Se pensate che l’orologio della stazione sia solo quello delle ferrovie elvetiche allora date un’occhiata a quello che hanno combinato a Osaka, in Giappone: Continua
- Martedì 20 Settembre 2011
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Acqua
Se pensate che l’orologio della stazione sia solo quello delle ferrovie elvetiche allora date un’occhiata a quello che hanno combinato a Osaka, in Giappone: Continua
Se da noi in Italia l’estate finora ha fatto le bizze, la pioggia ha rovinato le ferie a molti, e non abbiamo assistito ai soliti esodi epocali (forse in parte anche per colpa della crisi economica galoppante), altrove, negli Stati Uniti, si è registrato caldo eccezionale con una ulteriore sgradevole conseguenza: la siccità. Continua
Se pensate di aver già sentito tutto e il contrario di tutto sulle sciagure che possono abbattersi sul pianeta Terra se non arrestiamo i cambiamenti climatici, aggiungete una riga al vostro taccuino e appuntatevi la parola siccità. Uno studio del National Center for Atmospheric Research americano sostiene che questa è la minaccia peggiore, e forse la più concreta che incombe su tutti noi. Continua
Si celebra domenica 22 marzo la giornata internazionale dedicata all’acqua. Che ci piaccia o no saranno le risorse idriche, o meglio la loro scarsità, il problema principale con cui dovremo fare i conti nei prossimi decenni. Eppure c’è abbastanza acqua potabile per soddisfare i bisogni di tutti, solo che le scorte non sono distribuite uniformemente né gestite in maniera appropriata. Molti paesi stanno già facendo i conti con la crescente scarsità di acqua potabile. Nel 2025, 1 miliardo e 800 milioni di persone vivranno in paesi o regioni con scarsità assoluta di acqua. Ed è stringente anche l’emergenza inquinamento. Ogni giorno due milioni di tonnellate di rifiuti vengono smaltiti nei corsi d’acqua. Nei paesi in via di sviluppo il 70 per cento dei rifiuti industriali fa la stessa fine. Dal 1900 a oggi la metà delle aree umide, principale fonte rinnovabile di acqua potabile, sono scomparse. Mettere un freno al deterioramento degli ecosistemi umidi transfrontalieri è urgente per assicurare una riserva d’acqua stabile per le nostre case, industrie, fattorie. Questo il grido d’allarme lanciato dalle Nazioni Unite, che hanno deciso di dedicare la giornata dell’acqua di quest’anno proprio agli specchi d’acqua “di confine”, potenziale motivo scatenante di sanguinosi conflitti.
“I fiumi e i bacini d’acqua transfrontalieri del mondo includono il territorio di 145 paesi e coprono circa la metà della superficie terrestre. Grandi riserve di acqua potabile si muovono anche al di sotto delle frontiere nelle falde sotterranee. Con ciascun paese preoccupato di soddisfare i propri bisogni d’acqua da fonti limitate, alcuni prevedono un futuro pieno di conflitti”, avverte il Comitato organizzatore. “Ma la storia mostra che la cooperazione, non il conflitto, è la risposta più comune ai problemi che riguardano la gestione delle acque transfrontaliere”. Questo è l’augurio che dobbiamo farci per la protezione di una risorsa preziosissima, continuamente minacciata dall’inquinamento e corteggiata da quanti vorrebbero privatizzarla. Moltissimi gli eventi organizzati per domenica 22 marzo in tutto il mondo. Qui una mappa interattiva.
Un video dell’Unicef (in inglese) per il World Water Day 2009.
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Residui chimici nell’acqua
Un nuovo metodo per contrastare il grave problema dell’inquinamento da farmaci, illustrato da un articolo pubblicato su Water Research, è stato messo a punto da un gruppo internazionale di chimici, appartenenti a centri di ricerca distribuiti tra Francia, Svizzera, Spagna e Colombia. Il sistema potrà trovare la sua applicazione primaria in impianti di depurazione delle acque, nelle quali i residui dei prodotti farmaceutici finiscono con facilità e in grandi quantità, provenienti dai singoli consumatori, dagli ospedali e dalle stesse aziende che li realizzano. Il meccanismo di depurazione, che è stato testato su campioni d’acqua contaminata con l’ibuprofen, un noto farmaco antidolorifico e anti-infiammatorio, prevede l’impiego di un generatore di ultrasuoni collocato sul fondo del contenitore in cui avviene il processo. Questo apparecchio è necessario a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica, dando origine a una reazione chimica definita sonolisi che, dissociando l’acqua in radicali altamente ossidanti, come quello idrossilico, degrada l’ibuprofen in composti a minor peso molecolare. Come spiega Fabiola Méndez-Arriaga, ricercatrice dell’università di Barcellona, il processo, che libera anidride carbonica e produce bollicine microscopiche contenenti grandi quantità di energia, fa sì che con un’irradiazione di due ore il farmaco sia completamente eliminato e trasformato in sostanze biodegradabili, successivamente trattabili in un impianto di depurazione convenzionale. Poiché con farmaci diversi dall’ibuprofen la procedura potrebbe generare sostanze più tossiche di quella da neutralizzare, è stata utilmente studiata l’applicazione di altre tecniche di ossidazione avanzata, come la fotocatalisi eterogenea, una reazione nella quale un semiconduttore come il biossido di titanio assorbe la luce ultravioletta per degradare gli inquinanti organici in anidride carbonica, acqua e acidi minerali, che non sono tossici per l’ambiente.
A prima vista l’idea sembra avere del miracoloso: trasformare l’aria in acqua. In realtà l’azienda canadese Element Four intende contribuire alla soluzione pratica e ben ponderata dei notevoli problemi energetici e ambientali legati a una risorsa come l’acqua, sempre più preziosa ovunque, non solo nei Paesi in cui scarseggia. E il contributo in questione, presentato dopo quattro anni di ricerca, si chiama WaterMill, un apparecchio simile a una grossa palla da tennis in plastica bianca che si può fissare a un muro esterno della propria abitazione, in modo da non essiccare l’aria che si respira al suo interno. Azionando il dispositivo, le cui prestazioni sono garantite anche in città molto inquinate, entrano dapprima in funzione alcuni filtri che depurano dalle micropolveri e da altre impurità l’aria circostante aspirata, la cui umidità viene condensata attraverso un processo di raffreddamento che ha luogo a una temperatura leggermente inferiore a quella che si registra in natura con la formazione della rugiada. L’acqua così ottenuta, in quantità variabile secondo l’umidità tra 4 e 25 grammi per metro cubo d’aria, viene poi sterilizzata in una camera a raggi ultravioletti, necessari a neutralizzare gli agenti infettivi. Da ultimo, l’acqua viene filtrata e trasportata da un piccolo tubo direttamente al rubinetto della cucina o al frigorifero, pronta per essere bevuta. Sarà così possibile produrre fino a 12 litri di acqua potabile al giorno, utilizzabile anche per cucinare o per altri impieghi domestici che richiedano acqua pulita.
Così funziona il WaterMill
Il WaterMill presenta un consumo energetico di 300 Watt, ma dispone di un meccanismo automatico che, oltre a controllare costantemente il suo funzionamento, massimizzando la produzione di acqua e minimizzando il consumo di energia in base alla temperatura e all’umidità dell’aria, segnala di volta in volta il momento migliore per avviare il sistema (mai in condizioni di umidità relativa inferiore al 30 per cento). La sua commercializzazione è prevista entro il prossimo febbraio negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Giappone, Australia e Italia, a un prezzo di circa 1200 dollari (950 euro). Secondo l’azienda produttrice, il costo non dovrebbe scoraggiare gli amici dell’ambiente, in quanto può essere ammortizzato in circa due anni. Ogni litro d’acqua ottenuto con questo metodo sembra essere molto più conveniente ed ecocompatibile della stessa quantità acquistata in bottiglia. Solo negli Stati Uniti, infatti, vengono consumati 30 miliardi di litri di acqua imbottigliata all’anno, con una spesa di circa 11 miliardi di dollari. Questo significa, secondo l’Earth Policy Institute, organizzazione fondata nel 2001 dal guru dell’ambientalismo Lester Brown, dilapidare un milione e mezzo di barili di petrolio per produrre la plastica che la contiene, corrispondenti al fabbisogno annuale di 100mila automobili, senza contare il danno rappresentato da 30 milioni di bottiglie al giorno disperse nell’ambiente.
Donne prendono la loro razione d’acqua ad Haiti.
Meglio un bicchiere d’acqua pieno o la lampadina accesa? Se la popolazione del mondo ha sempre più sete, allo stesso tempo è necessaria più energia per depurare gli scarichi e ottenere acqua potabile. Che nel mondo, allo stato attuale, è prodotta sfruttando come fonte energetica gli impianti alimentati da petrolio e gas naturale. Una spirale di consumi: una nuova rivista pubblicata da Scientific american sostiene che l’umanità in futuro potrebbe trovarsi di fronte a un bivio: scegliere di bere o di usare più elettricità. Certo, una tesi estrema. Eppure, se da un lato gli idrocarburi restano le principali fonti per la generazione di corrente e per il riscaldamento, globalmente sono ancora gli impianti idroelettrici la fonte rinnovabile più utilizzata. Scientific american semplifica con un paragone: per anni gli abitanti del pianeta hanno vissuto consumandone le risorse (è il modello Terra 1.0). La rivoluzione industriale iniziata in Europa ha portato prosperità, ma ha aumentato la voracità dell’umanità (versione Terra 2.0). Ora, sarebbe necessario progettare una Terra 3.0 che unisca i benefici della Terra 2.0 con la sostenibilità ambientale del modello Terra 1.0.
Le risorse di acqua sotterranea
Eppure le profondità del pianeta sono ricche di oro blu: una mappa dell’Unesco ha rivelato dove sono i principali “depositi” di acqua sotterranea, venti volte più abbondante di quella distribuita in laghi, fiumi, ghiacciai. Una ricerca che in dieci anni ha fotografato giacimenti immensi in Amazzonia, in Russia, negli Stati Uniti occidentali e in Africa centrale (qui la cartina in pdf). Ma, allo stesso tempo, gli scienziati delle Nazioni Uniti hanno scoperto 237 bacini sotterranei situati tra i confini di due o più Stati. Situazioni che nel tempo potrebbero diventare esplosive.
Il rap dell’acqua sotterranea
Scarsità di acqua, di cibo, malattie, differenze sociali, iniqua distribuzione della ricchezza a livello mondiale: problemi strettamente legati tra loro che si traducono in cifre talvolta spaventose.
Per riflettere organicamente su tutte le questioni che rientrano in questi ambiti, i più grandi esponenti della comunità scientifica mondiale si riuniranno nei prossimi giorni a Venezia per la quarta edizione della conferenza The Future of Science, dedicata quest’anno al tema Food and water for life e che vede nel pool degli organizzatori la Fondazione Cini, la Fondazione Tronchetti Provera e la Fondazione Veronesi.
“L’ingiustizia alimentare, per cui c’è chi muore di fame e chi si ammala per troppo cibo, è una delle peggiori iniquità dei nostri tempi - riflette Umberto Veronesi nella sua veste di presidente della conferenza -. Possiamo contrastarla da subito utilizzando le conoscenze della scienza, in particolare della genetica nel campo della produzione agricola e assumendo un comportamento alimentare più responsabile. Un primo obiettivo è la progressiva riduzione del consumo di carne: i raccolti agricoli potrebbero sfamare milioni di poveri invece che miliardi di animali destinati a pochi ricchi.
A fargli immediata eco è Chiara Tonelli, genetista dell’Università di Milano e segretario generale della conferenza: “Il primo modo per mantenere o aumentare i livelli di produzione alimentare è risparmiare l’acqua, a tutti i livelli. La ricerca sta sperimentando piante resistenti alla siccità e alle malattie, adatte a crescere in terreni aridi o salini. La scienza ha dato il via alla Blue Revolution, la rivoluzione della qualità, dopo la Green Revolution, la rivoluzione della quantità”.
Secondo gli organizzatori una delle principali opportunità per il superamento della povertà è quella che poggia nella capacità e nelle possibilità di sviluppare infrastrutture tecnologiche che consentano alle comunità svantaggiate di accedere a nuovi strumenti e nuove possibilità di crescita economica ed individuale.
“La povertà - conclude Mario Citelli, amministratore delegato di Aria, uno degli sponsor dell’evento - è oggi la conseguenza di logiche di mercato basate su una globalizzazione finalizzata all’interesse esclusivo dei Paesi ricchi”.
Un cinese su quattro resta facilmente a bocca asciutta: bere un bicchiere per dissetarsi è un lusso, come rivela la mappa (in alto) dell’accesso all’acqua potabile, dove le nazioni più grandi sono anche le più assetate. L’oro blu diventerà un bene conteso nel tira e molla della globalizzazione. Capace di rivelare gli squilibri nel mondo. Quanti litri d’acqua servono per fabbricare un paio di jeans? Diecimila. E per un singolo hamburger? Più di 2 mila. A trovare una risposta per queste domande è stato John Anthony Allan, professore del King’s college di Londra: ha ricevuto un premio dallo Stockholm International Water Institute (Siwi), che dal 17 celebra la settimana dell’acqua. In realtà si tratta di “acqua virtuale”, un’idea semplice per mostrare a colpo d’occhio il consumo di risorse idriche impiegate nella produzione di alcuni beni e alimenti diffusi soprattutto nel mondo sviluppato, dalla bistecca (4500 litri) a mezzo chilo di formaggio (2500 litri). Sono cibi che difficilmente fanno parte della dieta base nei Paesi poveri. Anzi, se l’America latina fornisce oro blu in abbondanza, l’Africa ne è assetata.
Differenze che rischiano di aggravarsi: entro il 2050 sarà necessario sfruttare il 50% di acqua in più. Eppure per più di due miliardi di persone water e lavandino sono un privilegio perché non hanno accesso ai servizi igienici elementari. Le conseguenze le spiega l’Organizzazione mondiale della sanità: inquinamento dell’acqua e della catena alimentare, contaminazione delle aree balneabili, diffusione di condizioni favorevoli per lo sviluppo di insetti in grado di diffondere malattie. Nei paesi più poveri, poi, le strutture sanitarie sono più insufficienti: è noto, però, che per ogni dollaro investito i benefici sono nove volte superiori. E, come ha dimostrato lo statistico svedese Hans Rosling in una celebre lezione, l’efficienza del sistema sanitario è una condizione decisiva per il decollo dell’economia. Per ora, l’obiettivo delle Nazioni Unite è di arrivare a servire il 75% della popolazione mondiale con servizi igienici sufficienti.
Hans Rosling “smonta” i miti sul terzo mondo in video del Ted, considerato lo YouTube degli intellettuali
All’Università di Tel Aviv, la crisi alimentare globale viene combattuta tentando di rimediare a uno degli aspetti del problema, l’inefficienza degli attuali metodi di irrigazione, che lasciano evaporare una quantità di acqua maggiore di quella in grado di raggiungere effettivamente le radici delle colture. Un gruppo di ricercatori del dipartimento di scienze botaniche, guidati da Amram Eshel e Hillel Fromm, sta lavorando a un progetto finanziato dal ministero dell’agricoltura israeliano per modificare geneticamente le radici: l’obiettivo è di migliorarne la capacità di trovare l’acqua indispensabile alla sopravvivenza.
Un gene di recente scoperta che controlla l’idrotropismo (cioè la tendenza della pianta a orientare le sue radici in direzione di fonti di umidità) è alla base del progetto in corso: è un programma di ricerca che prevede l’osservazione in laboratorio della crescita in aria umida di piante di Arabidopsis e, in un secondo momento, l’analisi del comportamento delle loro radici geneticamente modificate quando tendono a raggiungere una potenziale fonte d’acqua. Come spiega Eshel, “il nostro scopo è quello di risparmiare acqua. Stiamo perciò incrementando l’efficienza delle piante nell’assorbirla. Piante che percepiscono meglio l’acqua avranno infatti in futuro un valore economico più elevato”. La ricchezza deriverà dalla possibilità di ottenere attraverso la loro coltivazione la riduzione dell’ingente spreco di acqua e di energia con cui fanno i conti gli agricoltori di tutto il mondo, specialmente quelli che lavorano in aree dove l’approvvigionamento idrico è più difficoltoso. Sulla stessa linea di ricerca si muovono altri progetti coordinati da Eshel, come lo studio dell’uso dell’Euphorbia tirucalli, un arbusto che può crescere facilmente in zone desertiche, quale fonte per la produzione di biocarburante.

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