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Sono passate solo due settimane dalla battaglia legale che ha visto Apple sconfitta (almeno al primo turno) nella causa intentata da Motorola per la violazione di un brevetto, e già l’azienda di Cupertino si trova tra le mani un’altra patata bollente, che questa volta arriva dall’Italia. Oggi infatti l’Autorità Antitrust ha multato Apple per pratiche scorrette a danno dei consumatori. Le sanzioni per la precisione sono due e in totale ammontano a 900.000 euro.
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La scorsa estate la Federazione Italiana Editori di Giornali (Fieg) ha chiesto all’Antitrust di valutare la posizione di Google su due punti chiave dei rapporti fra motore di ricerca e testate online: la possibilità per queste ultime di cancellare le proprie notizie da Google News (senza per questo escluderle dal search tradizionale) e la regolamentazione delle tariffe del servizio AdSense.
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Tre notizie in un solo giorno. Diventa sempre più intricata la situazione per Google Books e la class action intentata dagli scrittori statunitensi. Lo scorso ottobre si era arrivati ad un accordo storico con la proposta di un “piano di transazione” che, tra le altre cose, fissava la data del 5 maggio come limite entro cui gli editori di tutto il mondo potevano far valere i propri diritti. Ma ora le cose non stanno più così.
Un giudice federale ha infatti accolto la richiesta di un gruppo di editori ed autori statunitensi (tra cui anche i rappresentanti di Philip Dick e John Steinbeck) di prorogare la deadline di ulteriori quattro mesi. Nei giorni scorsi Google aveva proposto una proroga di due mesi, ma il giudice ha dato ragione agli scrittori.
In tutto ciò è arrivata anche un’altra doccia fredda per Google. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha infatti aperto un’indagine per valutare se con l’accordo di transazione si profila la creazione di una posizione dominante per l’editoria digitale negli Stati Uniti. Accuse e sospetti in questo senso erano stati sollevati da più parti (dallo studioso Robert Darnton e dall’Internet Archive), ma non è detto che l’inchiesta si chiuda necessariamente con uno stop per Google. Anche se l’ultima volta che l’Antitrust si era mosso (in occasione dell’accordo pubblicitario con Yahoo!) Google ha subito fatto marcia indietro.
Per quanto il piano riguardi solo il mercato Usa, nella trattativa sono coinvolti anche gli editori e gli scrittori stranieri, dal momento che Google ha indicizzato le opere delle biblioteche statunitensi che nei loro cataloghi contengono anche volumi stranieri. Se negli altri paesi si sono già levate molte voci contrarie, in Italia l’Associazione Editori Italiani si dice soddisfatta per la proroga di quattro mesi e annuncia l’apertura di un gruppo di lavoro tecnico nei rapporti tra Google, il Book Right Registry e gli editori europei, coordinato proprio da un rappresentante dell’AIE, Piero Attanasio, che ha spiegato: “AIE ha prodotto una serie di studi tecnici e documenti assunti dalla Federazione degli Editori Europei come posizione comune, che rilevano i problemi presenti nel database del Settlement e le possibili soluzioni. Si è creato un buon clima di collaborazione che speriamo porti i suoi frutti”. Un po’ tutti, quindi, restano ancora molto prudenti sul da farsi.
- admin
- Giovedì 30 Aprile 2009

Nuove grane per Google e Yahoo!. Dopo il Dipartimento di Giustizia, la World Association of Newspaper e l’Antitrust europeo, anche l’Authority americana per la concorrenza ha criticato l’accordo tra i due giganti del web. L’intesa consentirebbe a Yahoo! di inserire nelle pagine del proprio motore di ricerca annunci adWords. In questo modo, le due aziende controllerebbero assieme circa il 90% del mercato della pubblicità online, di fatto azzerando la concorrenza.
In realtà il parere dell’American Antitrust Institute, contenuto in un documento di 22 pagine, è un po’ più articolato. L’accordo consentirebbe una boccata d’ossigeno a Yahoo! limitando di fatto lo strapotere di Google. Tuttavia – è il parere di AAI – esso va rivisto per evitare che la situazione sfugga di mano, consegnando in pratica il mercato in mano alle due aziende. Diverse le soluzioni proposte: limitare il patto al solo nordamerica, difendere Yahoo! da possibili ingerenze, vigilare sulla distribuzione dei ricavi pubblicitari.
Non la pensa allo stesso modo – c’era da aspettarselo – Eric Schmidt, Amministratore delegato di Google, che più volte si è detto disposto ad andare avanti con o senza il beneplacito dell’authority.
Intanto, nemmeno Microsoft vive un periodo roseo sotto questo aspetto. Domani l’azienda fondata da Bill Gates comparirà presso la Corte Distrettuale di Washington. Oggetto del dibattimento è, ancora una volta, il controverso rapporto tra Microsoft e i detentori delle licenze per lo sviluppo di soluzioni compatibili con il sistema operativo Windows.
Microsoft “farà tutti i passi necessari per adempiere gli obblighi contenuti nella decisione della Commissione Ue del 2004″: lo assicura l’Antitrust europeo, spiegando che il colosso statunitense dell’informatica “si è detto definitivamente d’accordo nell’effettuare tre cambiamenti fondamentali”. Il primo è quello di permettere agli sviluppatori software “open source” di accedere alle proprie informazioni. Il secondo, quello di abbassare a 10.000 euro il prezzo per avere queste informazioni. Infine, sul fronte dei diritti d’autore, Microsoft si è detta d’accordo per una licenza mondiale che includa il brevetto, con le royalties che saranno ridotte dal 5,95% allo 0,4%, dunque meno del 7% originariamente richiesto.
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