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Acqua

Piante che assorbono meglio l’acqua, rimedio alla crisi alimentare globale

SiccitÃ
All’Università di Tel Aviv, la crisi alimentare globale viene combattuta tentando di rimediare a uno degli aspetti del problema, l’inefficienza degli attuali metodi di irrigazione, che lasciano evaporare una quantità di acqua maggiore di quella in grado di raggiungere effettivamente le radici delle colture. Un gruppo di ricercatori del dipartimento di scienze botaniche, guidati da Amram Eshel e Hillel Fromm, sta lavorando a un progetto finanziato dal ministero dell’agricoltura israeliano per modificare geneticamente le radici: l’obiettivo è di migliorarne la capacità di trovare l’acqua indispensabile alla sopravvivenza.

Un gene di recente scoperta che controlla l’idrotropismo (cioè la tendenza della pianta a orientare le sue radici in direzione di fonti di umidità) è alla base del progetto in corso: è un programma di ricerca che prevede l’osservazione in laboratorio della crescita in aria umida di piante di Arabidopsis e, in un secondo momento, l’analisi del comportamento delle loro radici geneticamente modificate quando tendono a raggiungere una potenziale fonte d’acqua. Come spiega Eshel, “il nostro scopo è quello di risparmiare acqua. Stiamo perciò incrementando l’efficienza delle piante nell’assorbirla. Piante che percepiscono meglio l’acqua avranno infatti in futuro un valore economico più elevato”. La ricchezza deriverà dalla possibilità di ottenere attraverso la loro coltivazione la riduzione dell’ingente spreco di acqua e di energia con cui fanno i conti gli agricoltori di tutto il mondo, specialmente quelli che lavorano in aree dove l’approvvigionamento idrico è più difficoltoso. Sulla stessa linea di ricerca si muovono altri progetti coordinati da Eshel, come lo studio dell’uso dell’Euphorbia tirucalli, un arbusto che può crescere facilmente in zone desertiche, quale fonte per la produzione di biocarburante.

Il suolo di Marte? Potrebbero crescerci gli asparagi

La sonda Phoenix

Il braccio robotico e i pannelli solari della sonda Phoenix
La superficie di Marte è fredda, asciutta e bombardata da raggi ultravioletti. Ma la sonda Phoenix non ha trovato elementi che potrebbero ostacolare lo sviluppo della vita. Anzi, gli ultimi esperimenti hanno rivelato un suolo simile a quello del giardino di casa, abbastanza alcalino. Più di quanto gli scienziati si aspettassero. E il chimico Samuel Kounaves, membro del team della Nasa per la missione sul Pianeta rosso, dice con una battuta: “Si potrebbero coltivare gli asparagi, ma non le fragole”. È un terreno simile, sulla Terra, a quello dell’Antartide.
Come uno scrupoloso geologo, il braccio robotico di Phoenix si è calato in uno dei due solchi scavati in precedenza sulla superficie di Marte, e ha estratto un campione di un centimetro cubico, analizzandolo con il microscopio Meca: il pH è alcalino, tra 8 e 9 (quello degli oceani sulla Terra è di 8,2). Finora sono stati rilevati sodio, magnesio, potassio e altri elementi: sono “nutrienti”, dicono gli scienziati della Nasa, in grado di favorire la vita sul pianeta nel presente, nel passato e nel futuro. Ma nei prossimi giorni potrebbero anche essere scoperti ulteriori minerali. Riscaldato gradualmente fino a mille gradi nel “wet laboratory”, il campione ha rilasciato prima anidride carbonica (abbondante nell’atmosfera del pianeta) e successivamente, a temperature molto elevate, “modeste” quantità di vapore acqueo. Un indizio, secondo gli i ricercatori, dell’interazione con acqua in passato.

Il campione estratto e analizzato dal suolo di Marte

La sonda Phoenix

La sonda della Nasa è atterrata sul Pianeta rosso il 25 maggio dopo dieci mesi di viaggio. Alcuni giorni fa ha scoperto tracce di ghiaccio sotto la superficie di Marte: non è possibile trovare molecole di acqua in forma liquida, soprattutto perché la densità dell’atmosfera è l’1% di quella terrestre. Il prossimo passo di Phoenix sarà di analizzare i campioni di ghiaccio raccolti in questi giorni nella regione polare settentrionale, alla ricerca di nuovi indizi in grado di confermare (o smentire) la presenza di condizioni adatte all’evoluzione della vita.

Acqua più potabile, con il silenziamento genico di virus e batteri

Acqua sporca e acqua potabile

Potabilità dell’acqua meno a rischio, grazie all’interferenza dell’Rna, tecnologia sempre più usata nella ricerca biomedica, che per la prima volta potrebbe essere applicata nell’ambito della tutela ambientale. Sara Morey e Claudia Gunsch, due ricercatrici della statunitense Pratt School of Engineering presso la Duke University, hanno dimostrato, con una serie di esperimenti i cui risultati sono stati presentati nel corso dell’ultimo meeting della Società americana di microbiologia, che brevi filamenti di materiale genetico potrebbero legarsi a una corrispondente porzione genetica dei microrganismi inquinanti, inattivandoli. Il procedimento ricalca il funzionamento di una chiave e della serratura: quando i brevi frammenti di materiale genetico si introducono nella cellula, essi aderiscono al segmento corrispondente, inibendo o bloccando l’azione del gene bersaglio. Agenti patogeni di tipo batterico e virale rappresentano una delle minacce più rilevanti alla potabilità dell’acqua, e non solo nei Paesi in via di sviluppo. L’interferenza dell’Rna appare alle due ricercatrici come un promettente sistema di silenziamento genico adatto a controllarne la proliferazione. I metodi di purificazione attualmente in uso, come la disinfezione chimica con il cloro o il ricorso ai debatterizzatori a raggi ultravioletti, possono infatti influire sul sapore e sull’odore dell’acqua. Il cloro può reagire con altre sostanze organiche presenti nelle reti di distribuzione, portando a sottoprodotti potenzialmente dannosi, mentre i raggi ultravioletti, che effettivamente neutralizzano gli agenti patogeni nell’impianto di purificazione, non hanno alcun effetto una volta che l’acqua sia stata pompata fuori nella rete distributiva, e molti microrganismi nocivi stanno sviluppando capacità di resistenza a entrambi i trattamenti. Il nuovo sistema potrebbe essere particolarmente interessante per i Paesi meno industrializzati, mettendo a loro disposizione un procedimento meno dispendioso di una complessa infrastruttura per la purificazione dell’acqua, per esempio approntando filtri che funzionano con l’interferenza dell’Rna, che andrebbero sostituiti regolarmente, in attesa di avere un sistema autosufficiente che non necessiti di questa continua sostituzione. Le ricercatrici statunitensi stanno ora conducendo ulteriori esperimenti, applicando la tecnologia ad altre regioni del genoma degli agenti patogeni, e prevedono di testarla in acqua che ne contiene diversi allo stesso tempo, per riuscire a determinare le condizioni ottimali che permettano alla tecnologia stessa il suo funzionamento effettivo.

Come sta la Terra? Le cifre dicono che…


Il clima è uno dei temi che più calamita dibattiti e discussioni.
Agli estremi, l’enfasi di chi prevede un’apocalisse ambientale (l’ultimo allarme viene da uno studio inglese e prevede 1 miliardo di profughi nel 2050 a causa dell’effetto serra) e l’indifferenza di chi nega qualsiasi problema. Siamo sommersi da previsioni più o meno attendibili e parole più o meno sensate. Forse conviene fermarsi a riflettere: perché liberarsi dai luoghi comuni è il primo passo per prendere le decisioni giuste. Partiamo dalle cifre:
Le cifre contenute nelle conclusioni del 4° Rapporto (qui il .pdf) dell’Ipcc (Intergovern-mental panel on climate change) dell’Onu rese note tra febbraio e maggio 2007:

- Dal 1750 a oggi sono stati immessi nell’atmosfera circa 1.400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2).
- Il 57% è stato assorbito da oceani e foreste. Il 43% è rimasto in atmosfera.
- Negli ultimi 150 anni la concentrazione di gas serra in atmosfera è passata da 280 parti per milione a 380.
- La temperatura globale è salita di 0,6 °C. Secondo l’Ipcc, il riscaldamento è causato
per il 90% dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera.
- In base alle proiezioni, entro fine secolo la temperatura media della Terra potrebbe salire da 1,8 gradi centigradi a un massimo di 6,4 gradi. Diminuire le emissioni inquinanti sarebbe possibile, secondo alcuni, riducendo il pil mondiale annuo almeno dello 0,12% (del 3% entro il 2030).

Chicco Testa: Questo pianeta non è mai stato così ospitale


di Chicco Testa*

Stiamo diventando tutti inglesi, il cui argomento preferito di conversazione, come si sa, è il tempo. C’è una ragione per cui gli inglesi parlano spesso di che tempo fa: l’estrema imprevedibilità delle condizioni meteorologiche nelle isole britanniche. Una situazione che sembra essersi estesa a buona parte del pianeta, che ci sorprende con le margherite a Central Park in dicembre e i freddi autunnali in pieno agosto. Ma, se le chiacchiere sul tempo hanno sempre fatto parte del cicaleccio quotidiano, questa volta paiono nobilitate da una causa più grande, che aleggia sui nostri destini in modo un po’ oscuro: l’effetto serra.
Confuso nel linguaggio quotidiano con tutto il vocabolario che l’immaginario ecologico ha rovesciato nelle nostre teste: buco nell’ozono, inquinamento, polveri sottili… Siamo diventati tutti meteorologi e climatologi, confondiamo un temporale estivo con un uragano tropicale e una gelata primaverile con la fine della Corrente del Golfo. Per di più non sappiamo se ci aspetta una Siberia mondiale o un Sahara a perdita d’occhio. Nel frattempo corriamo il rischio di cominciare a puzzare seguendo i consigli di Fulco Pratesi che ci sconsiglia di fare la doccia tutti i giorni, per risparmiare acqua.
Eppure, la faccenda è tremendamente seria e come tale va presa evitando, se possibile, isterie e semplificazioni. Cominciamo con il dire che essa riguarda il clima e non la meteorologia. La seconda ci può indicare forse, occupandosi del breve periodo, che tempo farà domani. E già è una bella fatica, con possibilità di successo del 50 per cento circa. Il che ne fa una scienza molto democratica e praticamente alla portata di tutti. La prima, invece, si occupa delle evoluzioni del clima sul lungo periodo: come minimo centinaia di anni, ma anche migliaia, milioni e miliardi.

Per fare un esempio di come clima e meteorologia possano anche non andare d’accordo, si può citare il 2005: l’anno più caldo a livello globale e il più freddo in Italia, da quando esistono misurazioni continue. La domanda che si fanno i climatologi di tutto il mondo è se si stia modificando in maniera stabile il clima del nostro pianeta; e con quali conseguenze per la specie umana. La risposta non è semplice. Perché una variazione climatica duratura può essere influenzata da una tale quantità di fattori che, messi insieme, rendono l’impresa titanica. Inoltre il pianeta possiede una sua intelligenza: a fenomeni di crescita lineare si accompagnano meccanismi di feed-back, cioè di retroazione, che ricreano situazioni di equilibrio o equilibri completamente nuovi.
Gli scienziati del clima sono però, quasi unanimemente, pervenuti a una conclusione. Innanzitutto l’osservazione ripetuta ci conferma che effettivamente la temperatura del pianeta è aumentata e sta aumentando: è aumentata di 0,6 gradi negli ultimi 150 anni e aumenta a un tasso sempre più elevato. Se il tasso medio di crescita è stato di 0,06 gradi per decennio, negli ultimi 25 anni è stato invece di 0,17 gradi per decennio. Come un’automobile che continua ad accelerare.
La seconda conclusione è che, esclusi per vari e ragionati motivi tutti gli altri fattori che possono modificare il clima, dalla forma dell’orbita terrestre all’inclinazione dell’asse del pianeta, dalla forza dell’attività solare all’attività vulcanica e altri ancora, ne rimane uno solo da indicare come colpevole: il famoso effetto serra. Vale a dire la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere il calore inviato sulla Terra dal Sole. Come avviene in una serra per coltivazioni, al cui interno la temperatura è più alta che all’esterno.
Non tutti i gas che compongono l’atmosfera svolgono questa funzione. Anzi, l’azoto e l’ossigeno, che insieme fanno il 99 per cento circa di tutta l’atmosfera, sono completamente innocenti. Pochi altri gas hanno questa capacità di trattenere il calore. E il più importante è, dopo il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2). All’inizio del 1800 l’anidride carbonica pesava per 280 parti per milione, lo 0,028 per cento; oggi pesa per 380 ppm. Il dato più alto da 20 milioni di anni fa. E anche qui il tasso medio di aumento accelera sempre più.
C’è di che preoccuparsi? Certamente sì, ma preferibilmente senza indulgere al catastrofismo, cui la specie umana, almeno in questa parte del mondo, dal momento che in altre parti si è impegnati a fare altre cose, sembra indulgere. Certo, a leggere i rapporti dell’Onu non c’è da stare tranquilli. Arrestare la crescita della CO2 è praticamente impossibile. Si può solo ridurne la crescita. Brutta notizia, sembra. E questo perché, a seconda di quanta CO2 continueremo a emettere, la variazione di temperatura potrebbe essere compresa fra 1,5 e 5 gradi, con conseguenti scenari che vanno dalla diminuzione della quantità d’acqua disponibile all’aumento dei casi di malaria, dalla riduzione delle terre fertili fino al completo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Ma dobbiamo tenere conto che l’aumento di CO2 è da associare alla crescita economica e all’uscita dalla povertà di circa 3 miliardi di persone. Quelle che vivono nel continente asiatico, Cina e India innanzitutto, e in molti altri luoghi del mondo con uno sviluppo economico insufficiente. Produrre anidride carbonica servirà loro, possiamo dire così, anche se è politicamente poco corretto, per potere disporre di energia, trasporti e consumi un po’migliori, seppure ancora lontani dai nostri.
In sostanza occorrerà vedere come sapremo conciliare una contraddizione che è tutta nei numeri di questo nostro mondo. Che, non ci si stupisca, non è mai apparso così ospitale. Lo dicono i dati della stessa organizzazione dell’Onu, che ci dice che la temperatura aumenta. La popolazione umana è cresciuta raggiungendo il suo massimo storico e non sembra flettere. Dai 2 miliardi e mezzo del 1950 siamo saliti a circa 6 miliardi e dovremmo essere circa 9 nel 2050.
Non solo: aumentano l’età media e l’aspettativa di vita. A molti potrà non piacere l’affollamento, ma è difficile stabilire chi ha diritto di stare a bordo e chi no. E comunque se ci fosse un vero e duraturo peggioramento delle condizioni ambientali dovremmo attenderci un’analoga riduzione della popolazione come avviene in tutti gli ecosistemi. Seconda contraddizione. Il mondo sta conoscendo la fase di più lunga crescita economica della sua storia. Per di più non limitata, come era accaduto nel passato al mondo occidentale, ma estesa sino a comprendere miliardi di nuovi individui.
Anche in questo caso se ci fosse stato o ci fosse un peggioramento complessivo dell’ecosistema globale dovremmo registrare un fenomeno contrario. Nessuna popolazione aumenta di consistenza se l’ecosistema si degrada. Fa parte dei meccanismi di feedback che costituiscono l’intelligenza del nostro pianeta. Lo ha spiegato bene Barry Commoner nel libro The closing circle di 40 anni fa. Le linci mangiano i conigli. Se le linci sono tante, i conigli diminuiscono; ma se calano i conigli, le linci restano senza cibo e quindi anche loro diminuiscono; ma se si riduce la popolazione delle linci, può aumentare la popolazione dei conigli e così via. Lo stesso esempio si può fare per i conigli e l’erba, che è il loro cibo, per l’erba e la pioggia… in un’infinità di cerchi ecologici che si sostengono e si correggono l’uno con l’altro. Questo non vuol dire che siccome le cose sono andate bene nel passato debbano andare bene nel futuro. Sarebbe sciocco basarsi su una simile stupida fiducia, peraltro contraddetta da molti avvenimenti del passato. Guerre, catastrofi, carestie fanno parte della storia umana. E pure i cambiamenti climatici della storia del pianeta. Inoltre, occorre ricordare che fenomeni di crescita lineare, come un graduale aumento di temperatura, possono precipitare in una crisi improvvisa: la famosa goccia che trasforma un bicchiere che si riempie in un bicchiere che trabocca.
Tutto dipende dalla velocità con cui questo accade. Il rapporto della specie umana con l’ecosfera non è passivo. Più di qualsiasi altra specie, quella umana reagisce agli stimoli ambientali grazie a due potentissime leve che sono solo sue: cultura e tecnologia. Capacità di apprendere, ricordare e progettare, immaginando il futuro. E capacità di costruire, inventare, modificare se stesso e l’ambiente circostante.
Se l’aumento di temperatura si manifestasse con gradualità, avremmo il tempo per adattarci, sia riducendo il nostro impatto sull’atmosfera sia mitigando le conseguenze negative. Vincenzo Ferrara e Alessandro Farruggia in un recente e ottimo libro di impronta ambientalista (Clima, istruzioni per l’uso, Edizioni Ambiente) scrivono: «I cambiamenti del clima possono infatti produrre anche benefici effetti, sia per gli esseri umani che per gli ecosistemi. Se il cambiamento è lento e graduale, il rischio clima può non essere associato a un concetto di danno rilevante…».
Se invece il cambiamento fosse rapido e improvviso, ne pagheremmo conseguenze molto più dure. è bene ricordare che le conseguenze negative non riguarderebbero il pianeta, ma la specie umana. Ciò che è in discussione non è l’Equilibrio Ecologico con le E maiuscole. Il pianeta è stato freddo, poi caldo e tornerà a essere freddo non per colpa dell’uomo, ma per fatti astronomici sui cui non abbiamo alcuna influenza, fra circa 40 mila anni. Tanti per noi, niente per la Terra. Ma è questo equilibrio ecologico, quello di oggi, che consente a 7 miliardi di persone di vivere sulla Terra, che può modificarsi sostanzialmente. E paradossalmente più siamo, più i danni causati dalla transizione verso un altro stato di equilibrio potrebbero essere grandi. Non per la Terra, ma per noi.
Ma il tempo c’è, se agiamo. E la buona notizia è che la maggior parte delle cose che si dovrebbero fare si possono fare, e in molti casi comportano anche un miglioramento dei nostri conti e della qualità della nostra vita. Ancora una volta la soluzione sta nelle tecnologie. Innanzitutto in quelle che ci possono consentire di usare l’energia in modo più efficiente, nelle fonti alternative, nell’uso dell’energia nucleare, nel miglioramento dei consumi e dei combustibili nei trasporti.
Se ne è convinto anche George W. Bush che propone di ridurre del 10 per cento il consumo di combustibili fossili negli Stati Uniti. L’Unione Europea ha preso impegni importanti. L’industria sembra avere capito che si è aperta una nuova era, anche per gli affari. Ce la possiamo cavare.

Chicco Testa, bergamasco, 55 anni, presidente della società Roma metropolitane, è stato anche presidente nazionale di Legambiente e dal 1996 al 2002 presidente di Enel

Cresce l’emergenza siccità. Estate a rischio black out

(Credits foto: rickabbo by Andyrob)
C’è grande preoccupazione per la situazione idrica in Italia che, soprattutto nel bacino del Po, resta molto complicata. L’allerta lanciata a inizio marzo dal responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso” è diventata una vera e propria emergenza, sostiene Coldiretti: “Il fiume Po a Pontelagoscuro è sceso di 80 centimetri in una sola settimana mentre il lago di Garda a Peschiera è di cinquanta centimetri al di sotto della media storica degli ultimi 50 anni”. Una situazione che, spiega Coldiretti, rischia di avere effetti pesanti anche sulla produzione agroalimentare che “dipende dalla disponibilità idrica del bacino del Po che garantisce l’acqua necessaria al nutrimento del bestiame per la produzione di oltre i tre quarti dei formaggi e dei prosciutti italiani a denominazione di origine”.

I tecnici che seguono la vicenda (produttori e gestori di energia, Authority e Regioni, Autorità di bacino e Protezione civile (qui il dossier .pdf 1,97 Mb), riunitisi oggi al Ministero per lo sviluppo economico per fare il punto sulla situazione, sarebbero orientati a chiedere al Governo lo stato di crisi prevedendo anche il contingentamento, ma non per gli usi domestici, delle risorse idriche nei prossimi mesi.
A pesare sarebbero anche le previsioni di temperature nei prossimi mesi sopra le medie stagionali, oltre alla carenza idrica (il lago Maggiore, ad esempio, registra un livello di invaso inferiore di 60 milioni di metri cubi rispetto al 2006).

All’ordine del giorno dell’incontro, l’ottimizzazione delle poche risorse a disposizione, con l’ipotesi di “rilasci controllati” che consentano di evitare sprechi e mantenere il più alto possibile il livello del Po, mai così basso ad aprile. Ma anche la predisposizione di misure operative che consentano di ridurre il rischio blackout. Non c’è ancora la dichiarazione di stato di emergenza ma, di fatto, il programma per la razionalizzazione dei consumi idrici è stato già avviato. Si prevede cioè che già da ora vengano effettuati dei rilasci controllati di acqua, sia dai grandi laghi sia dagli invasi alpini, in modo da consentire di ripristinare soprattutto il livello del Po.
Un ripristino che, in ogni caso, non consentirà di tornare a livelli abituali, visto che ad oggi il grande fiume ha una portata inferiore anche a quella del 2003, quando vi fu la necessità di intervenire pesantemente con la dichiarazione dello stato d’emergenza e il varo di una cabina di regia nazionale per la razionalizzazione delle risorse a disposizione.

Quanto al rischio black out, sempre secondo quanto si è appreso, gli esperti stanno già studiando le misure necessarie per impedire che un eccessivo utilizzo di energia faccia saltare l’intera rete. Allo studio ci sono due misure: una interna, il distacco delle utenze industriali cosiddette “interrompibili” (quelle cioè che a fronte di riduzioni tariffarie sono pronte ai distacchi) e una esterna, l’acquisto di una maggiore quantità di energia dall’estero. Un nuovo incontro è previsto per il 7 maggio prossimo.
Per saperne di più:
Bollettino giornaliero per la navigazione sul fiume Po
Situazione idrometrica dei laghi lombardi

Terra, questa la mappa di tutti i suoi guai

Emissioni inquinanti
Il 22 aprile 174 paesi al mondo celebrano la Giornata mondiale della Terra (Earth day). Un evento che ha quest’anno risonanza particolare: i cambiamenti climatici stanno modificando l’aspetto del nostro pianeta a ritmi senza precedenti, e con costi economici, culturali, ambientali.
Lo conferma il volume Atlas of climate change, di Kirstin Dow e Thomas Downing (pubblicato negli Stati Uniti): dal 2000 sono state 55 mila le vittime in vari paesi del mondo per le temperature eccessive e gli eventi estremi, e 30 mila i morti per inondazioni. Secondo dati provenienti dall’International disaster database, non solo l’incidenza di cicloni e uragani è aumentata in misura considerevole dagli anni 60, ma è cresciuta la loro intensità e durata, e il numero di vittime che provocano ogni anno.
Un’altra emergenza è quella delle terre ingoiate dal mare, a causa dell’innalzamento delle acque. Uno dei casi più eclatanti è quello dell’arcipelago di Tuvalu, nel Pacifico, che rischia di essere sommerso in seguito allo scioglimento di ghiacci ai poli.
E la minaccia non riguarda solo le isole oceaniche. In Italia il 79 per cento della popolazione abita sulle coste. Secondo il saggio di Dow e Downing, a Venezia gli episodi di acqua alta in piazza San Marco sono oggi 50 volte più frequenti degli inizi del ‘900.
Come ricorda l’ultimo rapporto Onu sul cambiamento climatico (qui il .pdf), le quantità di gas serra in atmosfera hanno provocato un aumento di calore dall’epoca della rivoluzione industriale di 1,2 watt per metro quadrato; entro il 2050 si potrebbe arrivare a 4 w/mq.
Purtroppo i combustibili di origine fossile, i principali responsabili del disastro ambientale, sono ancora oggi la fonte prevalente per produrre energia.
I danni dei gas serra

Clima, paesi poveri e biodiversità in pericolo

È stato raggiunto l’accordo tra gli scienziati sul secondo capitolo del rapporto che descrive le conseguenze dell’aumento della temperatura sugli ecosistemi del mondo, elaborato dai membri dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Non è ancora noto il testo definitivo, approvato dopo quattro giorni e una notte di discussioni. Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita sono i paesi che più di altri hanno sollevato obiezioni alle conclusioni degli scienziati.

Le 1400 pagine di previsioni Ipcc rilevano che gli effetti del riscaldamento planetario colpiranno soprattutto l’Africa, i grandi delta dei fiumi, l’Artico e le piccole isole. Da 1,5 a 3 miliardi di persone saranno a rischio di fame e sete in decine di paesi dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa, vanificando gli sforzi dell’Onu per raggiungere gli obiettivi di fine millennio per lo sviluppo globale. La siccità colpirà in particolare l’Africa subsahariana, una delle regioni più povere del mondo.

Secondo gli scenari resi noti a Bruxelles con un innalzamento delle temperatura media di 1,5-2,5 gradi sarà a rischio la sopravvivenza del 20-30 per cento delle specie animali e vegetali nel mondo. E in futuro potrebbe essere difficile mettere in pratica misure di adattamento se l’aumento delle temperature dovesse superare i 3,5 gradi.

La sopravvivenza delle barriere coralline sarà in pericolo a causa dell’acidificazione dovuta all’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera. Altri ecosistemi del mondo saranno seriamente minacciati: la tundra, le foreste siberiane e il mediterraneo. I ghiacciai si scioglieranno sulle Alpi, sull’Himalaya e in Norvegia. È previsto inoltre un aumento delle precipitazioni e delle inondazioni: la portata dei fiumi potrebbe aumentare del 10-40 per cento.

Per le Italia le aree in cui la biodiversità è più a rischio sono le zone umide costiere e le Alpi. Ondate di calore metteranno in pericolo la salute: si assisterà inoltre ad un aumento della siccità e alla riduzione del potenziale energetico idroelettrico, che è la prima fonte di energia rinnovabile in Italia.

Scarseggia l’acqua, non i siti dove se ne parla


La partecipazione e gli interventi nella discussione sull’emergenza acqua sono più facili grazie alle nuove tecnologie di internet. In occasione della Giornata dell’acqua l’Organizzazione mondiale dell’alimentazione e dell’agricoltura (Fao) ha previsto un webcasting, cioè una conferenza che tutti i navigatori di internet potranno vedere direttamente dal computer di casa. Non è un caso che sia la Fao a promuovere l’iniziativa: nel mondo il 70 per cento dell’acqua è utilizzato per l’agricoltura, una quantità che sale al 95 per cento nei paesi sviluppati.

Sono due gli aspetti dell’emergenza acqua che interessano i blogger italiani: l’inquinamento e la privatizzazione delle aziende che gestiscono i servizi idrici. “L’acqua dolce è una risorsa scarsa (nel senso dell’economia) e “poco rinnovabile”, che non può essere usata in modo indiscriminato” ricorda Ecoalfabeta in un post. Lo stato di salute di cinque fiumi italiani (Adige, Arno, Metauro, Po, Tevere) può essere visto dal sito Onu Gemstat.
Il blogger italiano più famoso nel mondo, Beppe Grillo, è notoriamente critico nei confronti delle società quotate in borsa che gestiscono l’acqua: “Più aumenta il prezzo dell’acqua, più aumenta il valore dell’azione e più staccano dividendi”, ha scritto il comico genovese sul suo blog. L’emittente musicale Mtv, inoltre, ha raccolto adesioni tra il suo pubblico per realizzare un reportage-inchiesta sulla situazione dell’acqua in Italia.

Le Nazioni Unite si sono impegnate a dimezzare entro il 2015 il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari basilari. A che punto siamo? Secondo un rapporto Onu del 2006, sono stati fatti importanti passi avanti nel miglioramento dell’accesso all’acqua potabile, anche se restano forti disparità tra città e campagna. Sarà invece difficile raggiungere l’obiettivo di far crescere la possibilità di utilizzare i servizi sanitari: ne sono ancora privi cinque abitanti su dieci dei paesi in via di sviluppo.

Il Parlamento mondiale dell’acqua: chi spreca, paga

(Credits foto: rickabbo by Andyrob)
Ogni italiano usa circa 400 litri d’acqua al giorno, per fare la doccia o semplicemente per dissetarsi: otto volte di più di un abitante del Kenya o della Cambogia. Per discutere del crescente allarme idrico associazioni, amministratori e imprese pubbliche si incontrano a Bruxelles: sono seicento le persone che partecipano dal 18 al 20 marzo all’Assemblea mondiale dei cittadini ed eletti per l’acqua (Amece), in vista della Giornata mondiale dell’acqua indetta dall’Onu il 22 marzo.

Nel mondo ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile: nelle zone rurali dell’Africa Subsahariana non può bere un bicchiere d’acqua il 42 per cento della popolazione.
Numerose organizzazioni non governative che partecipano all’Amece hanno avanzato una proposta: accantonare un centesimo per ogni metro cubo di acqua erogato dalle imprese pubbliche con l’obiettivo di costruire un fondo comune tra le ong. L’incasso potrà essere utilizzato per investimenti nei paesi in via di sviluppo colpiti dall’emergenza idrica.

L’acqua è una risorsa contesa: 263 bacini attraversano i confini politici di territori occupati dal 40 per cento della popolazione umana. “C’è bisogno di un riconoscimento internazionale per l’inalienabilità dell’acqua” sostiene Emilio Molinari, presidente del Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionali (Cipsi) “dalla Carta dei diritti umani alle carte costituzionali delle singole nazioni. In Uruguay è un diritto garantito dalla costituzione, in Belgio è una legge”.

“L’acqua è un bene comune” sottolinea Molinari “e non può essere privatizzata né monetizzata”. Secondo il Rapporto Onu sullo sviluppo umano del 2006 i servizi idrici più economici sono proprio quelli forniti dalle aziende pubbliche. I venditori al dettaglio sono invece i più cari e sono numerosi soprattutto nei paesi sottosviluppati: a Kibera, in Kenya, un metro cubo d’acqua costa 3,5 dollari, sette volte di più che nei paesi ricchi.

Chi vuole seguire in diretta le discussioni in Europa dal 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, può usare la webcam predisposta nell’ambito delle iniziative della Comunità europea. Gli appassionati di statistiche possono contribuire all’analisi dei dati raccolti sugli aspetti dell’emergenza acqua attraverso il Berkeley Water Center, un progetto di elaborazione distribuita con il contributo di computer da tutto il mondo.

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