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anidride-carbonica
Una rappresentazione del modello di Snowball Earth
Come fra gli esseri umani, anche in natura accade che gli amici di ieri diventino talvolta i nemici di oggi. Lo sostiene, a proposito dell’anidride carbonica, Philip Allen, docente presso il dipartimento di Scienze della Terra dell’Imperial College di Londra e coautore di uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Nature Geoscience. Il gas serra che desta tante inquietudini tra quanti hanno a cuore l’ambiente, mostrò infatti il suo lato virtuoso nel Periodo Cryogeniano, compreso all’incirca tra 840 e 635 milioni di anni fa, durante il quale contribuì a evitare alla Terra una glaciazione completa e mortale. Questa teoria si contrappone all’ipotesi della Snowball Earth, (letteralmente “Terra palla di neve”), che teorizza invece un pianeta rimasto allora totalmente congelato per milioni di anni, in seguito a una inarrestabile reazione a catena che lo raffreddava sempre di più con l’avanzata dei ghiacciai. Allen è infatti convinto, sulla scia di recenti ricerche realizzate all’università di Toronto, che con la discesa della temperatura sulla superficie terrestre l’ossigeno fu attirato nell’oceano, dove ossidò della materia organica, liberando anidride carbonica nell’atmosfera. “Nella dinamica del mutamento climatico”, sintetizza Allen, “il biossido di carbonio può essere ad un tempo santo e peccatore. Oggi siamo tanto preoccupati per il riscaldamento globale e per i danni che questo gas serra sta facendo al nostro pianeta. Che tuttavia, circa 600 milioni di anni fa, probabilmente salvò insieme alle sue elementari forme di vita da una gelida estinzione”. Lo studioso spera di mettere in discussione una teoria come quella della Snowball Earth che molti scienziati ancora ritengono corretta, a dispetto delle sue contraddizioni. L’allarme attualmente destato dall’anidride carbonica in materia di inquinamento rischia di far dimenticare che il passato più remoto della Terra rimane per molti aspetti da comprendere, compito in cui potrebbe farsi strada una distorsione interpretativa che impedisce di relativizzare quella che oggi è una minaccia in quanto ne è stato alterato un ruolo naturale non necessariamente negativo.
La soluzione all’inquinamento urbano potrebbe stare sotto i nostri piedi. Stavolta nel senso letterale del termine. Come dimostrano alcuni ricercatori olandesi e giapponesi, coordinati dall’Università di Twente, in Olanda, che stanno lavorando a un progetto già definito unico nel suo genere: la realizzazione della prima strada ecologica al mondo. Niente spazzini al lavoro giorno e notte né cestini sparsi con più frequenza del solito. No, sarà lo stesso asfalto a fare il miracolo, una pavimentazione studiata ad hoc in grado di trasformare particelle di ossido di nitrogeno emesse dalle auto e fortemente inquinanti in nitrati, considerati invece innocui per la salute umana. La reazione chimica, secondo gli studiosi, avviene nel modo più naturale possibile. Sono infatti i raggi solari a innescarla. La pioggia poi farà tutto il resto, spazzando via gli ultimi residuati che non sono riusciti a trasformarsi. Per il momento come cittadina campione è stata presa quella di Hengelo, in Olanda ma l’idea è quella di promuovere nel mondo intero uno standard nuovo di produzione del manto stradale. Del resto secondo i dati dell’Istituto tedesco Umwelt-Und Prognose di Heidelberg, tra i più seri nel rilevamento dell’inquinamento ambientale, proprio le automobili sono tra i principali inquinanti. Ogni veicolo rilascia, infatti, nell’aria ogni due giorni una media di venti kg tra anidride carbonica e monossido di carbonio. Un asfalto come quello di Hengelo, spalmato magari sulla Fifth Avenue di New York o sul raccordo anulare di Roma, rappresenta una speranza per arginare il problema. Al momento l’esperimento dei ricercatori è ancora nella fase di test, ma gli automobilisti hanno già cominciato a tirare un sospiro di sollievo all’idea di respirare meglio.
Parte dalla Germania il primo impianto europeo a carbone in grado di risolvere i problemi dei cambiamenti climatici legati alle emissioni di anidride carbonica che, secondo l’impegno dell’Europa, dovrebbero calare del 20 per cento entro il 2020. Si tratta di una mini centrale costruita con tecnologia “Carbon capture and storage” (Ccs, cattura e stoccaggio della Co2) in grado di produrre energia e immagazzinare le proprie emissioni, circa nove tonnellate l’ora, dopo averle compresse rispetto al volume originario, in appositi cilindri da stoccare sotto la superficie terrestre all’interno di rocce porose. L’intenzione dell’Unione europea è quella di realizzare 10-12 centrali dimostrative su larga scala entro i prossimi anni. La Gran Bretagna dovrebbe decidere entro ottobre se realizzare o meno centrali con questa tecnologia. Da risolvere c’è il nodo dei finanziamenti: il governo infatti non vorrebbe far pesare la decisione sulle tasche dei contribuenti.
L’Italia punta ad un mix energetico per avere energia al 50 per cento da fossile, al 25 per cento da fonti rinnovabili e al 25 per cento dal nucleare. Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, lo ha ripetuto anche in occasione dell’inaugurazione della nuova centrale Enel a carbone pulito a Torrevaldaliga Nord, nei pressi di Civitavecchia, annunciando che “in autunno il governo varerà un piano straordinario per il risparmio e l’efficienza energetica con l’obiettivo di ridurre almeno dell’1 per cento l’anno i consumi attesi di energia”. L’impianto sarà in grado di soddisfare il 50 per cento del fabbisogno di energia elettrica del Lazio, pari a circa il 4 per cento dei consumi nazionali. Grazie alle tecnologie utilizzate, la centrale, pienamente operativa nel 2009 e il cui investimento complessivo è di circa 2 miliardi di euro, comporterà un abbattimento del 18 per cento delle emissioni di anidride carbone.
Un test per la cattura e lo stoccaggio di CO2 partirà,invece, a Brindisi dove i fumi potrebbero essere stoccati, oppure utilizzati per alimentare alghe marine da cui estrarre biocombustibile. I dati sull’impianto pugliese, del resto, sono allarmanti. Secondo l’ultimo rapporto di Greenpeace, con quasi 14,2 milioni di tonnellate di CO2 nel 2007 (781mila tonnellate in più rispetto alle quote assegnate), la centrale elettrica “Federico II” di Brindisi Sud si conferma la più inquinante d’Italia per il secondo anno consecutivo. L’obiettivo è cambiare rotta, ponendo “grande attenzione al territorio di Brindisi”, anche grazie ad un’attenta strategia di marketing che ha portato a sponsorizzare la locale squadra di pallacanestro, neo promossa in serie A. “Brindisi è tra le centrali più efficienti ed è dotata di tutti i sistemi per l’abbattimento degli inquinanti; in aggiunta a questo, abbiamo ultimamente investito oltre 200 milioni di euro per migliorare la logistica del carbone, gli scarichi idrici e contenere al minimo le emissioni, mentre per il futuro sono già stati proposti nuovi interventi – dice a Panorama.it Gianfilippo Mancini, Direttore della divisione “Generazione e energy management” di Enel – La riduzione delle emissioni specifiche di CO2 dei nostri impianti, cioè di grammi di CO2 per kWh prodotto, si è ridotta del 20 per cento rispetto al valore di riferimento del 1990. Solo dal 2003 ad oggi, in valore assoluto, abbiamo ridotto le nostre emissioni di circa il 35 per cento”.
Come ridurre l’anidride carbonica in eccesso che alimenta l’effetto serra? Da ogni angolo del mondo arrivano decine di proposte: la rivista americana Popular Science ha scelto le dieci idee più originali. A volte sono progetti colossali o fantasiosi. Ma, forse, potranno condurre a nuove soluzioni.
Visioni faraoniche. I giapponesi pensano in grande stile: la Jaxa (in pratica, l’equivalente della Nasa nel Paese del Sol Levante) ha progettato un satellite da inviare in orbita geostazionaria per catturare i raggi solari con pannelli fotovoltaici, trasformarli in microondee e inviarli a Terra . Ogni “microimpianto” spaziale può produrre un gigawatt di energia, e il primo sarà lanciato tra cinque anni. Altri scienziati impegnati nella lotta contro la CO2, invece, pensano di seppellire l’anidride carbonica in eccesso nei fondali oceanici. Come? Insaccandola in giganteschi contenitori di plastica a forma di salsiccia e poi calandoli in acqua. L’ingegnere canadese Louis Michaud, invece, ha costruito Twister power, una macchina che sarebbe in grado di generare dei mini-tornado e sfruttarne l’energia eolica. Tra i progetti colossali, quello proposto da un ricercatore della California è uno dei più incredibili: seminare sulla superficie terrestre alcune specie di piante in grado di riflettere le radiazioni infrarosse, raffreddando “naturalmente” il pianeta.
Il progetto di un satellite “energetico” dell’agenzia spaziale giapponese
Soluzioni creative. La fantasia non sembra una risorsa scarsa se si parla di combattere la sovrabbondanza di anidride carbonica. La più antica birreria inglese, Shepherd Neame, ha costruito un sistema per tagliare il consumo elettrico del 10% durante la produzione della sua bevanda più famosa, la Spitfire: se applicato a impianti simili, permetterebbe un taglio di circa sei miliardi di kilowatt ora. In Svezia, invece, hanno pensato di fare tesoro del calore dei corpi: ogni persona emette 60 watt da seduta, e 100 watt quando è stretta nella folla della metropolitana. Così alla stazione centrale di Stoccolma dal 2010 sarà in funzione un apparecchio per catturare il calore dei passeggeri e contribuire al 15% del riscaldamento di un edifico vicino. Perfino l’urina di maiale può contribuire a ridurre le emissioni di gas serra: è una materia prima utilizzabile per fabbricare bioplastica, come ha dimostrato la danese Agroplast.
Impianti per la trasformazione dell’urina in bioplastica nel modello “Pig city”
Nucleare per tagliare le emissioni di C02. Altri fanno affidamento sull’atomo. I laboratori di Los Alamos (per intenderci, lì dove fu fatta brillare la prima bomba atomica) stanno sviluppando una tecnologia per ottenere idrocarburi sfruttando l’energia dei reattori nucleari, ricavando il carbonio dall’anidride carbonica nell’aria e l’idrogeno dall’acqua. Per i ricercatori si potrebbero produrre 17mila barili di benzina al giorno. La Toshiba, invece, sta assemblando un mini-reattore nucleare, 4S, da 10 megawatt: sarà installato in Alaska tra quattro anni. In Europa, invece, è già realtà una delle idee selezionate da Popular Science: la generazione su larga scala di biogas da rifiuti organici, utilizzato per il riscaldamento e per produrre metano. Che non sarà più destinato ad alimentare soltanto il trasporto su gomma: la città svedese di Linkoeping sta sperimentando il primo treno al mondo che ha come carburante il metano.
Uno schema del funzionamento di Twister Power

Quante tonnellate di anidride carbonica vengono immesse nell’atmosfera ogni giorno per produrre qualcosa di totalmente naturale e innocuo, come l’acqua che beviamo? Parecchie, a cominciare dal fatto che la plastica con cui sono fatte le bottiglie di acqua minerale è derivata dalla lavorazione del petrolio. Oggi Fonti di Vinadio, società che produce l’acqua minerale Sant’Anna, annuncia l’arrivo a breve sul mercato italiano della prima bottiglia in materiale plastico di derivazione totalmente naturale, che si ricava dalla fermentazione degli zuccheri di alcune piante anziché dal petrolio.
“L’impiego di risorse annualmente rinnovabili, anziché del petrolio, per produrre questa plastica naturale – spiega in un comunicato l’imprenditore Alberto Bertone, Ceo di Fonti di Vinadio, il primo a credere fermamente nella sperimentazione del nuovo materiale prodotto da Ingeo - riduce la dipendenza dai combustibili fossili. E grazie a processi manifatturieri più sostenibili contribuisce all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, la causa principale dell’effetto serra. Sostituendo il petrolio con una risorsa rinnovabile di origine vegetale, si impiega il 67 per cento di combustibili fossili in meno rispetto alle plastiche tradizionali”.
Bertone ci aiuta a farci un’idea più chiara con un esempio illuminante. “Se consideriamo 50 milioni di biobottiglie del peso di 27 grammi ciascuna, rispetto alla stessa quantità di bottiglie prodotte in comune PET, risparmiamo 13.600 barili di petrolio, ovvero la stessa quantità di energia che serve a fornire elettricità a 40.000 persone per un intero mese! Inoltre, riduciamo le emissioni di anidride carbonica pari a quelle emesse da 3.000 auto che percorrono in un anno circa 10.000 chilometri ciascuna!”. E il Ceo avverte: “A Vinadio siamo in grado di produrre 50 milioni di bottiglie in una settimana di lavoro. E oggi in Italia si devono smaltire ogni anno oltre 5 miliardi di bottiglie”.
Un bel risparmio per l’ambiente. Che però ci dà anche un’idea a dir poco raccapricciante dell’impatto che l’acqua minerale ha avuto finora sull’ambiente. Alleggerito il peso ambientale degli involucri, rimane il fatto che l’acqua in bottiglia viaggia, in massima parte su gomma, in lungo e in largo per l’Italia e per il mondo, (qui il file pdf di una tabella con qualche calcolo chilometrico fatto da Altraeconomia) creando nel suo percorso emissioni nocive tanto quanto quelle causate dalla produzione di bottiglie in PET. L’acqua del rubinetto, al contrario, arriva a casa nostra a zero impatto e la sua qualità non ha niente da invidiare a quella delle minerali.

Il triste primato spetta alla Gran Bretagna: i risultati di una recentissima ricerca dal titolo Green Values (qui il file pdf), condotta dalla società di marketing internazionale TGI, dicono che quando si tratta di inquinamento da voli aerei ogni cittadino britannico emette 603 kg di CO2 all’anno. Seguono a ruota l’Irlanda, con 434 kg di anidride carbonica pro capite e gli Stati Uniti (275 kg a persona).
Il Nobel per la pace ad Al Gore e al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite conferma l’accresciuta attenzione dell’opinione pubblica verso il tema ambientale. Ma pur sapendo che i viaggi aerei sono tra le attività maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, chi è disposto a volare di meno o addirittura a rinunciare del tutto all’aeroplano? Niente paura, in soccorso dei viaggiatori che vogliono pulirsi la coscienza ecologica arriva la possibilità di neutralizzare le proprie emissioni, versando una cifra che verrà investita in progetti mirati alla riduzione di uguali quantità di gas serra. Essere “carbon neutral” è quasi una nuova moda.
All’aeroporto olandese di Eindhoven con la carta di imbarco viene consegnato ai passeggeri un volantino che li invita a calcolare, usando appositi terminali, le emissioni prodotte dal proprio tragitto aereo e a neutralizzarle a partire da un versamento minimo di 3,10 euro. Perché non ci pensa l’aeroporto stesso a neutralizzare l’impatto ambientale? Questo aeroporto in effetti già lo fa: tutti i gas serra prodotti dalle operazioni che lo fanno funzionare vengono neutralizzati da versamenti corrispondenti. E che a Eindhoven ci tengano all’ambiente si capisce anche andando alla toilette: per gli scarichi qui si usa piovana, un’idea che sotto il bigio cielo inglese non dovrebbe essere difficile copiare. Altri scali fanno del rispetto dell’ambiente un punto forte. L’aeroporto East Midlands che in Gran Bretagna serve le città di Nottingham, Leicester e Derby, ha in programma di diventare “neutrale” entro il 2012. Così come la società di jet privati Netjets. E se vi interessa essere aggiornati su cosa si muove in questo ambito, vale la pena tenere d’occhio questo blog: una specifica sezione dedicata alle linee aeree segnala gli impegni presi in tal senso dalle varie compagnie. Non mancano gli attivisti, che sulla possibilità di neutralizzare le emissioni sono quantomeno scettici. Quelli inglesi si ritrovano su un sito il cui nome dice tutto: Plane stupid.
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Il clima è uno dei temi che più calamita dibattiti e discussioni.
Agli estremi, l’enfasi di chi prevede un’apocalisse ambientale (l’ultimo allarme viene da uno studio inglese e prevede 1 miliardo di profughi nel 2050 a causa dell’effetto serra) e l’indifferenza di chi nega qualsiasi problema. Siamo sommersi da previsioni più o meno attendibili e parole più o meno sensate. Forse conviene fermarsi a riflettere: perché liberarsi dai luoghi comuni è il primo passo per prendere le decisioni giuste. Partiamo dalle cifre:
Le cifre contenute nelle conclusioni del 4° Rapporto (qui il .pdf) dell’Ipcc (Intergovern-mental panel on climate change) dell’Onu rese note tra febbraio e maggio 2007:
- Dal 1750 a oggi sono stati immessi nell’atmosfera circa 1.400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2).
- Il 57% è stato assorbito da oceani e foreste. Il 43% è rimasto in atmosfera.
- Negli ultimi 150 anni la concentrazione di gas serra in atmosfera è passata da 280 parti per milione a 380.
- La temperatura globale è salita di 0,6 °C. Secondo l’Ipcc, il riscaldamento è causato
per il 90% dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera.
- In base alle proiezioni, entro fine secolo la temperatura media della Terra potrebbe salire da 1,8 gradi centigradi a un massimo di 6,4 gradi. Diminuire le emissioni inquinanti sarebbe possibile, secondo alcuni, riducendo il pil mondiale annuo almeno dello 0,12% (del 3% entro il 2030).
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di Chicco Testa*
Stiamo diventando tutti inglesi, il cui argomento preferito di conversazione, come si sa, è il tempo. C’è una ragione per cui gli inglesi parlano spesso di che tempo fa: l’estrema imprevedibilità delle condizioni meteorologiche nelle isole britanniche. Una situazione che sembra essersi estesa a buona parte del pianeta, che ci sorprende con le margherite a Central Park in dicembre e i freddi autunnali in pieno agosto. Ma, se le chiacchiere sul tempo hanno sempre fatto parte del cicaleccio quotidiano, questa volta paiono nobilitate da una causa più grande, che aleggia sui nostri destini in modo un po’ oscuro: l’effetto serra.
Confuso nel linguaggio quotidiano con tutto il vocabolario che l’immaginario ecologico ha rovesciato nelle nostre teste: buco nell’ozono, inquinamento, polveri sottili… Siamo diventati tutti meteorologi e climatologi, confondiamo un temporale estivo con un uragano tropicale e una gelata primaverile con la fine della Corrente del Golfo. Per di più non sappiamo se ci aspetta una Siberia mondiale o un Sahara a perdita d’occhio. Nel frattempo corriamo il rischio di cominciare a puzzare seguendo i consigli di Fulco Pratesi che ci sconsiglia di fare la doccia tutti i giorni, per risparmiare acqua.
Eppure, la faccenda è tremendamente seria e come tale va presa evitando, se possibile, isterie e semplificazioni. Cominciamo con il dire che essa riguarda il clima e non la meteorologia. La seconda ci può indicare forse, occupandosi del breve periodo, che tempo farà domani. E già è una bella fatica, con possibilità di successo del 50 per cento circa. Il che ne fa una scienza molto democratica e praticamente alla portata di tutti. La prima, invece, si occupa delle evoluzioni del clima sul lungo periodo: come minimo centinaia di anni, ma anche migliaia, milioni e miliardi.
Per fare un esempio di come clima e meteorologia possano anche non andare d’accordo, si può citare il 2005: l’anno più caldo a livello globale e il più freddo in Italia, da quando esistono misurazioni continue. La domanda che si fanno i climatologi di tutto il mondo è se si stia modificando in maniera stabile il clima del nostro pianeta; e con quali conseguenze per la specie umana. La risposta non è semplice. Perché una variazione climatica duratura può essere influenzata da una tale quantità di fattori che, messi insieme, rendono l’impresa titanica. Inoltre il pianeta possiede una sua intelligenza: a fenomeni di crescita lineare si accompagnano meccanismi di feed-back, cioè di retroazione, che ricreano situazioni di equilibrio o equilibri completamente nuovi.
Gli scienziati del clima sono però, quasi unanimemente, pervenuti a una conclusione. Innanzitutto l’osservazione ripetuta ci conferma che effettivamente la temperatura del pianeta è aumentata e sta aumentando: è aumentata di 0,6 gradi negli ultimi 150 anni e aumenta a un tasso sempre più elevato. Se il tasso medio di crescita è stato di 0,06 gradi per decennio, negli ultimi 25 anni è stato invece di 0,17 gradi per decennio. Come un’automobile che continua ad accelerare.
La seconda conclusione è che, esclusi per vari e ragionati motivi tutti gli altri fattori che possono modificare il clima, dalla forma dell’orbita terrestre all’inclinazione dell’asse del pianeta, dalla forza dell’attività solare all’attività vulcanica e altri ancora, ne rimane uno solo da indicare come colpevole: il famoso effetto serra. Vale a dire la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere il calore inviato sulla Terra dal Sole. Come avviene in una serra per coltivazioni, al cui interno la temperatura è più alta che all’esterno.
Non tutti i gas che compongono l’atmosfera svolgono questa funzione. Anzi, l’azoto e l’ossigeno, che insieme fanno il 99 per cento circa di tutta l’atmosfera, sono completamente innocenti. Pochi altri gas hanno questa capacità di trattenere il calore. E il più importante è, dopo il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2). All’inizio del 1800 l’anidride carbonica pesava per 280 parti per milione, lo 0,028 per cento; oggi pesa per 380 ppm. Il dato più alto da 20 milioni di anni fa. E anche qui il tasso medio di aumento accelera sempre più.
C’è di che preoccuparsi? Certamente sì, ma preferibilmente senza indulgere al catastrofismo, cui la specie umana, almeno in questa parte del mondo, dal momento che in altre parti si è impegnati a fare altre cose, sembra indulgere. Certo, a leggere i rapporti dell’Onu non c’è da stare tranquilli. Arrestare la crescita della CO2 è praticamente impossibile. Si può solo ridurne la crescita. Brutta notizia, sembra. E questo perché, a seconda di quanta CO2 continueremo a emettere, la variazione di temperatura potrebbe essere compresa fra 1,5 e 5 gradi, con conseguenti scenari che vanno dalla diminuzione della quantità d’acqua disponibile all’aumento dei casi di malaria, dalla riduzione delle terre fertili fino al completo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Ma dobbiamo tenere conto che l’aumento di CO2 è da associare alla crescita economica e all’uscita dalla povertà di circa 3 miliardi di persone. Quelle che vivono nel continente asiatico, Cina e India innanzitutto, e in molti altri luoghi del mondo con uno sviluppo economico insufficiente. Produrre anidride carbonica servirà loro, possiamo dire così, anche se è politicamente poco corretto, per potere disporre di energia, trasporti e consumi un po’migliori, seppure ancora lontani dai nostri.
In sostanza occorrerà vedere come sapremo conciliare una contraddizione che è tutta nei numeri di questo nostro mondo. Che, non ci si stupisca, non è mai apparso così ospitale. Lo dicono i dati della stessa organizzazione dell’Onu, che ci dice che la temperatura aumenta. La popolazione umana è cresciuta raggiungendo il suo massimo storico e non sembra flettere. Dai 2 miliardi e mezzo del 1950 siamo saliti a circa 6 miliardi e dovremmo essere circa 9 nel 2050.
Non solo: aumentano l’età media e l’aspettativa di vita. A molti potrà non piacere l’affollamento, ma è difficile stabilire chi ha diritto di stare a bordo e chi no. E comunque se ci fosse un vero e duraturo peggioramento delle condizioni ambientali dovremmo attenderci un’analoga riduzione della popolazione come avviene in tutti gli ecosistemi. Seconda contraddizione. Il mondo sta conoscendo la fase di più lunga crescita economica della sua storia. Per di più non limitata, come era accaduto nel passato al mondo occidentale, ma estesa sino a comprendere miliardi di nuovi individui.
Anche in questo caso se ci fosse stato o ci fosse un peggioramento complessivo dell’ecosistema globale dovremmo registrare un fenomeno contrario. Nessuna popolazione aumenta di consistenza se l’ecosistema si degrada. Fa parte dei meccanismi di feedback che costituiscono l’intelligenza del nostro pianeta. Lo ha spiegato bene Barry Commoner nel libro The closing circle di 40 anni fa. Le linci mangiano i conigli. Se le linci sono tante, i conigli diminuiscono; ma se calano i conigli, le linci restano senza cibo e quindi anche loro diminuiscono; ma se si riduce la popolazione delle linci, può aumentare la popolazione dei conigli e così via. Lo stesso esempio si può fare per i conigli e l’erba, che è il loro cibo, per l’erba e la pioggia… in un’infinità di cerchi ecologici che si sostengono e si correggono l’uno con l’altro. Questo non vuol dire che siccome le cose sono andate bene nel passato debbano andare bene nel futuro. Sarebbe sciocco basarsi su una simile stupida fiducia, peraltro contraddetta da molti avvenimenti del passato. Guerre, catastrofi, carestie fanno parte della storia umana. E pure i cambiamenti climatici della storia del pianeta. Inoltre, occorre ricordare che fenomeni di crescita lineare, come un graduale aumento di temperatura, possono precipitare in una crisi improvvisa: la famosa goccia che trasforma un bicchiere che si riempie in un bicchiere che trabocca.
Tutto dipende dalla velocità con cui questo accade. Il rapporto della specie umana con l’ecosfera non è passivo. Più di qualsiasi altra specie, quella umana reagisce agli stimoli ambientali grazie a due potentissime leve che sono solo sue: cultura e tecnologia. Capacità di apprendere, ricordare e progettare, immaginando il futuro. E capacità di costruire, inventare, modificare se stesso e l’ambiente circostante.
Se l’aumento di temperatura si manifestasse con gradualità, avremmo il tempo per adattarci, sia riducendo il nostro impatto sull’atmosfera sia mitigando le conseguenze negative. Vincenzo Ferrara e Alessandro Farruggia in un recente e ottimo libro di impronta ambientalista (Clima, istruzioni per l’uso, Edizioni Ambiente) scrivono: «I cambiamenti del clima possono infatti produrre anche benefici effetti, sia per gli esseri umani che per gli ecosistemi. Se il cambiamento è lento e graduale, il rischio clima può non essere associato a un concetto di danno rilevante…».
Se invece il cambiamento fosse rapido e improvviso, ne pagheremmo conseguenze molto più dure. è bene ricordare che le conseguenze negative non riguarderebbero il pianeta, ma la specie umana. Ciò che è in discussione non è l’Equilibrio Ecologico con le E maiuscole. Il pianeta è stato freddo, poi caldo e tornerà a essere freddo non per colpa dell’uomo, ma per fatti astronomici sui cui non abbiamo alcuna influenza, fra circa 40 mila anni. Tanti per noi, niente per la Terra. Ma è questo equilibrio ecologico, quello di oggi, che consente a 7 miliardi di persone di vivere sulla Terra, che può modificarsi sostanzialmente. E paradossalmente più siamo, più i danni causati dalla transizione verso un altro stato di equilibrio potrebbero essere grandi. Non per la Terra, ma per noi.
Ma il tempo c’è, se agiamo. E la buona notizia è che la maggior parte delle cose che si dovrebbero fare si possono fare, e in molti casi comportano anche un miglioramento dei nostri conti e della qualità della nostra vita. Ancora una volta la soluzione sta nelle tecnologie. Innanzitutto in quelle che ci possono consentire di usare l’energia in modo più efficiente, nelle fonti alternative, nell’uso dell’energia nucleare, nel miglioramento dei consumi e dei combustibili nei trasporti.
Se ne è convinto anche George W. Bush che propone di ridurre del 10 per cento il consumo di combustibili fossili negli Stati Uniti. L’Unione Europea ha preso impegni importanti. L’industria sembra avere capito che si è aperta una nuova era, anche per gli affari. Ce la possiamo cavare.
Chicco Testa, bergamasco, 55 anni, presidente della società Roma metropolitane, è stato anche presidente nazionale di Legambiente e dal 1996 al 2002 presidente di Enel
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