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alcol

Salute: quattro abitudini da perdere subito

No smoking (foto: Flickr)

No smoking (foto: Flickr)

Sono solo quattro cattive abitudini che però, se combinate hanno il potere di aumentare il rischio di morte. Non si tratta dell’uso di droghe pesanti o di sport pericolosi, ma di comportamenti riscontrabili, magari non tutti insieme, in molti di noi. E allora eccoli i quattro dell’Ave Maria: fumo, eccessivo consumo di alcol, dieta sregolata e mancanza di esercizio fisico. Continua

Alcol, fumo e salute: ci sono anche buone notizie

Cocktail (credit: http://www.flickr.com/photos/spine)

La ricerca scientifica non è mai a caccia di scorciatoie per dimostrare tesi astratte o per sostenere opinioni ritenute accettabili. Ed è per questo che ogni tanto giunge a conclusioni che possono stupire. Prendete i risultati di due studi recenti. Uno sostiene che chi ha fumato per anni ha molte meno probabilità di contrarre il morbo di Parkinson rispetto a un non fumatore, il secondo afferma che le donne che consumano una moderata quantità di alcol sono meno a rischio di metter su peso, rispetto alle astemie. Continua

Sesso con Lolita: l’alcol non è un’attenuante

Cresce il consumo di alcol tra i giovanissimi

Gli uomini che non disdegnano il sesso con le lolite sono avvertiti: quando si ritroveranno nei guai fino al collo, non potranno invocare il bicchiere in più come scusa per “giustificare” il fatto che sotto l’effetto dell’alcol la ragazza fosse loro sembrata più adulta di quanto poi risultato all’anagrafe. Uno studio di prossima pubblicazione sul British Journal of Psychology, chiarisce infatti che l’alcol non influisce sulla percezione degli anni della donna che un uomo che ha bevuto (anche molto) si trova di fronte. Vincent Egan, esperto di psicologia forense della britannica Università di Leicester, con la collaborazione di Giray Cordan, psicologo dell’Università di Exeter, ha chiesto a 240 tra uomini e donne, reclutati in alcuni pub, di giudicare il fascino emanato da dieci volti femminili maturi e dieci al di sotto della maggiore età, con e senza trucco, che scorrevano di fronte a loro grazie a un’elaborazione grafica prodotta da un software che di volta in volta era in grado di modificarne i connotati. Dall’esperimento è scaturito, abbastanza prevedibilmente, che tanto gli uomini quanto le donne considerano più attraente un viso femminile giovanile rispetto a uno che mostra chiaramente i segni del tempo ma, soprattutto in quest’ultimo caso, i chili di trucco necessari per occultarli, uniti al consumo di alcol da parte di chiunque la osservi, contribuiscono a fare ritenere sessualmente più interessante una donna che abbia superato da un pezzo l’adolescenza. Davanti a una ragazza minorenne, invece, gli alcolici bevuti da un uomo durante la serata non hanno alcun effetto sull’età presunta che egli le attribuisce, così come il fatto che sia truccata o meno non fa una differenza determinante nello stabilire la rilevanza della tentazione da lei rappresentata.
Benché tutti i partecipanti allo studio, in linea con quanto scoperto da precedenti ricerche, abbiano mediamente sovrastimato di due anni e mezzo l’età delle facce passate in rassegna (tendenza indipendente dal consumo di alcol), gli psicologi sostengono che esistono molti indizi che una persona sia meno giovane di quanto appaia, come la corporatura e la voce, perciò in qualsiasi occasione sociale, gli uomini che incontrano una donna sono potenzialmente capaci di intuire se sia minorenne, benché talvolta convenga loro scordarselo. Ulteriori studi dovranno accertare se queste dinamiche siano valide anche in night club e discoteche, dove le particolari condizioni dell’illuminazione potrebbero alterare il giudizio, permettendo così a un uomo che finisca in tribunale di provare a salvarsi in corner.

Anche nei locali italiani si serve la bibita che dimezza il tasso alcolico

La prova dell'etilometro

Pensa che bello poter bere quello che ti pare, divertirti e poi mezz’ora prima di finire la serata, stappare una bibita sorseggiando la quale si può far calare il tasso alcolico sotto il massimo consentito, prendere l’auto e tornare a casa tranquilli. Si chiama Security Feel Better, un nome che è tutto un programma e racchiude in sé i due concetti chiave: sconfiggi gli effetti nefasti della sbornia e guida sicuro. Ma può una bibita a base di “ingredienti naturali” realizzare davvero questa promessa?

“Security Feel Better rilascia i suoi benefici dopo 30-40 minuti dall’assunzione. Perfetto dopo gli eccessi a tavola o dopo le serate di eccesso in discoteca. Ottimo per tutti coloro che seguono una dieta particolare o che semplicemente vogliono mantenere una sana alimentazione.” Questo si legge sul sito del prodotto, che dalla Francia viene distribuito in mezza Europa, Italia inclusa, e negli Stati Uniti, in Canada e altri Paesi ancora. Analcolica, ovviamente, e a base di piante, agisce sull’organismo attivando la digestione di bevande e cibi e soprattutto dell’alcol. In pratica mette in funzione il sistema epatico provocando la liberazione di enzimi che ossidano l’alcol. “Non maschera l’alcolemia dagli apparecchi rilevatori”, dichiara il presidente dell’azienda che produce Security Feel Better, “ma attiva una funzione naturale che permette di smaltire più rapidamente l’alcol e non risentire dei suoi effetti”.
Il quotidiano ligure Il Secolo XIX non si è fidato della pubblicità e riscontrando la presenza di queste boccette nei locali delle Riviere ha voluto testarne l’efficacia e ha sottoposto un lettore volontario a un piccolo test. Dopo due drink che avevano portato il suo tasso alcolico a 1,06, ben al di sopra di quello 0,5 che fa da spartiacque tra la regolarità e il ritiro della patente, gli hanno offerto un Security Feel Better e dopo 40 minuti, il tempo che a quanto sostiene il produttore è necessario perché gli ingredienti facciano il loro effetto, hanno misurato nuovamente il tasso alcolico riscontrando che era sceso a 0,38. Ed è rimasto tale anche venti minuti dopo. La cavia dichiarava di sentirsi in effetti più sveglio e sicuramente in grado di guidare.

I produttori ci tengono a dire che non si tratta di un medicinale e che non è uno strumento efficace contro l’alcolismo, ma che si limita a dimezzare il tasso alcolico con il benessere che ne consegue: sbornia smaltita sul posto.

Alcol: su le tasse giù i consumi. Il prezzo incide più delle campagne informative

Alcol in un pub
Complice forse la crisi economica globale, da tempo si sta facendo strada presso istituzioni di rilevanza internazionale, dalla Banca Mondiale all’Organizzazione mondiale della Sanità, passando per la Commissione europea, l’idea che essenziale per la lotta alla dipendenza dal fumo sia l’incremento delle tasse sulle sigarette. Colpire le tasche dei fumatori sembra molto più efficace di qualsiasi campagna di dissuasione puntata sulla dettagliata illustrazione dei danni ben noti provocati dal fumo, e a dimostrarlo è da ultimo il caso della Francia, dove le sigarette sono pesantemente tassate e il prezzo medio di un pacchetto è quasi raddoppiato nel giro di un decennio, facendo crollare le vendite al minimo storico nel 2008.

Che la stessa soluzione possa rivelarsi utile anche contro il consumo smodato di alcolici viene ora evidenziato da uno studio pubblicato dalla rivista Addiction e coordinato da Alexander Wagenaar, epidemiologo presso l’Università della Florida. Molti studi avevano finora analizzato in che modo le tasse e i prezzi influiscano sulla tendenza degli individui a bere, ma questo è il primo a trarre conclusioni generali, non limitate cioè a un singolo Paese o a una specifica legislazione, in quanto ottenute grazie a una procedura statistica definita meta-analisi. I ricercatori hanno quindi passato pazientemente in rassegna 112 studi sull’argomento, contenenti poco più di mille stime statistiche distribuite nel corso di quattro decenni, che confermano senza ombra di dubbio che le tasse e i prezzi sono in rapporto con le abitudini al consumo di alcolici, in un contesto riassunto da Wagenaar in termini lapidari: “Quando i prezzi scendono, la gente beve di più, e quando salgono beve di meno”, che si tratti di forti bevitori o di chi si concede due dita di whisky solo in particolari occasioni. Una tendenza che però, precisa lo studioso, non sempre agisce nel modo lineare e semplicistico a cui può far erroneamente pensare una simile affermazione: le politiche fiscali in materia di alcolici probabilmente producono questo risultato interagendo con tutta una serie di condizionamenti culturali e individuali legati al loro consumo, non ultimo il fatto che in tempi di crisi possano essere considerati beni più superflui di altri. Ma la matematica basta e avanza a Frank Chaloupka, economista dell’Università dell’Illinois, per sostenere in un commento allo studio che quest’ultimo dimostra in modo minuzioso che incrementare le tasse sugli alcolici serve a tutelare la salute pubblica riducendo la propensione ad alzare troppo il gomito, molto più di quanto possano fare l’inasprimento delle pene per i reati commessi sotto il loro effetto, l’informazione dei media e i programmi di educazione scolastica.

Chi beve BioBirra campa cent’anni

La birra piace alle donne

E’ una di quelle notizie che sembrano troppo belle per essere vere. Come se d’un tratto si scoprisse che il cioccolato fa dimagrire e l’abbronzatura fa bene alla pelle. E infatti diciamo subito che la BioBeer non è in vendita, ma per il momento si tratta solo di un prototipo da laboratorio, che potrebbe rimanere tale. L’ha distillata un gruppo di studenti della Rice University di Houston in Texas, come progetto da presentare alla  International Genetically Engineered Machine Competition (iGEM), la più importante gara di biologia sintetica del mondo, che si è appena svolta a Cambridge, Massachusetts. I ragazzi, alcuni dei quali non hanno ancora l’età legale per bere birra, hanno modificato geneticamente la bevanda aggiungendo al lievito di partenza tre geni responsabili della produzione di resveratrolo, sostanza presente nel vino rosso e che si pensa abbia un effetto protettivo contro diabete, cancro, morbo di Alzheimer e altre malattie correlate all’età.

Lo scopo di questi ragazzi non è quello di allungare la vita dei consumatori di birra (la quantità di resveratrolo contenuta in una pinta è inferiore a quella presente in un bicchiere di rosso e comunque non sufficiente a garantire effetti benefici). Del resto il cammino sarebbe assai lungo, a cominciare dalla necessaria approvazione della Food and Drug Administration americana, al cui vaglio sono ancora ferme molte sostanze, resveratrolo incluso, con potenziali effetti benefici per la cura del diabete e di altre malattie. Hanno però dimostrato che questa modificazione genetica è possibile aprendo la strada a future sperimentazioni.

La salute nel mondo, tra ineguaglianze e inefficienze

Bimbi africani

È di qualche giorno fa la pubblicazione della World Health Organization del “Rapporto sulla salute degli abitanti del pianeta”, che fornisce dati precisi su morti, malattie, infortuni in base a nazionalità, età, sesso e reddito del paese e una proiezione sui decessi e il peso delle malattie che ogni singolo paese dovrà affrontare da qui al 2030.
La relazione parla ancora una volta delle disuguaglianze nella salute, nell’accesso alle cure e nei costi dell’assistenza e dell’enorme differenza nella speranza di vita tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: essa supera i 40 anni. Dei 136 milioni di donne che partoriranno quest’anno, più di un terzo non riceveranno alcun tipo di assistenza medica né durante il parto né dopo, il che significa mettere in pericolo la loro vita e quella dei loro bambini.
La situazione mondiale della salute è allarmante: le 10 cause principali di morte dipendono da più di 130 tra malattie, infortuni e disabilità. La situazione africana quella più impressionante: ogni 10 bambini che muoiono di malaria nel mondo, 9 sono appunto africani. Stessa cosa per l’AIDS: 9 bambini su 10 che nel mondo muoiono di AIDS sono africani. Inoltre, la metà dei bambini nati ogni anno in Africa muoiono di diarrea o di polmonite.
Lo scenario mondiale vede al solito una netta distinzione tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: nei primi le principali cause di decesso sono infarto, ictus, cancro al polmone, polmonite e asma bronchiale, mentre nei secondi si muore soprattutto per polmonite, infarto, diarrea, AIDS e ictus.
Il rapporto riferisce anche i dati sulla differenza fra sessi nei rischi di mortalità: gli uomini di tutto il mondo tra i 15 e i 60 anni hanno un rischio molto più alto rispetto alle donne di morire per un infarto o per morte violenta.
Per quanto riguarda invece la depressione i dati riferiscono che essa colpisce in tutto il mondo le donne del 50 per cento in più degli uomini, mentre l’alcolismo è tra le prime 10 cause di disabilità.

Dopo droga e alcol, è in aumento l’abuso di farmaci psicotropi

Farmaci
All’allarme generato dal dilagare del consumo di droga e alcol, si aggiunge ora la crescente tendenza all’abuso di farmaci, in particolare di quelli psicotropi, in grado cioè di produrre il loro effetto sulle condizioni mentali di chi li assume, incrementandone le prestazioni intellettuali e la capacità di sopportare la fatica. Al tema è stato dedicato un convegno che si è appena tenuto a Londra, e che ha preso le mosse dai risultati di un sondaggio online condotto lo scorso aprile dalla rivista Nature, al quale parteciparono 1.400 scienziati di 60 Paesi. Questi ultimi furono interpellati sull’uso di tre farmaci: il Ritalin, uno stimolante di solito impiegato per il trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività, ma ben noto anche fra gli studenti, alcuni dei quali se ne servono per potenziare la capacità di apprendimento; il Provigil, prescritto per i disturbi del sonno, specialmente la narcolessia, ma talvolta assunto al di fuori delle indicazioni terapeutiche come rimedio contro l’affaticamento e il jet lag; infine, i betabloccanti, usati, tra l’altro, per curare le aritmie cardiache, ma dotati anche di effetto ansiolitico. Un quinto dei partecipanti al sondaggio ammise di aver fatto uso dei farmaci in questione in ambito extraterapeutico, per rinforzare la concentrazione e la memoria. In particolare, il 62 per cento di loro ha fatto ricorso al Ritalin, il 44 per cento al Provigil, e il 15 per cento ai betabloccanti. Barbara Sahakian, neuropsicologa di Cambridge tra i relatori del convegno londinese, che coordinò il sondaggio insieme alla collega Sharon Morein-Zamir, sostiene come quest’ultimo sia indicativo di una crescente diffusione di farmaci potenzialmente pericolosi al di fuori dell’uso normalmente previsto, fenomeno che sarebbe però ingenuo ritenere limitato alla ristretta categoria degli scienziati. Secondo le sue ricerche, il 17 per cento degli studenti di alcune università statunitensi ammettono di assumere il Ritalin per migliorare il rendimento nello studio, analisi confermata da Nora Volkow, che dirige lo statunitense National Institute on Drug Abuse di Bethesda, nel Maryland, la quale da altri sondaggi condotti negli Stati Uniti ha tratto la conferma che il picco nell’uso di simili stimolanti è raggiunto nella fascia di età tra i 18 e i 25 anni. Da parte sua Barbara Sahakian sottolinea quanto siano urgenti test di sicurezza di questi farmaci, in quanto non esistono dati sulla loro efficacia e innocuità a lungo termine in soggetti che li assumono senza soffrire delle patologie per le quali vengono di solito prescritti, e gli effetti collaterali già noti, come ansia, mal di testa e insonnia, potrebbero aggravarsi in relazione non solo alla frequenza d’uso, ma per l’appunto all’età sempre più giovanile nella quale si può verificare la loro assunzione incontrollata. Problema ulteriormente aggravato dal fatto che i farmaci in questione possono essere reperiti anche su internet, ed esiste anche il rischio di un incremento del loro abuso favorito dall’accettazione sociale di una pratica discutibile ma finalizzata, a differenza dell’abuso di alcol e droga, a migliorare il rendimento scolastico e lavorativo. Non essendo droghe per andare fuori di testa, ma sostanze che al contrario consentono di aumentare la concentrazione, non sono stigmatizzate come altre sostanze, come evidenziato da Anjan Chatterjee, neuroscienziato dell’Università della Pennsylvania. Similmente a quanto è già accaduto con la chirurgia estetica, il crollo delle barriere psicologiche anche in questo caso può infatti condurre ad accettare l’idea che, oltre al corpo, la mente stessa sia modificabile e adeguabile alle richieste che giungono da modelli sociali di iperefficienza che per molti sono difficili da assecondare.

Alcol e salute: se bere restringe il cervello

Alcol in un pub
Un gruppo di ricercatori americani del Wellesley College, Massachusetts, hanno studiato oltre 1800 adulti, con età media di 60 anni, che avevano partecipato al Framingham Offspring Study, uno studio focalizzato sul cuore cominciato nel 1971. Tra il 1999 e il 2001 i partecipanti si erano sottoposti ad alcuni esami clinici e avevano risposto a questionari sulle loro abitudini relativamente al consumo di alcol. Quello che gli autori della ricerca, pubblicata sul numero di ottobre di Archives of Neurology di Jama, hanno scoperto è che c’era una significativa “relazione negativa tra il consumo di alcol e la massa totale del cervello”.Si è notata inoltre una differenza tra i sessi negli effetti degli alcolici. Nonostante gli uomini bevessero mediamente di più, l’associazione tra consumo di alcol e ridotto volume del cervello è emersa più fortemente nelle donne. Ciò può essere dovuto a fattori biologici, inclusa la maggior suscettibilità generale delle donne agli effetti dell’alcol.

Il volume del cervello diminuisce naturalmente di circa l’1,9 per cento ogni decennio, un lento processo che in genere si accompagna a un aumento delle lesioni nella materia bianca. Un minor volume cerebrale e maggiori lesioni nella materia bianca si verificano anche con la progressione della demenza e sono collegati a problemi nel ragionamento, nell’apprendimento e nella memoria. Lo studio ha dimostrato che il consumo di alcol, al contrario di quanto avviene con il cuore, non ha alcun effetto protettivo sul cervello, ma al contrario, sembra accelerare il processo che avviene con l’invecchiamento. Resta da capire se vi siano conseguenze funzionali associate all’aumento del consumo di alcol.

Il 7 per cento dei giovani abusa di alcol una volta la settimana

Cresce il consumo di alcol tra i giovanissimi
La diffusione dell’alcol tra i giovanissimi suscita allarme tra gli esperti: nei fine settimana o durante il cosiddetto “happy hour” spesso si ubriacano senza pensare alle conseguenze. Un’analisi dell’Istituto superiore della sanità (Iss) dice che 3 ragazzi su 4 tra i 16 e i 25 anni bevono alcolici e se si abbassa l’età a 15 anni, un anno in meno del limite di legge per poterli acquistare, i dati non cambiano: beve il 67 per cento. Il 7 per cento dei giovani fa abuso di alcol almeno una volta alla settimana e il primo approccio alle bevande alcoliche si è abbassato a 10-11 anni. Il problema, oltre che sociale, è anche medico: negli adolescenti l’alcol viene metabolizzato con maggiore difficoltà e i danni al fegato e al sistema nervoso sono maggiori che negli adulti. Così si facilita l’insorgenza di malattie del fegato, come la steatosi (o fegato grasso) e la steatoepatite che, nel corso degli anni, possono trasformarsi in cirrosi ed epatocarcinoma. Solo a 18-20 anni si sviluppa maggiore capacità di metabolizzare l’alcol: perciò, come ricorda l’Oms, fino ai 20 anni non bisognerebbe bere più di un bicchiere di vino al giorno. Superare la soglia indicata dall’Oms aumenta la probabilità di contrarre un danno epatico indipendentemente dalle bevande che si assumono, siano esse vino, birra o superalcolici.E’ stato accertato che un consumo superiore agli ottanta grammi al giorno, per dieci anni, aumenta di cinque volte il rischio di cancro del fegato. Un ruolo lo svolgono anche il sesso maschile e l’età: l’attività dell’alcol-deidrogenasi, infatti, risulta significativamente ridotta nelle donne giovani e in quelle con più di sessanta anni. Negli uomini, invece, è del cinquanta per cento in meno nella fascia che va dai sessanta agli ottant’anni. Cosa fare allora? Smettere di bere resta la soluzione più sensata. E se in Italia resta alto il rischio di abuso di alcol, anche in età precoce, negli Stati Uniti il consumo si sta progressivamente riducendo, come sottolinea una ricerca della Boston University, condotta su 8 mila soggetti e pubblicata nel numero di agosto dell’American Journal of Medicine, secondo la quale si beve un terzo di meno rispetto a 50 anni fa. In particolare, è calato il consumo di birra, rimane costante quello di superalcolici, mentre il vino resta sempre il prodotto preferito dagli statunitensi.

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