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Un preservativo, simbolo della lotta contro il virus Hiv
Se ne esistono di ogni tipo, forma e misura ci sarà un perché. E in effetti la scelta del preservativo dovrebbe tenere in considerazione prima di tutto la comodità altrimenti, come ha dimostrato una ricerca scolta dall’Università del Kentucky, il rischio è di smettere di usarlo esponendosi a infezioni e gravidanze indesiderate.
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Un preservativo, simbolo della lotta contro il virus Hiv
No, tanto io non ce l’ho. Non sono mica gay o tossico. Ne sei proprio sicuro?
Sai quella biondina che ti sei rimorchiato l’altra sera? Sei certo che fosse sana come un pesce? Beh, se è un po’ che non lo fai, è il momento di fare un controllino…
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La comunità internazionale deve rafforzare il suo impegno nella lotta all’Aids per garantire l’accesso universale ai servizi di prevenzione, cura e supporto di qualità per l’HIV/Aids a tutti coloro che ne hanno bisogno entro il 2010, come stabilito al G8 di Gleneagles del 2005. È quanto sottolinea l’Osservatorio italiano sull’azione globale contro l’Aids, che riunisce 23 Ong italiane e internazionali, in occasione della Giornata internazionale per l’Aids. All’Italia, prossimo presidente del G8, l’Osservatorio chiede di convertire il debito dei Paesi ad alta incidenza Hiv-Aids attraverso accordi di reinvestimento nei servizi sanitari, promuovendo il principio di cancellazione o conversione del debito dei Paesi a elevata prevalenza di Hiv e Aids o che presentano situazioni sanitarie preoccupanti.
Secondo il più recente rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta contro l’Aids (Unaids), scrive l’Osservatorio in un comunicato, la comunità internazionale sta perdendo la sua battaglia contro il virus. Rispetto al 2006 c’è stato qualche progresso nella risposta alla pandemia, ma il suo impatto, specialmente nei paesi più colpiti, continua a crescere. I risultati rimangono carenti nel campo della prevenzione: si calcola che nel 2007 il numero dei nuovi infetti sia stato di 2,5 volte superiore a quello di coloro che hanno ricevuto le cure con farmaci antiretrovirali. Nonostante la copertura degli antiretrovirali sia aumentata del 42% rispetto al 2006, infatti, solo il 30% dei malati nei paesi in via di sviluppo ha avuto accesso alle cure. La stima del numero di persone sieropositive è aumentata dai 29,5 milioni del 2001 ai 33 milioni del 2007.
L’incremento è determinato dai continui casi di nuove infezioni, quasi 7.500 al giorno, e dalla maggiore disponibilità della terapia antiretrovirale, che consente a un numero più elevato di persone sieropositive di vivere più a lungo.
L’Africa sub-sahariana continua a essere l’area del mondo più colpita dall’Hiv, con il 67% delle persone sieropositive e il 72% di morti per Aids nel 2007. Grazie ai programmi di prevenzione, il numero di persone che ha contratto l’Hiv è sceso globalmente dai 3 milioni del 2001 ai 2,7 milioni nel 2007. In Kenya, tuttavia, il tasso di prevalenza Hiv è aumentato (6.7% nel 2003; fra 7,1% e 8,5% nel 2007) e al di fuori dell’Africa l’infezione sta aumentando in vari Paesi Nel 2007, circa tre milioni di persone hanno ricevuto la terapia antiretrovirale. L’aumento delle persone in terapia ha portato a una diminuzione di morti per Aids, da 2,2 milioni nel 2005 a 2 milioni nel 2007. A livello globale la percentuale di donne sieropositive rimane stabile al 50%, mentre quella delle donne che contraggono l’Hiv è in aumento in molti Paesi. In Africa il 60% delle persone sieropositive sono donne; due giovani sieropositivi su tre sono di sesso femminile. A livello globale il numero di bambini (sotto i 15 anni) sieropositivi è aumentato da 1,6 milioni nel 2006 a 2 milioni nel 2007. Il 90% circa di essi vive nell’Africa sub-sahariana. A partire dal 2003, però, il numero di bambini morti per Aids ha iniziato a diminuire, grazie alla maggior distribuzione della terapia antiretrovirale. In tutte le regioni al di fuori dell’Africa sub-sahariana, l’Hiv colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, come tossicodipendenti, omosessuali, operatori del sesso. Senza un maggiore impegno della comunità internazionale, scrive l’Osservatorio, il bilancio di perdite umane è destinato ad aumentare: a dicembre del 2007 i sieropositivi nel mondo erano 33,2 milioni, tra cui 2,5 milioni di nuovi infetti.
Per raggiungere l’Obiettivo dell’accesso Universale è necessario che i Paesi del G8 tengano fede agli impegni presi e in più occasioni reiterati, sottolinea la rete di ong. Al vertice di Heiligendamm, in Germania, i leader mondiali hanno deciso di stanziare almeno 60 miliardi di dollari per la lotta contro Aids, Tubercolosi e malaria e per il rafforzamento dei sistemi sanitari negli anni a venire. Un impegno poi precisato in un arco di tempo di cinque anni nel successivo summit dei G8 a Toyako, in Giappone, dove il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, si è impegnato a inserire nelle manovre finanzarie dei prossimi anni il contributo italiano, pari a 2,5 miliardi di dollari, 500 milioni all’anno.
Per l’Osservatorio è necessario, inoltre, definire dei piani di finanziamento concreti, prevedibili, monitorabili e di lungo periodo, che assicurino lo stanziamento di risorse addizionali rispetto a quelle destinate all’Aiuto Pubblico allo sviluppo.
“Chiediamo che l’Italia, in quanto presidente del prossimo vertice G8, converta il debito di Paesi ad alta incidenza Hiv/Aids attraverso accordi di reinvestimento nei servizi sanitari e promuova anche attraverso gli altri Paesi del G8 il principio della cancellazione-conversione del debito dei Paesi ad elevata prevalenza di Hiv e Aids o che presentano situazioni sanitarie particolarmente preoccupanti”, conclude.
La comunità internazionale deve rafforzare il suo impegno nella lotta all’Aids per garantire l’accesso universale ai servizi di prevenzione, cura e supporto di qualità per l’HIV/Aids a tutti coloro che ne hanno bisogno entro il 2010, come stabilito al G8 di Gleneagles del 2005. È quanto sottolinea l’Osservatorio italiano sull’azione globale contro l’Aids, che riunisce 23 Ong italiane e internazionali, in occasione della Giornata internazionale per l’Aids. All’Italia, prossimo presidente del G8, l’Osservatorio chiede di convertire il debito dei Paesi ad alta incidenza Hiv-Aids attraverso accordi di reinvestimento nei servizi sanitari, promuovendo il principio di cancellazione o conversione del debito dei Paesi a elevata prevalenza di Hiv e Aids o che presentano situazioni sanitarie preoccupanti.
Secondo il più recente rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta contro l’Aids (Unaids), scrive l’Osservatorio in un comunicato, la comunità internazionale sta perdendo la sua battaglia contro il virus. Rispetto al 2006 c’è stato qualche progresso nella risposta alla pandemia, ma il suo impatto, specialmente nei paesi più colpiti, continua a crescere. I risultati rimangono carenti nel campo della prevenzione: si calcola che nel 2007 il numero dei nuovi infetti sia stato di 2,5 volte superiore a quello di coloro che hanno ricevuto le cure con farmaci antiretrovirali. Nonostante la copertura degli antiretrovirali sia aumentata del 42% rispetto al 2006, infatti, solo il 30% dei malati nei paesi in via di sviluppo ha avuto accesso alle cure. La stima del numero di persone sieropositive è aumentata dai 29,5 milioni del 2001 ai 33 milioni del 2007.
L’incremento è determinato dai continui casi di nuove infezioni, quasi 7.500 al giorno, e dalla maggiore disponibilità della terapia antiretrovirale, che consente a un numero più elevato di persone sieropositive di vivere più a lungo.
L’Africa sub-sahariana continua a essere l’area del mondo più colpita dall’Hiv, con il 67% delle persone sieropositive e il 72% di morti per Aids nel 2007. Grazie ai programmi di prevenzione, il numero di persone che ha contratto l’Hiv è sceso globalmente dai 3 milioni del 2001 ai 2,7 milioni nel 2007. In Kenya, tuttavia, il tasso di prevalenza Hiv è aumentato (6.7% nel 2003; fra 7,1% e 8,5% nel 2007) e al di fuori dell’Africa l’infezione sta aumentando in vari Paesi Nel 2007, circa tre milioni di persone hanno ricevuto la terapia antiretrovirale. L’aumento delle persone in terapia ha portato a una diminuzione di morti per Aids, da 2,2 milioni nel 2005 a 2 milioni nel 2007. A livello globale la percentuale di donne sieropositive rimane stabile al 50%, mentre quella delle donne che contraggono l’Hiv è in aumento in molti Paesi. In Africa il 60% delle persone sieropositive sono donne; due giovani sieropositivi su tre sono di sesso femminile. A livello globale il numero di bambini (sotto i 15 anni) sieropositivi è aumentato da 1,6 milioni nel 2006 a 2 milioni nel 2007. Il 90% circa di essi vive nell’Africa sub-sahariana. A partire dal 2003, però, il numero di bambini morti per Aids ha iniziato a diminuire, grazie alla maggior distribuzione della terapia antiretrovirale. In tutte le regioni al di fuori dell’Africa sub-sahariana, l’Hiv colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, come tossicodipendenti, omosessuali, operatori del sesso. Senza un maggiore impegno della comunità internazionale, scrive l’Osservatorio, il bilancio di perdite umane è destinato ad aumentare: a dicembre del 2007 i sieropositivi nel mondo erano 33,2 milioni, tra cui 2,5 milioni di nuovi infetti.
Per raggiungere l’Obiettivo dell’accesso Universale è necessario che i Paesi del G8 tengano fede agli impegni presi e in più occasioni reiterati, sottolinea la rete di ong. Al vertice di Heiligendamm, in Germania, i leader mondiali hanno deciso di stanziare almeno 60 miliardi di dollari per la lotta contro Aids, Tubercolosi e malaria e per il rafforzamento dei sistemi sanitari negli anni a venire. Un impegno poi precisato in un arco di tempo di cinque anni nel successivo summit dei G8 a Toyako, in Giappone, dove il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, si è impegnato a inserire nelle manovre finanzarie dei prossimi anni il contributo italiano, pari a 2,5 miliardi di dollari, 500 milioni all’anno.
Per l’Osservatorio è necessario, inoltre, definire dei piani di finanziamento concreti, prevedibili, monitorabili e di lungo periodo, che assicurino lo stanziamento di risorse addizionali rispetto a quelle destinate all’Aiuto Pubblico allo sviluppo.
“Chiediamo che l’Italia, in quanto presidente del prossimo vertice G8, converta il debito di Paesi ad alta incidenza Hiv/Aids attraverso accordi di reinvestimento nei servizi sanitari e promuova anche attraverso gli altri Paesi del G8 il principio della cancellazione-conversione del debito dei Paesi ad elevata prevalenza di Hiv e Aids o che presentano situazioni sanitarie particolarmente preoccupanti”, conclude.
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- Tags: africa, Aids, alcol, asma-bronchiale, cancro-al-polmone, diarrea, ictus, infarto, malattie, organizzazione-mondiale-della-sanità, polmonite, salute, Who
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Bimbi africani
È di qualche giorno fa la pubblicazione della World Health Organization del “Rapporto sulla salute degli abitanti del pianeta”, che fornisce dati precisi su morti, malattie, infortuni in base a nazionalità, età, sesso e reddito del paese e una proiezione sui decessi e il peso delle malattie che ogni singolo paese dovrà affrontare da qui al 2030.
La relazione parla ancora una volta delle disuguaglianze nella salute, nell’accesso alle cure e nei costi dell’assistenza e dell’enorme differenza nella speranza di vita tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: essa supera i 40 anni. Dei 136 milioni di donne che partoriranno quest’anno, più di un terzo non riceveranno alcun tipo di assistenza medica né durante il parto né dopo, il che significa mettere in pericolo la loro vita e quella dei loro bambini.
La situazione mondiale della salute è allarmante: le 10 cause principali di morte dipendono da più di 130 tra malattie, infortuni e disabilità. La situazione africana quella più impressionante: ogni 10 bambini che muoiono di malaria nel mondo, 9 sono appunto africani. Stessa cosa per l’AIDS: 9 bambini su 10 che nel mondo muoiono di AIDS sono africani. Inoltre, la metà dei bambini nati ogni anno in Africa muoiono di diarrea o di polmonite.
Lo scenario mondiale vede al solito una netta distinzione tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: nei primi le principali cause di decesso sono infarto, ictus, cancro al polmone, polmonite e asma bronchiale, mentre nei secondi si muore soprattutto per polmonite, infarto, diarrea, AIDS e ictus.
Il rapporto riferisce anche i dati sulla differenza fra sessi nei rischi di mortalità: gli uomini di tutto il mondo tra i 15 e i 60 anni hanno un rischio molto più alto rispetto alle donne di morire per un infarto o per morte violenta.
Per quanto riguarda invece la depressione i dati riferiscono che essa colpisce in tutto il mondo le donne del 50 per cento in più degli uomini, mentre l’alcolismo è tra le prime 10 cause di disabilità.
(ANSA)
Ecco una nuova strategia di attacco all’Aids: colpire il virus Hiv alle spalle agendo non direttamente su di lui ma sui ‘macchinari cellulari’ della persona infettata ‘dirottati’ dal virus per replicarsi e diffondersi nell’organismo. Infatti esperti italiani hanno dimostrato, per ora su cellule in provetta, che si può bloccare l’infezione, colpendo una proteina umana chiamata DDX3, la quale suo malgrado, aiuta il virus a replicarsi.
La scoperta, pubblicata sul Journal of Medicinal Chemistry, è di ricercatori del Laboratorio di Virologia Molecolare diretto da Giovanni Maga presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia (Igm-Cnr), in collaborazione con il Laboratorio di Chimica Farmaceutica dell’Università di Siena, diretto da Maurizio Botta.
”Si tratta sicuramente di un approccio interessante e del tutto nuovo - ha commentato il lavoro Giovanni Rezza, responsabile del Dipartimento delle Malattie infettive parassitarie presso l’Istituto Superiore di Sanità - ma di certo, anche a giudicare dalla rivista su cui è pubblicato lo studio, si tratta di una ricerca di base con potenziali ricadute solo a lungo termine; bisogna dunque rimanere cauti sul valore applicativo di questa scoperta”.
Tutti i farmaci antiretrovirali oggi disponibili hanno come bersaglio d’azione un enzima del virus stesso. I ricercatori del Cnr hanno pensato a una strategia diversa di attacco al virus, non mirando direttamente su di lui, ma sulle proteine umane che di fatto il virus ‘dirotta’ per moltiplicarsi. Infatti, all’interno della cellula infettata, il virus Hiv prende il controllo di numerosi enzimi umani, distogliendoli dalle loro normali funzioni e obbligandoli a lavorare per lui. ”Uno di questi enzimi è la proteina cellulare DDX3 - ha spiegato Maga - il cui ruolo è facilitare il flusso di informazione genetica dentro la cellula. Il virus Hiv si inserisce in questo circuito e fa sì che DDX3 trasporti solo l’informazione genetica virale, al fine di massimizzare la produzione di proteine virali a scapito di quelle cellulari”.
Quindi DDX3 è un attore essenziale per la riproduzione del virus all’interno delle cellule umane. Con questo presupposto i ricercatori del Cnr hanno messo a punto una molecola che mette knock out DDX3 e hanno visto che, cosìfacendo, l’Hiv non è più capace di moltiplicarsi e l’infezione si blocca.
”Questi risultati dimostrano, per la prima volta che un farmaco diretto contro un enzima cellulare è in grado di bloccare l’infezione da Hiv”, ha detto Maga, finora la ricerca di nuovi bersagli d’azione di farmaci anti-Hiv si concentrava esclusivamente su molecole virali.
”Questo tipo di approccio - ha detto Rezza - è interessante perché, se fosse dimostrata in vivo su animali e poi sull’uomo la sua fattibilità, potremmo un giorno avere a disposizione farmaci del tutto nuovi e contro i quali il virus molto difficilmente potrebbe acquisire resistenze”.
Si potrebbe ipotizzare di attaccare il virus su due fronti, ha concluso Rezza, con una terapia multipla a base di farmaci classici, che colpiscono il virus direttamente, e di una nuova classe di farmaci che miri invece alle proteine umane che aiutano l’Hiv.
Il virus dell’Aids
Una nuova ricerca condotta da un gruppo di scienziati americani ed europei coordinati dall’Università dell’Arizona e guidati dal biologo Michael Worobey è riuscita a stimare con maggiore precisione il periodo in cui ha iniziato a diffondersi il virus dell’HIV (Human Immunodeficiency Virus, ovvero il virus dell’immunodeficienza umana, responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita –AIDS). I biologi guidati da Worobey hanno infatti scoperto che il virus è comparso per la prima volta tra il 1884 e il 1924, in corrispondenza della creazione dei primi centri urbani nei Paesi dell’Africa centro-occidentale, e non dopo il 1930, come si era creduto fino a oggi.
Potendo lavorare su un frammento del gene dell’HIV prelevato da una donna di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, deceduta nel 1960, ha spiegato il Professor Worobey in un articolo comparso sull’ultimo numero di Nature, la sua équipe ha potuto confrontare il campione del 1960 con il più antico frammento di gene di HIV disponibile, risalente al 1959 e prelevato da un campione di sangue di un uomo sempre di Kinshasa.
Il fatto di avere a disposizione frammenti raccolti in tempi così ravvicinati ha permesso al gruppo di biologi di calcolare con maggiore precisione i tempi di evoluzione del virus, quando quest’ultimo avrebbe colpito l’uomo per la prima volta, quanto velocemente si é diffusa la malattia e quali fattori ne hanno favorito l’espansione. Valutazioni precedentemente impossibili da fare dal momento che le uniche altre sequenze del gene dell’HIV disponibili erano state raccolte negli anni ’70 e ’80, periodi che rendevano impossibile un confronto con il campione del ’59.
Infine, sempre secondo Worobey, il virus non sarebbe passato dalle scimmie all’uomo nel Camerun ma nel Congo, aiutato proprio dalla forte urbanizzazione che ha caratterizzato il Paese alla fine del 1800.
Il futuro dell’Aids potrebbe essere legato in maniera indissolubile alla scoperta di vaccini terapeutici. Dopo i risultati positivi della fase I, è partita ufficialmente la seconda fase clinica di sperimentazione del vaccino italiano anti-Aids targato Istituto superiore di sanità (Iss). Il programma unisce i primi 128 volontari italiani, tutti sieropositivi in terapia, tra i 18 e i 55 anni. “L’obiettivo primario della sperimentazione, finanziata con 21 milioni di euro, è quello di valutare l’immunogenicità del vaccino e proseguirne la valutazione di sicurezza, già verificata nello studio di fase I, attraverso il monitoraggio dell’incidenza e della tipologia di eventuali effetti avversi - spiega Barbara Ensoli, direttore del Centro nazionale Aids dell’Iss e “madre” del siero basato sulla proteina tat - La sperimentazione vaccinale coinvolgerà in tutta Italia 10 centri clinici e 100 operatori, coordinati a Modena. I risultati sono attesi tra un anno: se tutto andrà bene potremo passare alla terza fase”. Una buona notizia che si scontra con la decisione dell’istituto statunitense per le allergie e le malattie infettive, il Niaid, che ha deciso di bloccare per motivi di sicurezza un piano nazionale che avrebbe dovuto cominciare a testare un nuovo preparato su 8.500 volontari. La sperimentazione sarebbe stata condotta da “Partnership for Aids vaccine evaluation”, un consorzio di agenzie governative statunitensi e organizzazioni finanziate con fondi pubblici.
L’efficacia di questi vaccini è purtroppo molto bassa e la malattia continua a mietere vittime: secondo le stime più aggiornate dell’Unaids, il programma congiunto delle Nazioni unite su hiv e aids, colpisce nel mondo circa 40 milioni di persone, contagia ogni anno quattro milioni e ne uccide quasi tre. A partire dal 1987 sono stati oltre 30 i “candidati” vaccini giunti a varie fasi di sperimentazione nel mondo. La fase III, quella con un gruppo più ampio di soggetti, è stata raggiunta soltanto da un paio di essi, il primo in Thailandia su 2.500 soggetti, il secondo in Usa, Canada, Portorico e Olanda e coinvolge 4.500 persone. I risultati non sono buoni: in uno dei due esperimenti, chi è stato vaccinato rischia due volte di più di infettarsi di chi ha ricevuto il placebo. Un flop da diversi milioni di dollari, se si considera che solo quest’anno i fondi pubblici americani dedicati alla ricerca contro l’Aids sono stati quasi 500 milioni di dollari (circa 350 milioni di euro). Al momento, 20 diversi farmaci anti hiv sono presenti sul mercato. Nessuno di essi riesce a curare l’Aids, il cui mercato rappresenterà una spesa di 10.6 miliardi di dollari entro il 2015, secondo una ricerca della Datamonitor.

di Marco De Martino
Nel 1995 i suoi colleghi erano talmente certi che David Sanford sarebbe morto che il direttore del Wall Street Journal aveva mandato a tutti un memo che iniziava così: «Unitevi a me nel dimostrare rispetto e solidarietà per David». Lui, che era malato di aids, aveva prenotato un’ultima vacanza in Messico con il fidanzato Lewis, ma prima di lasciare la redazione aveva scritto per sicurezza il proprio necrologio.
Mai Sanford, 65 anni, avrebbe sospettato che 2 anni dopo avrebbe vinto il premio Pulitzer per avere raccontato sulla prima pagina del Wall Street Journal come un nuovo cocktail di medicine aveva salvato lui e milioni di altri malati, trasformando l’Aids da condanna mortale in malattia cronica. E mai avrebbe potuto prevedere che 12 anni dopo sarebbe stato ancora bene, e che seduto in un ristorante di Manhattan avrebbe descritto con un misto di gratitudine e fastidio a un giornalista di Panorama le quattro pillole che gli permettono di non morire.
La prima si chiama Norvir ed è bianca e cicciottella: «Una volta di queste ne dovevi prendere sei e ti davano la nausea, ora ne basta una e non ha grandi controindicazioni, solo bisogna ricordarsi di tenerla sempre in frigo perché altrimenti perde il suo effetto, e quando viaggi è un problema». Poi ci sono una pillola bianca e blu, che si chiama Emtriva, e una blu, Reyataz, che va presa due volte al giorno: «Di queste so solo che permettono di diminuire il dosaggio del Norvir, e che senza di loro il cocktail magico non funzionerebbe».
Infine c’è una pillola color salmone, lo Zerit: «Questa è la peggiore, ti toglie il senso del tatto dalla punta delle dita di mani e piedi, ti fa accumulare grasso sulle spalle e la pancia ma rende scheletriche la faccia, le gambe e le braccia. Però il dottore sostiene che è una medicina incredibile, e se ho imparato una cosa in questi anni è proprio credere a quello che mi dice il medico».
I farmaci sono gli inibitori della proteasi e compito dei medici è trovare la giusta combinazione tra i 22 composti in commercio, poi cambiarla quando il virus si adatta alla nuova formula. Il costo della cura è circa 20 mila dollari l’anno, una cifra che la rende fuori dalla portata delle popolazioni africane, le più colpite dall’epidemia. Per quelli che invece si possono permettere un’assicurazione sanitaria, la terapia è diventata sempre meno laboriosa.
Dieci anni fa Sanford doveva prendere 17 pillole e per ricordarsene girava con due orologi da polso, mentre a casa teneva sul comodino una doppia sveglia per alzarsi e prendere le dosi notturne. La riduzione del numero di pillole non è l’unico miglioramento. Ora sono state eliminate anche medicine come lo Ziagen, che in caso di reazione allergica poteva provocare la morte immediata.
Ma che la cura non sia ancora del tutto sicura il giornalista americano lo ha scoperto sulla propria pelle circa 2 anni fa. All’inizio Sanford pensava di avere il raffreddore e non ha neppure chiamato il dottore. Né lo ha fatto quando la sua condizione è peggiorata: «Pensavo solo di avere una brutta influenza» racconta. Solo quando ha cominciato a vomitare, dopo che aveva preso le pillole, si è finalmente rivolto al medico: il giorno dopo era nel reparto terapia intensiva dell’ospedale. Prima gli venne diagnosticata una polmonite, poi smisero di funzionare fegato e reni, infine arrivò una setticemia: «Non funzionava più nulla, venni messo in dialisi. Ci volle un mese perché i reni ricominciassero a funzionare e 50 giorni per uscire dall’ospedale».
Secondo il medico, a provocare la crisi era stata una delle medicine del cocktail, che probabilmente per disidratazione aveva provocato una reazione tossica nel suo corpo. Di sicuro durante il periodo in cui, per precauzione, Sanford ha interrotto le pillole la carica virale nel sangue si è alzata tantissimo, mentre il numero dei linfociti T4 che combattono il virus è precipitato.
«Le pillole tengono sotto controllo la malattia, al punto che il virus non è più misurabile nel sangue. Non possono però eliminare l’infezione. Devi continuare a prendere il cocktail per tutta la vita» dice. «Ma si tratta di un piccolo sacrificio che ha salvato un’intera generazione di americani: prima che questa terapia fosse approvata ero circondato da amici che morivano».
Le medicine non hanno segnato la fine dell’epidemia, come aveva previsto sul New York Times il giornalista Andrew Sullivan. Ma sebbene ogni anno oltre 40 mila americani siano contagiati dal virus, le pillole permettono di continuare a vivere normalmente.
Ogni giorno Sanford lavora alla scrivania di caporedattore: il suo lavoro, da oltre 2 decenni, è editare la storia più importante sulla prima pagina del quotidiano. Da ancora più tempo il giornalista vive a Brooklyn con il suo compagno Lewis, un insegnante, sieronegativo.
Se non fosse per quelle quattro pillole da prendere ogni giorno Sanford si dimenticherebbe persino di essere malato: «Per anni, dopo la diagnosi, mi sono alzato ogni mattina sperando di potere riportare indietro il tempo, per evitare di essere contagiato. Ora quando ci penso è solo perché vorrei avere di nuovo vent’anni».
Il virus dell’Aids potrebbe aver fatto il suo ingresso negli Stati Uniti, via Haiti, probabilmente arrivando da una sola persona intorno al 1969. Molto prima quindi del cosiddetto “Paziente zero” atterrato dal Canada in Usa negli anni ‘80.
Il viaggio del virus assassino dall’isola del Centro America agli Usa è stato ricostruito attraverso l’analisi genetica dei ceppi virali in un lavoro pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) da Michael Worobey del dipartimento di Ecologia e Biologia dell’Evoluzione, dell’Universita’ dell’Arizona, a Tucson.
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Alla vigilia della decima giornata mondiale dedicata alla ricerca sul vaccino contro l’Hiv (il World Hiv Vaccine Awareness Day) che ricorre il 18 maggio, il New England Journal of Medicine ha ospitato un’ampia dissertazione a firma di Anthony Fauci, uno dei massimi ricercatori sui vaccini, nonché direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda, nel Maryland. Vaccini contro il virus, come è noto, non ce ne sono ancora. Al contrario, appare sempre più chiaro ai ricercatori che le peculiarità del virus responsabile dell’Aids - che secondo le stime più aggiornate dell’Unaids colpisce nel mondo circa 40 milioni di persone, contagia ogni anno quattro milioni e ne uccide quasi tre - impediranno sempre di ottenere un vaccino con un’efficacia paragonabile a quella degli altri vaccini.Ciononostante, “c’è ottimismo sul fatto che anche un vaccino men che perfetto possa garantire benefici sia agli individui che saranno vaccinati sia alle comunità più a rischio di contagio” scrive Fauci. La sua analisi ha concluso infatti che i tanto attesi vaccini in corso di studio (chiamati “di prima generazione”) non consentiranno all’organismo né di impedire il contagio né di eliminare il virus dalle persone già contagiate. E’ però ragionevole pensare che, al termine della lunga sperimentazione, potranno proteggere contro i danni peggiori del virus, rallentando la progressione verso la fase conclamata della malattia, ovvero l’AIDS vera e propria. Inoltre, il miglior controllo della carica virale dovrebbe anche ridurre le probabilità di contagio.
A partire dal lontano 1987 sono stati oltre 30 i “candidati” vaccini giunti a varie fasi di sperimentazione nel mondo, e circa 60 le sperimentazioni di fase I o II, come vengono classificati gli studi sull’uomo che su piccoli gruppi di volontari valutano rispettivamente la non tossicità e successivamente l’efficacia dei nuovi composti (la fase III prevede un gruppo più ampio di soggetti).
Oggi, spiega Fauci, dopo il ripetuto susseguirsi di entusiasmi e docce fredde ci sono ancora molti trial in fase avanzata, e “un gran numero di persone viene vaccinato”, ma ancora non è possibile prevedere il momento in cui il primo vaccino contro l’AIDS sarà disponibile.
Proposta per Forum: Vista l’efficacia dei farmaci, le autorità sanitarie dei paesi occidentali temono che tornino a diffondersi tra i giovani i comportamenti sessuali a rischio, perché l’AIDS non fa più paura. Qual è la vostra esperienza?
LEGGI ANCHE: Le pagine sull’AIDS sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità - le domande e risposte sul sito del Ministero della Salute - il Corso interattivo sull’AIDS della National Library of Medicine americana (in inglese) - Frontiers in AIDS Vaccine Development (video in inglese della International AIDS Vaccine Initiative, il cui sito affronta in dettaglio tutti gli aspetti legati in particolare ai vaccini contro l’HIV) - il test interattivo di autovalutazione sul vaccino (in inglese)
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