero fornire informazioni preziose a malintenzionati.
Non a caso in Grecia le autorità hanno chiesto a Google maggiori garanzie proprio sulla privacy e hanno vietato all’azienda la raccolta delle immagini a livello della strada. Nei mesi scorsi in Inghilterra si era verificata addirittura una protesta dei cittadini contro le Google car che andavano in giro a riprendere le vie delle città e alcuni abitanti avevano appeso alla porta di casa un cartello che invitava a non fotografare la loro abitazione.
Dopo le proteste dell’ex-Beatles, Google ha fatto sapere di aver esteso a chiunque la possibilità di cancellare la propria abitazione dalle mappe di Street View, collegandosi a un’area apposita del sito. Il servizio è oggi attivo in undici paesi europei (tra cui Italia, Francia, Spagna, Olanda e Gran Bretagna) e secondo Google è stato utilizzato con soddisfazione da milioni di utenti che ne hanno sperimentato l’utilità.

Calano le vendite dei telefoni mobili, ma non degli iPhone

L'iPhone della Apple

Gli analisti di Gartner Group dicono che è la prima volta da quando la società monitora il comparto della telefonia mobile, (dal 2001) che si registra una contrazione così forte della domanda in un solo trimestre.
Il primo trimestre 2009, insomma sarà ricordato come record negativo: le vendite di telefoni mobili nel mondo sono state pari a 269 milioni di unità, ma rispetto allo stesso periodo del 2008 il calo è stato dell’8,6% .
Per contro il settore degli smartphone è in crescita del 12,7% rispetto al 2008 con 36,4 milioni di unità rilasciate. Le vendite di smartphone, sostiene Gartner Group, pesano ormai per il 13,5 % su tutte le vendite di telefoni mobili nel mondo e sono guidate prevalentemente dai prodotti touch screen.
Nokia rimane leader di mercato con quasi 15 milioni di smartphone venduti nel primo trimestre, seguita a ruota da Research in Motion (quasi 15 milioni di telefoni rilasciati) e da Apple che ha raddoppiato la quota di mercato al 10,8% grazie a agli oltre 3.938.000 iPhone venduti nei primi tre mesi dell’anno.
Anche nella classifica generale dei produttori per numero di terminali mobili venduti il primato di Nokia resta immutato (97 milioni di unità), ma cala il market share dal 39,1% del primo trimestre 2008 al 36,2% del primo trimestre 2009. Samsung si conferma il numero due (51 milioni di unità) con una quota di mercato in crescita (19% contro il 14% del 2008) seguita da LG e Motorola.

Traduzione istantanea per i messaggi di posta con Gmail

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Message Transaltion è la nuova scommessa di Google sulle funzioni di traduzione linguistica automatica delle email inviate e ricevute con Gmail.
La funzionalità, disponibile in via sperimentale nei Gmail Labs dovrebbe consentire agli utenti del software di posta elettronica (oramai una decina di milioni di persone) di comunicare e leggere le mail nella propria lingua nativa o in quella preferita, grazie al traduttore automatico Google Translate.
Com’è noto nel web il successo dei traduttori automatici è stato finora piuttosto scarso, a causa della bassa qualità dei risultati che si ottengono, dovuta prevalentemente a problemi di interpretazione semantica.
Google Translate è già in uso come strumento per impostare le ricerche nella propria lingua e poi tradurre i termini ricercati in inglese, ma è anche utilizzato nelle chat con la funzione Translation Bots.
Ora l’apertura di Gmail alla traduzione istantanea in quarantun diversi idiomi offre oppportunità non solo agli utenti privati, ma anche a quelli business. Si pensi ad esempio a una multinazionale dove i dipendenti usano Gmail, d’ora in poi ognuno in teoria potrà scrivere le mail nella propria lingua e inviarle tradotte nel corretto idioma ai colleghi di un’altra filiale nel mondo, o a clienti.
Diciamo in teoria, perché come detto sopra, il lievello delle traduzioni automatiche non è mai perfetto.

A tale proposito Google nel blog ufficiale sostiene che il loro approccio al cloud computing con migliaia di computer che processano miliardi di parole di testo tipicamente scritte in mono o bilingua, ha permesso di costruire dei modelli linguistici statistici di traduzione da utilizzare nel processo di traduzione automatica. rendere più precisi i risultati.
Ad ogni modo, di un esperimento si tratta, chi volesse provare Message Translation può farlo selezionando il menu Labs da Impostazioni (in alto a destra nell’inbox di Gmail).

Amazon apre all’Italia le frontiere dell’e-commerce

amazon

Amazon abbatte le frontiere del cosiddetto cross-selling, ovvero la possibilità per gli utenti di acquistare da un sito che si trova  in un paese diverso da quello di provenienza. Un’abitudine ben poco radicata tra i  consumatori europei, visto che stando ai dati diffusi ieri nel corso dell E-Commerce Forum di Netcomm a Milano, solo il 7% degli utenti Internet europei fa acquisti on line in paesi diversi dal proprio e in Italia la percentuale scende al 4.Amazon, che già consentiva attraverso i suoi siti europei, in InghilterraGermania e Francia, di acquistare dall’Italia alcuni prodotti (tipicamente libri, film, Cd e Dvd) ora fa un passo in più nel processo di avvicinamento al nostro paese che forse porterà un domani il gruppo guidato da  Jeff Bezos ad aprire anche un sito in Italia.L’annuncio dato in diretta da Diego Piacentini, Senior vicepresident di Amazon, nel corso dell’E-Commerce forum è che da oggi circa  55.000 prodotti descritti in lingua  italiana e con manuali di istruzione in italiano, saranno acquistabili dal sito inglese Amazon.uk e altre decine di migliaia d Amazon.de e Amazon.fr. Tutti gli  articoli in vendita (dai prodotti per la casa, ai ricambi per auto, articoli sportivi e giocattoli) avranno uguali costi di spedizione verso l’Italia a partire da 6 euro per le consegne in tre giorni e da  10 euro per la consegna con modalità espresso. Le procedure di acquisto non dovrebbero presentare grandi difficoltà visto che per il sito inglese è presente il convertitore di valuta dalla sterlina all’euro e il pagamento verrà fatto sempre in euro. Qualche problema l’utente potrebbe incontrarlo in fase di check out, ha detto Piacentini, perché l’Iva per le spedizioni in Italia viene calcolata all’ultimo momento del processo di acquisto ed è diversa da quella compare accanto al prezzo dell’articolo sul sito inglese. Ma per il resto Amazon assicura di voler garantire agli utenti italiani la  stessa qualità di servizio e convenienza di prezzi che peraltro molti hanno già potuto sperimentare acquistando direttamente dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra.Non solo, Amazon mette a disposizione la propria piattaforma web Amazon Marketplace a quei commercianti con sede in Italia che sono interessati a presentare i loro prodotti ai milioni di  clienti Amazon, con la  possibilità di spedirli in tutto il mondo.L’operazione annunciata ieri (e che viene annunciata anche in Spagna e Benelux) rappresenta quindi un tentativo concreto di rendere l’e-commerce davvero un fenomeno globale. Certo non mancano gli interrogativi: ad esempio su chi presterà garanzia al bene acquistato, Piacentini ha ricordato la garanzia europea di 24 mesi che vige sui beni acquistati, ma per certi prodotti di elettronica le cose sono più complesse. D’altronde lo stesso Piacentini ha detto che sono i produttori i primi a non progettare i prodotti nella logica del cross selling, perché il mercato retail non è nato con questa finalità. Amazon intende facilitare le cose e soprattutto si spera  che questa apertura all’export sul mercato italiano possa contribuire a invertire quell’anomalia tutta italiana di un  commercio elettronico in cui si  vendono per i due terzi solo servizi (bliglietti aerei, viaggi. ricariche telefoniche) e ben pochi prodotti.Anche ieri a Netcomm è stato ricordato come ci sia ancora una grossa carenza nell’offerta di beni on line, soprattutto da parte della grande distribuzione organizzata che continua a essere la grande assente (solo due catene hanno una presenza on line MediaWorld ed Esselunga). I primi mesi del 2009 sembrano invertire anche se di poco la tendenza a una vendita solo di servizi: la School of Management del Politecnico di  Milano, che realizza il rapporto annuale sullo stato dell’ e-commerce lato offerta, ha infatti segnalato per il primo trimestre dell’anno  un aumento nelle vendite di prodotti (+10% negli ordini) a cui corrisponde  un decremento nel settore turismo (-2%) e una diminuzione (-10% del valore medio dello scontrino. Si confermano invece i dati relativi del 2008: un mercato che vale 5,914 miliardi di euro e che interessa nove milioni di italiani che fanno acquisti on line.

Un cheeseburger consuma energia come 15 mila ricerche con Google

Quanta energia consuma una ricerca su Internet? In media, sostengono gli ingegneri del Googleplex una query di media complessità consuma 1 Kj (kilojoule) e genera un’emissione di 0,2 grammi di CO2.Il tema del consumo energetico e relativo inquinamento è molto caro a Google, attenta a non deludere il claim che l’ha resa famosa nel mondo (don’t be evil).
Ben consapevole del dispendio energetico dei suoi data centre, cuore pulsante del motore di ricerca, la società di Mountain View ritorna sull’argomento nel suo blog ufficiale dove pubblica un’interessante tabella di comparazione delle emissioni di CO2 generate da attività quotidiane e dalle ricerche nel web. Alcuni esempi: le emissioni di CO2 prodotte per fare e distribuire un quotidiano valgono come 850 ricerche con Google; un carico di piatti nella lavastoviglie con il programma EnergyStar produce CO2 quanto 5.100 ricerche; e un cheeseburger ne vale 15.000.

In questi anni Google ha dedicato non poche risorse alla progettazione di data centre sempre più efficienti e oggi sostiene di aver ridotto del 50% il consumo energetico dei proprio centri di calcolo. Sebbene l’elettricità necessaria a far girare le varie apparecchiature elettroniche che ci circondano (computer, Pda, iPod, telefoni cellulari e Gps), sia ormai responsabile della metà delle emissioni generate da tutta l’industria ICT (Information and Telecommunication Technology), è anche vero, sostiene Google, che le tecnologie informatiche e Internet a loro volta contribuiscono a far risparmiare energia. Le e-mail, le videoconferenze, o le stesse ricerche sul web significano meno viaggi di lavoro, meno spostamenti, meno buste di carta e in generale meno emissioni di CO2 prodotte in altri settori dell’economia. E dopo tutto, sostiene Google, è più efficiente muovere elettroni che atomi.

Intel: in arrivo una multa dall’antitrust

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E’ atteso per questa settimana il pronunciamento della Commissione Antitrust dell’Unione Europea sul caso Intel, accusata di comportamento anti competitivo nei confronti degli altri produttori di chip, per aver pagato illegalmente alcuni produttori di computer affinché posticipassero o addirittura annullassero il lancio di nuovi modelli basati su chip diversi da Intel.
E’ molto probabile che la Commissione Europea decida di applicare una sanzione al più grande costruttore di processori, ma al momento non si conosce ancora di quale entità sarà l’ammenda (anche se alcune fonti parlano di una cifra che potrebbe arrivare anche al 10% del fatturato annuo dell’azienda, quindi intorno ai 3 miliardi di euro).
Di certo, come ricorda l’agenzia stampa Reuters, c’è il precedente di Microsoft che nel 2004 fu condannata per abuso di posizione dominante sul mercato per 497 milioni di euro, cifra poi salita a 1,35 miliardi di euro a causa di altre violazioni imputate dall’antitrust al gigante di Redmond.
In questo caso Intel dovrà rispondere di abuso di posizione dominante sul mercato per due precisi motivi: per aver corrisposto denaro ai produttori di computer che accettavano di ridurre o eliminare del tutto dai loro computer i chip della concorrenza (leggi AMD) e per aver persuaso le catene distributrici a vendere solo PC a marchio Intel.
Secondo l’Unione europea, la pratica di corrispondere denaro sotto banco ai produttori di PC compiacenti, sarebbe una “restrizione nuda e cruda” alla libera competizione sul mercato. Non solo durante gli otto anni in cui Intel avrebbe violato le regole di mercato, l’azienda avrebbe anche stabilito in che percentuale i produttori di PC dovevano utilizzare i suoi chip e quelli di altri fornitori. Reuters cita l’esempio di NEC che secondo alcune fonti, avrebbe utilizzato i chip AMD solo nel 20% dei suoi desktop e notebook. Mentre Lenovo e Dell avrebbero sposato il marchio Intel in tutti loro notebook e desktop e Hewlett Packard sul 95% dei suoi desktop. Mercoledì questo si saprà come andrà a finire la vicenda, iniziata nel 2000 quando AMD fece ricorso all’anti-trust proprio per denunciare il comportamento anti-competitivo di Intel.

L’Unione europea detta i diritti dei consumatori on line

Se Internet è un mezzo globale non si capisce perché i servizi offerti in rete, dall’acquisto di un bene fisico on line al download di un file, debbano essere regolati dalle normative vigenti in ciascun Paese.
Con il risultato che l’e-commerce resta ancora uno scoglio insormontabile per molti cittadini, visto che ben il 42% degli utenti Internet europei non ha mai eseguito un pagamento on line e soprattutto il 65% non sa dove trovare informazioni su come perfezionare un acquisto da siti stranieri (fonte Eurobarometer survey).
Ora la Commissione Europea, accogliendo una Risoluzione del Parlamento di Strasburgo, ha formalizzato ieri una guida pratica ai diritti digitali dei consumatori nell’Unione Europea. logo_eyou guide.gif
“Nel mercato unico europeo”, ha detto Viviane Reding Commissario Europeo per l’Information Society e i Media, “i diritti dei consumatori on line non devono dipendere da dove ha la ragione sociale o il sito quella società. I confini nazionali non devono complicare la vita agli utenti quando essi vogliono acquistare on line un libro o scaricare da Internet un file. Se vogliamo davvero sfruttare le potenzialità dei mercati digitali dobbiamo dare ai cittadini lo stesso livello di sicurezza e di confidenza che hanno quando entrano in un negozio sulla strada” ha concluso la Reding.

La guida non contiene solo indicazioni sull’e-commerce ma anche regole di comportamento utili per i navigatori in materia di protezione dei dati personali e di come questi vengono gestiti dai vari social network di appartenenza.


Nella guida si legge che i cittadini hanno diritto ad avere informazioni chiare su prezzi e condizioni vendita prima di fare un acquisto; di decidere se e come acconsentire al trattamento dei propri dati; di ricevere la merce entro 30 giorni dalla data di acquisto e di avere a disposizione un periodo di ripensamento di 7 giorni lavorativi in cui è possibile cambiare idea e mandare indietro il bene acquistato. Queste regole dovranno essere seguite da tutti i siti che portano il suffisso .eu che ormai contraddistingue più di 3 milioni di indirizzi e che è il segno di riconoscimento delle aziende che operano in uno dei 27 stati membri nella comunità europea.
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Nelle priorità della Commissione Europea c’è anche quella di individuare una licenza unica per i contenuti on line che vengono scaricati da web (come file musicali, giochi, video e libri) che dovrebbe quindi bypassare le singole legislazioni nazionali, offrendo la possibilità agli utenti di acquistare contenuti digitali da un qualsiasi paese dell’Unione senza problemi di differenti norme sul copyright. Un provvedimento quest’ultimo molto atteso e che segnerebbe una svolta nel web.
Non solo la Reding si è spinta oltre, parlando di una licenza d’uso unica in Europa anche per prodotti come software applicativi e videogiochi: “la licenza d’uso dovrebbe garantire agli utenti gli stessi diritti che si hanno quando si acquista un bene fisico: il diritto ad avere un prodotto funzionante e a condizioni standard di mercato”.

Il futuro di Facebook

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