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Il sorpasso: i cellulari ora abitano in Cina e India

Traffico internet nel mondo

Cina e India sono le nazioni più popolate del mondo: adesso sono arrivate entrambe ai vertici delle classifiche internazionali degli utenti di cellulari.
Nel mondo una persona su quattro che chiama usando la rete mobile vive nelle due nazioni asiatiche. La telefonia, insomma, rispecchia la demografia globale: più cellulari negli Stati più popolati.

Finora, invece, erano le nazioni sviluppate a guidare gli elenchi planetari. Come mostra una mappa dove Stati Uniti ed Europa occupano molto più spazio di altre regioni per l’uso di telefonini.

Negli ultimi anni sono crollati i prezzi dei cellulari e le reti di telefonia mobile si sono diffuse anche nelle nazioni emergenti. Anche se a macchia di leopardo.
E, talvolta, scontano problemi di congestione.

L’India è un’area a cui guardano tutti con interesse: dalla Norvegia la multinazionale delle telecomunicazioni Telenor investe nei network di cellulari. Ma è preoccupata per il sovraffollamento delle linee.
All’epoca dello tsunami che investe l’economia globale, il risveglio dell’Asia è testimoniato dalla rapida moltiplicazione degli utenti in Indonesia e Vietnam: decine di milioni ogni anno acquistano un telefonino per la prima volta. Ed è appena l’inizio.

Internet, invece, mostra ancora profonde differenze tra le regioni del mondo. Guardando la mappa di Akamai, si vede che il traffico online è concentrato soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Anzi, a ben guardare, negli Usa è la costa che affaccia sull’Atlantico la più affollata da comunicazioni sul web.
Ma le ora di punta, è bene ricordarlo, dipendono dall’orario in cui si guarda la cartina e, spesso, corrispondono al periodo di attività degli uffici.

Dovunque, poi, è possibile cadere in buchi neri: inviare una mail che ritorna indietro perché il destinatario non è raggiungibile.
Se è un problema che dura per ore, può darsi che si tratti proprio di un buco nero: un nodo della rete che è spento, danneggiato o non raggiungibile.

All’università di Washington hanno deciso di mappare tutti i buchi neri grazie alle segnalazioni degli utenti: si chiama Hubble. Il risultato è una piccola costellazione che rivela i vicoli ciechi della rete.

Cina e India sono i due mercati più grandi del mondo di telefonia mobile.

Classifica dell'utenza di telefonia mobile in Asia

Al via la sperimantazione dei combustibili poveri. A base di banane

Banane come carburante

Di combustibili verdi si è già parlato abbondantemente, ma il futuro dell’Africa, è questa l’ultima novità in campo energetico, sta nei combustibili “gialli”. Joel Chaney, un giovanissimo ricercatore dell’Università inglese di Nottingham, ha infatti trovato un modo per trasformare le bucce di banana in energia.

Grazie a un procedimento molto semplice, i residui delle banane possono essere convertiti in barrette da bruciare per cucinare oltre che per illuminare e riscaldare gli ambienti. Utilizzando questo metodo i Paesi africani potrebbero significativamente ridurre la quantità di legname bruciata ogni anno -in Rwanda, Tanzania e Burundi, principali produttori di banane del continente, l’80 per cento della fornitura energetica annuale è garantita dal legname-, che a sua volta permetterebbe di contenere l’aumento del tasso di deforestazione, con benefici innegabili per il riscaldamento globale.

Chaney ha pensato all’Africa proprio per la presenza di abbondanti coltivazioni di banane. In Rwanda, ad esempio, sono usate per produrre vino e birra oltre che come frutta. Inoltre, la ricetta dei combustibili gialli necessita solo dell’utilizzo delle parti non commestibili della pianta. E se si pensa che per ottenere una tonnellata di banane se ne producono circa dieci di rifiuti, l’utilità di riutilizzarli risulta ancora più evidente.

Chaney racconta di aver avuto l’intuizione del combustibile giallo proprio in occasione di un viaggio in Rwanda. La ricetta è elementare: “sfruttando le proprietà collanti delle banane, bucce e foglie andate a male vanno impastate in una poltiglia cui va aggiunta un po’ di segatura, il composto va poi pressato per eliminare i liquidi e messo ad essiccare al sole per un paio di settimane”.

Per produrre le barrette di energia gialla non servono macchinari tecnologicamente avanzati né un know how particolare: “ecco perché l’Africa riuscirà a trarre vantaggi dalla nostra scoperta”, commenta Mike Clifford, supervisore di Chaney al dipartimento di ingegneria di Nottingham, lodando il suo laboratorio per aver sempre cercato di studiare soluzioni semplici e accessibili per i problemi basilari delle popolazioni di tutto il mondo.

Joel Chaney dà una dimostrazione della sua idea

E’ in Africa la popolazione più antica del pianeta. Lo rivela il Dna

Un villaggio di bushmen in Namibia

A dirlo è il Dna, ma stavolta non si tratta di trovare l’assassino bensì di dare il giusto riconoscimento cronologico a chi se lo merita. E così ci pensa la genetica a dare il marchio doc alla popolazione al momento considerata la più antica del pianeta. Si tratta dei San, cacciatori dell’Africa del Sud conosciuti anche con il soprannome più familiare di bushmen, letteralmente “gli uomini della foresta”, 20 mila anni di storia alle spalle. E’ la foresta africana infatti da millenni il loro habitat naturale e dunque congeniale visto che, stando sempre a quanto rivela il Dna, sarebbero proprio loro i discendenti diretti dei primi umani. E sempre dai San poi si sarebbero originati tutta una serie di ceppi tra cui anche quelli che dall’Africa migrarono in altri punti del pianeta.

Lo studio, il più grande mai realizzato finora sul Dna umano in Africa, è stato condotto per dieci anni da scienziati di tutto il mondo e adesso è stato finalmente pubblicato dall’autorevole Science. “Abbiamo prelevato campioni di sangue in tutto il continente africano- racconta Sarah Tishkoff dell’ Università della Pennsylvania- dopo dieci anni possiamo finalmente dire che l’Africa è stato veramente un continente melting pot, con al suo interno tutti i geni che nei millenni successivi avremmo trovato nel resto del mondo. E’ davvero il luogo di nascita dell’umanità”.

Le popolazioni studiate nell’ambito del progetto sono state ben 121, tutte derivate da 14 ceppi diversi. Quanto ai San, oggi ben visibili soprattutto in alcuni punti del deserto del Kalahari sono piccoli di statura e nerissimi. Hanno una grande tradizione di caccia e, dunque, di nomadismo. Hanno anche vissuto una guerra con i Khoikhoi, una popolazione legata alla pastorizia e per questo profondamente diversa nei costumi e nelle tradizioni. Come a dire che l’aggressività in fondo è nata con l’uomo.

Arriva la chat in un villaggio del Kenya. Con il satellite

Progetto Imagine

Da alcune settimane Kelly Moran parla con i suoi amici in un villaggio del Kenya attraverso una chat. Scrivere messaggi a migliaia di chilometri di distanza è ormai un’abitudine per i giovani dei paesi più sviluppati. Ma nello Stato africano la connessione non c’era fino a pochi mesi fa: mancavano le infrastrutture di rete. È stata Kelly Moran con il team dell’università del Michigan a progettare un sistema che, utilizzando un satellite Intelsat, permette di navigare sul web. Rivoluzionando la vita di una comunità locale che ora può accedere a informazioni sulle cure mediche e sull’agricoltura. Ma andiamo con ordine.

L’università del Michigan è un centro di ricerca all’avanguardia negli studi sulle tecnologie per lo spazio: l’obiettivo del corso di “Business management of space systems” è stato quello di sviluppare una soluzione per consentire la connessione a internet nelle aree isolate. Come l’Africa, dove il 5 per cento della popolazione naviga sul web (ma quasi una persona su tre usa un telefonino). Nome in codice del progetto: Imagine. Il team, finanziato da una donazione di Google, ha assemblato installazioni Vsat alimentate da energia solare in grado di collegarsi con i satelliti: per adesso usano Intelsat. La messa in opera ha richiesto dieci giorni. Ma il programma è più ambizioso: lanciare un due satelliti per la copertura dell’area. Adesso in Kenya gli abitanti del villaggio hanno un indirizzo di posta elettronica e alcuni hanno provato Facebook.

Lo sviluppo del progetto Imagine per l’Africa raccontato dal team della Michigan University (in inglese)

La salute nel mondo, tra ineguaglianze e inefficienze

Bimbi africani

È di qualche giorno fa la pubblicazione della World Health Organization del “Rapporto sulla salute degli abitanti del pianeta”, che fornisce dati precisi su morti, malattie, infortuni in base a nazionalità, età, sesso e reddito del paese e una proiezione sui decessi e il peso delle malattie che ogni singolo paese dovrà affrontare da qui al 2030.
La relazione parla ancora una volta delle disuguaglianze nella salute, nell’accesso alle cure e nei costi dell’assistenza e dell’enorme differenza nella speranza di vita tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: essa supera i 40 anni. Dei 136 milioni di donne che partoriranno quest’anno, più di un terzo non riceveranno alcun tipo di assistenza medica né durante il parto né dopo, il che significa mettere in pericolo la loro vita e quella dei loro bambini.
La situazione mondiale della salute è allarmante: le 10 cause principali di morte dipendono da più di 130 tra malattie, infortuni e disabilità. La situazione africana quella più impressionante: ogni 10 bambini che muoiono di malaria nel mondo, 9 sono appunto africani. Stessa cosa per l’AIDS: 9 bambini su 10 che nel mondo muoiono di AIDS sono africani. Inoltre, la metà dei bambini nati ogni anno in Africa muoiono di diarrea o di polmonite.
Lo scenario mondiale vede al solito una netta distinzione tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: nei primi le principali cause di decesso sono infarto, ictus, cancro al polmone, polmonite e asma bronchiale, mentre nei secondi si muore soprattutto per polmonite, infarto, diarrea, AIDS e ictus.
Il rapporto riferisce anche i dati sulla differenza fra sessi nei rischi di mortalità: gli uomini di tutto il mondo tra i 15 e i 60 anni hanno un rischio molto più alto rispetto alle donne di morire per un infarto o per morte violenta.
Per quanto riguarda invece la depressione i dati riferiscono che essa colpisce in tutto il mondo le donne del 50 per cento in più degli uomini, mentre l’alcolismo è tra le prime 10 cause di disabilità.

Il vecchio telefonino? Lo riciclo per aiutare i paesi poveri

Persone con i cellulari
Cosa farne del vecchio telefonino abbandonato in fondo al cassetto? Non è un ferrovecchio, ma una piccola miniera che contiene quantità minime di metalli rari: da cento cellulari si può estrarre abbastanza oro per fabbricare un anello. Finora, però, pochi avevano pensato di utilizzarli come strumento di solidarietà. Al prossimo meeting di Rimini sarà possibile consegnarli per riciclarne le componenti metalliche e plastiche: una quota del ricavato andrà a Biteb, un’associazione che recupera tecnologie informatiche per il settore non profit e invia nei Paesi in via di sviluppo apparecchiature biomedicali usate.
“Così potremo completare il finanziamento dei nostri progetti” spiega Paolo Galambra, project manager di Biteb. Anzi, dalla metà di settembre l’iniziativa diventerà “per corrispondenza”: registrandosi sul sito di Biteb, si potrà ricevere a casa una busta già affrancata, grande come quelle per le raccomandate commerciali. Basterà infilare il telefonino e imbucarlo in una comune cassetta postale.

L’abitudine di riciclare i cellulari è poco diffusa: nel mondo lo fanno soltanto tre persone su cento. Ma il bacino potenziale dell’Italia è enorme perché gli abitanti della penisola ne hanno in media più di uno. Qual è il destino del vecchio telefonino? Pochi lo abbandonano nei bidoni dell’immondizia: quattro su dieci, infatti, lo conservano a casa. E, come rivela un sondaggio della Nokia, la maggior parte delle persone non decide di riciclarlo perché “non sa che esiste questa possibilità”. Eppure il 72% degli intervistati crede che riutilizzarlo sia importante per l’ambiente. Dal primo gennaio di quest’anno, inoltre, vale il principio “chi inquina paga”: la gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) è passata ai produttori. Ma anche i Comuni partecipano all’iniziativa: riceveranno 300 euro per tonnellata.

Rifuti elettronici arrivati clandestinamente in Africa: i metalli estratti finiscono sul mercato nero

Sta diventando un’emergenza, però, il traffico clandestino di rifiuti elettronici: migliaia di computer dismessi arrivano ogni giorno dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti nei porti dell’Africa Occidentale, finendo in discariche altamente tossiche dove i bambini li bruciano per estrarne metalli preziosi. E rivenderli al mercato nero. È una denuncia che arriva dalle organizzazioni internazionali DanWatch e Consumers International. Lo scarico di rifiuti hi-tech dei Paesi occidentali è in aperto contrasto con la legislazione internazionale e sta causando seri problemi di salute agli abitanti delle baraccopoli che sono sorte in mezzo alle discariche della capitale nigeriana Lagos e di quella ghanese Accra. Gli attivisti delle organizzazioni non governative sono convinti che alcuni mercanti senza scrupoli stiano accumulando illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi nei Paesi in via di sviluppo con la scusa di esportarli per l’uso nelle scuole e negli ospedali: chiedono controlli internazionali più severi sui questo tipo di rifiuti, da cui vengono rilasciate sostanze chimiche pericolose come piombo, mercurio, cadmio e arsenico.

L’Africa brucia: colpa di povertà e corruzione

http://www.flickr.com/photos/jcookfisher/
Vista dal satellite Modis l’Africa centrale è una sola fascia rossa: gli abitanti bruciano la vegetazione dei parchi naturali per rubare legna, appropriarsi dei terreni o cambiare colture nei campi. Un gruppo di ricercatori dello Smithsonian institute ha dimostrato un forte legame tra gli incendi nelle riserve ecologiche e due fenomeni sociali: povertà e corruzione. In pratica, dove il fuoco invade i territori delle riserve è più probabile trovare famiglie che guadagnano poco denaro oppure giri di mazzette. I dati di tutti i parchi del mondo osservati dai ricercatori sono stati pubblicati su internet dalla rivista Ecological applications.

Secondo gli studiosi è possibile creare un modello per prevedere gli incendi futuri: un sistema che potrebbe rivelarsi fondamentale per chi gestisce le riserve in Africa e nel resto del mondo. Non è perfetto, però, l’occhio del satellite Modis: in Indonesia e in Costa Rica può essere ingannato nelle rilevazioni dalla presenza di vulcani attivi.

Neanche il resto del pianeta è in buone condizioni: sono evidenti enormi macchie rosse nella mappa online dell’Università del Mariland, che visualizza i fuochi nelle ultime 48 ore. Le fiamme appiccate dagli uomini colpiscono in particolare Brasile, Indonesia e Malesia. Proprio i principali polmoni del mondo.

Il giorno in cui il mondo si ricorda della malaria

Il sito di Medici Senza Frontiere con la campagna per la giornata mondiale della malaria
Da Bono Vox a Bill Gates: è vastissimo il fronte della lotta contro la malaria. Una malattia curabile, prevenibile e diagnosticabile che uccide un bambino su cinque in Africa. Le vittime sono in continuo aumento: nel continente africano muore il 90% dei malati. “Liberare l’Africa dalla malaria ORA” è lo slogan lanciato per la giornata mondiale contro l’emergenza sanitaria.

I rischi per i bambini sono alti: secondo l’Oms questa malattia si può contrarre dai quattro mesi in su, e nelle zone endemiche il 70% dei nati con un anno di età ha già i parassiti nel sangue. Quelli contagiati risentono delle conseguenze a lungo: anemia, epilessia e problemi neurologici. Ogni anno i bambini subiscono da uno a cinque attacchi di febbre: con ricadute sulla vita familiare e sull’istruzione. “Le organizzazioni internazionali puntano molto sulle zanzariere” osserva Gianfranco De Maio di Medici senza frontiere “ma spesso vengono distribuite senza spiegare alla popolazione come utilizzarle. Per la ricerca sui vaccini si spende di meno”.

Alla lotta contro la malaria sta contribuendo un nuovo farmaco, sviluppato grazie all’associazione Drugs for neglected deseases: è l’Asaq, un medicinale non brevettato che sarà venduto a basso costo e che riunisce due sostanze antimalariche, l’artemisina e l’amodiachina. È probabile, però, che non sarà efficace in tutto il continente a causa delle resistenza sviluppata dai parassiti: “In Africa occidentale e centrale potrà essere molto utile, in quella orientale l’Asaq non sarà molto efficace” sottolinea De Maio. Questo farmaco non sarà utilizzato per l’Asia, dove i parassiti sono resistenti all’artemisina: gli scienziati ne stanno realizzando una versione specifica.

Secondo il programma Rollback malaria, “è una patologia dovuta alla povertà e una causa di povertà”. Parole che per l’Africa si traducono in consistenti danni economici e sociali: il parassita della malaria risucchia il 40% dell’intera spesa sanitaria in Africa. E si stima che la perdita dovuta ogni anno alla malaria sia di 12 miliardi di dollari. Oggi le due nazioni in cui è più difficile contrastare questa emergenza sanitaria sono l’Etiopia e la Sierra Leone.

Clima, paesi poveri e biodiversità in pericolo

È stato raggiunto l’accordo tra gli scienziati sul secondo capitolo del rapporto che descrive le conseguenze dell’aumento della temperatura sugli ecosistemi del mondo, elaborato dai membri dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Non è ancora noto il testo definitivo, approvato dopo quattro giorni e una notte di discussioni. Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita sono i paesi che più di altri hanno sollevato obiezioni alle conclusioni degli scienziati.

Le 1400 pagine di previsioni Ipcc rilevano che gli effetti del riscaldamento planetario colpiranno soprattutto l’Africa, i grandi delta dei fiumi, l’Artico e le piccole isole. Da 1,5 a 3 miliardi di persone saranno a rischio di fame e sete in decine di paesi dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa, vanificando gli sforzi dell’Onu per raggiungere gli obiettivi di fine millennio per lo sviluppo globale. La siccità colpirà in particolare l’Africa subsahariana, una delle regioni più povere del mondo.

Secondo gli scenari resi noti a Bruxelles con un innalzamento delle temperatura media di 1,5-2,5 gradi sarà a rischio la sopravvivenza del 20-30 per cento delle specie animali e vegetali nel mondo. E in futuro potrebbe essere difficile mettere in pratica misure di adattamento se l’aumento delle temperature dovesse superare i 3,5 gradi.

La sopravvivenza delle barriere coralline sarà in pericolo a causa dell’acidificazione dovuta all’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera. Altri ecosistemi del mondo saranno seriamente minacciati: la tundra, le foreste siberiane e il mediterraneo. I ghiacciai si scioglieranno sulle Alpi, sull’Himalaya e in Norvegia. È previsto inoltre un aumento delle precipitazioni e delle inondazioni: la portata dei fiumi potrebbe aumentare del 10-40 per cento.

Per le Italia le aree in cui la biodiversità è più a rischio sono le zone umide costiere e le Alpi. Ondate di calore metteranno in pericolo la salute: si assisterà inoltre ad un aumento della siccità e alla riduzione del potenziale energetico idroelettrico, che è la prima fonte di energia rinnovabile in Italia.

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